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La lezione di Kohl e le amnesie della Merkel

1.

Non aggiungerò parole alle tante spese per celebrare la statura di leader di Helmut Kohl. Un grande Statista, un grande Europeo, un grande e convinto Europeista. Negli anni della mia esperienza di Parlamentare Europeo, 1989-1994, ho avuto il privilegio di ascoltarlo più volte nell’Aula di Strasburgo. Con passione perorò la causa della Unificazione Tedesca dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. Vinse la diffidenza di tanti, Francois Mitterand e Margaret Thatcher in primis che, memori della tragedia della Seconda Guerra Mondiale, temevano una Germania Unita e quindi di nuovo potentissima e temibile. Riuscì a convincere il Parlamento Europeo ed i Leader Europei sulla sincera fede europeista, sua e della Germania. E l’Europa fu generosa negli aiuti economici che concesse per favorire l’Unificazione tedesca, compresa quella di Berlino, e la ricostruzione della Germania dell’Est. Angela Merkel, pur sua erede politica e sua prediletta, quella lezione la dimentica, soprattutto quando pensa di imporre regole meramente “numeriche” all’Europa, forte dello strapotere economico della Germania. Una ragione di più per rendere, oggi, onore e gloria ad Helmut Kohl, anche per lo stile che dimostrò quando, per la durezza della politica, fu costretto ad uscire di scena.

2.

Violenze, brutture, delitti efferati. Un clima torbido che riguarda anche Poteri fondamentali di uno Stato di Diritto, presidio di libertà e democrazia. La gente, purtroppo, appare sempre più rassegnata, fino alla indifferenza, di cui all’astensione massiccia, perfino nelle elezioni amministrative, dove sono impegnati centinaia di candidati. In un sospetto rigurgito d’amore per la politica o, più banalmente, di mero mercato alla ricerca di posizioni da spendere in chiave di potere o di interessi personalissimi. Come che sia, si nota una sorta di calma piatta nella pubblica opinione, la cui parte più “ attiva” appare più pruriginosa che impegnata: alla ricerca dell’ultima intercettazione o dell’ultimo scandalo da gossip, sbandierato sui cosiddetti “social” con dovizia di immagini. Ebbene, in questa asfissiante atmosfera mefitica, momenti di sano respiro ci aiutano a guardare al futuro ancora con speranza. Mi piace registrarne due, di cui uno squisitamente personale e familiare. Il primo: martedì 20 di giugno, Papa Francesco è andato, sulla loro tomba, a rendere omaggio a don Lorenzo Milani, a Barbiana, e a don Primo Mazzolari, a Bozzolo. Due sacerdoti ritenuti “eretici”, “comunisti”, dalla Chiesa stessa, che li “esiliò” in due Parrocchie sperdute. Due preti “scomodi”, perché predicavano il Vangelo ed una Chiesa “povera fra i poveri”. Papa Francesco, con il suo gesto chiarissimo, ha voluto “riparare” ai torti che la stessa Chiesa aveva loro inflitto. Dopo aver pregato sulla loro tomba, non ha esitato a riconoscere che Don Milani e don Mazzolari, con la loro testimonianza, avevano “ridato ai poveri la parola”, indicando nella vita del prete “un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa”.  Ed ha concluso: “Non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo Milani al suo Vescovo, e cioè di essere riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione personale.” Riconoscimento che il “suo” Vescovo gli aveva negato e che Papa Francesco, con gesto inequivocabile, gli ha donato. E, sono certo, con questa iniziativa ha alimentato ulteriormente l’opposizione di quella parte cospicua della Chiesa, che gli rimprovera di “trascurare” la dottrina e di privilegiare il Vangelo, nel segno della Misericordia. L’altro momento di bella speranza è piuttosto personale e familiare: mia nipote Gaia, la sera del suo esame di terza media, ha voluto festeggiare, con i suoi “colleghi” di classe e di esame, questo primo momento di svolta nella sua vita scolastica, ma non solo. Lo ha fatto a casa nostra, “approfittando” della mia decantata, soprattutto da me, qualità di “cuoco” di spaghetti con il pomodoro fresco, del nostro orto. Così è stata un’altra bella serata di festa allietata da una ulteriore, forte emozione. Fra di loro c’è un ragazzo down, Vincenzo, che, insieme a loro aveva fatto un esame trionfale, da applausi. Ebbene, l’umanità, la affettuosità, l’amore di quelle ragazze e quei ragazzi verso il loro amico più sfortunato mi ha commosso perché era vero e non pietistico. Lo facevano sentire uno di loro. È stata una serata di grande felicità, a prescindere dall’ “alto” gradimento per i miei spaghetti. E Vincenzo era il più felice. Felice di cantare a voce piena “La canzone del Piave”, così come aveva fatto a conclusione del suo esame, la mattina, trattando della Prima Guerra Mondiale. Ripeto: fra gli applausi dei suoi amici e dei suoi docenti.

Grazie, davvero, a loro. Con la fiducia che sappiano impostare la loro vita all’insegna di questi Valori di Amicizia e di Solidarietà.