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Tensioni tra Corea del Nord e USA

La tensione tra gli Usa e la Corea del Nord sale ancora.
A metà maggio, infatti, alcuni dirigenti di Pyongyang hanno accusato i Servizi nordamericani e quelli della Corea del Sud di aver attentato alla vita di Kim Jong-Un.
L’operazione avrebbe avuto luogo a partire dalla selezione, da parte della CIA, di un cittadino nordcoreano, che già aveva avuto contatti con l’IS di Seoul, il quale avrebbe dovuto usare, contro il leader nordcoreano, degli agenti chimici altamente venefici.
Inoltre, l’attentatore avrebbe avuto dei collegamenti con una azienda cinese, la Qingdao Nazca Trade Co.
E’ anche probabile che il tentato assassinio del leader nordcoreano possa essere il frutto di una lotta interna per il potere in quel paese ma, come è ovvio, la propaganda di Pyogyang pone l’accento, in una fase di altissima tensione internazionale, solo sull’America del Nord.
Il nuovo Presidente della Corea meridionale, Moon Jae-In, l’avvocato dei diritti umani, ha comunque sottolineato ripetutamente che intende lavorare con la Casa Bianca di Donald Trump ma è, in ogni caso, aperto a trattative con il Nord senza condizioni, il che non è certo quello che gli Usa vogliono da lui.
Non ci sembra, peraltro, che Washington stia costruendo una strategia efficace per trattare con Pyongyang e per risolvere la tensione riguardo al sistema missilistico nucleare della Corea settentrionale.
La questione non si risolve né con la retorica dei “diritti umani” e della diffusione improbabile e universalistica della democrazia bipartitica, come accade di solito con le Presidenze Usa di tradizione democratica, né con un sostanziale blocco di ogni rapporto con i Paesi dell’”asse del male”, in attesa, forse, di una operazione militare molto pericolosa che, comunque, mai arriverà.
Ed è quest’ultima l’attitudine tipica delle presidenze repubblicane.
Come è noto, le operazioni per l’assassinio dei leader politici invisi agli Usa sono state bloccate dal Congresso negli anni ’70, ma nulla vieta che, con la collaborazione di Servizi collegati, azioni dirette contro i capi di Stato nemici non possano essere ancora compiute.
Tutto ciò è il sintomo di un grave errore concettuale e politico: un sistema politico non dipende mai unicamente dal suo Capo, ma è una struttura complessa che si ricostituisce rapidamente se il leader supremo viene a mancare.
L’Iraq di Saddam non era “cattivo” perché Saddam Husseyn era un evil man, l’Iran non è un membro dell’”asse del male” perché è diretto da alcuni imam sciiti particolarmente feroci, per non parlare del fatto che Teheran non è lo sponsor mondiale del terrorismo islamico, che anzi è fortemente sostenuto dai tradizionali amici sunniti degli Stati Uniti.
Lo psicologismo e il personalismo sono due gravissimi errori, per chi voglia occuparsi seriamente di strategia globale e di politica estera.
L’assassinio poi, sempre progettato dalla CIA, di Fidel Castro, non avrebbe distrutto il regime comunista cubano, ma anzi lo avrebbe ulteriormente radicalizzato contro gli Usa.
Ma quale è oggi la reale direzione strategica, consistenza, finalità del sistema nucleare nordcoreano?
E’ solo questa la domanda che ci dobbiamo davvero porre, sia per stabilire una trattativa realistica, che per comprendere la finalità geopolitica del sistema militare di Pyongyang.
Per le armi biologiche, le strutture nordcoreane preposte sono i tre Istituti di Ricerca Biologica, inseriti nella rete dell’Accademia nazionale delle Scienze, ed un Istituto per le Ricerche Mediche, interno all’Accademia della Difesa Nazionale.
Oltre a questi tre istituti, vi sono ben sedici enti che si occupano specialisticamente dei vari settori della ricerca sulle e per le armi batteriologiche.
Per quanto concerne le armi chimiche, esse sarebbero, oggi, per quantità, pari a 5000 tonnellate di materiale.
Gli enti coinvolti in questo settore della difesa dovrebbero essere ben 25-50, con almeno 5000 addetti in totale.
Per quel che riguarda infine le armi nucleari, la parte più nota dell’apparato militare nordcoreano, gli istituti e le organizzazioni politiche che le controllano sono, come spesso accade a Pyongyang, molti, complessi e interdipendenti.
Secondo una fonte dei Servizi di Seoul, le locations nucleari della Corea del Nord sarebbero circa un centinaio, mentre altre fonti parlano di 150 entità e siti collegati alla ricerca nucleare-militare di Pyongyang con un totale di 9000-15.000 addetti.
Gli istituti di ricerca coinvolti nel progetto N della Corea settentrionale sono 13, mentre l’uranio a disposizione dovrebbe oggi valere 26 tonnellate, estratte da almeno 10 miniere.
Altre fonti parlano di 33 chili di Pu-239 e di 175 chilogrammi di Uranio arricchito, il che dovrebbe corrispondere a 6-9 armi al plutonio 239 e 13-18 testate all’uranio arricchito.
Poche per essere una minaccia globale, come ritengono alcuni analisti statunitensi, sufficienti però per tenere in scacco la Corea del Sud e, soprattutto, il Giappone e le basi americane nel Pacifico meridionale.
Le tipologie missilistiche nordcoreane sono ormai ben tredici, con le ultime (Pukguksong 1 e 2, Hwasong-13 e 12, 14) che possono raggiungere obiettivi posti sino a 12.000 chilometri dal punto di lancio.
Altro obiettivo futuro, quindi, del sistema missilistico di Pyongyang è quello di porre lo stesso territorio Ovest nordamericano, quindi la costa del Pacifico degli USA, sotto minaccia strategica.
Tecnicamente, malgrado esistano forze militari statunitensi e sudcoreane specializzate nella destrutturazione dei siti per armi di distruzione di massa, la distribuzione delle risorse nucleari, batteriologiche, chimiche in Corea del Nord è tale da non facilitare il successo di operazioni per il debunking dei siti di Pyongyang.
Operazioni che sarebbero difficilissime anche in un contesto di crollo del regime nordcoreano.
Figuriamoci quindi cosa potrebbe accadere con infiltrazioni dal Sud per destabilizzare i siti del Nord.
L’unica soluzione per la stabilizzazione della penisola, allora, se la Corea del Nord dovesse implodere, risiede nelle Forze Armate e nella politica di Pechino.
La Cina, dovesse appunto implodere Pyongyang, vuole solo tre cose: la stabilità regionale, la creazione di uno stato cuscinetto tra il proprio territorio e la Corea del Sud (che probabilmente imploderebbe anch’essa) e, infine, la denuclearizzazione di tutta la penisola coreana, con l’espulsione successiva delle forze USA da Seoul.
Da ciò deriverebbe la rapida acquisizione, da parte delle Forze militari cinesi, di gran parte delle strutture nucleari e batteriologiche-chimiche nordcoreane.
Il confine sino-coreano è lungo e Pechino vi potrebbe installare dei campi profughi e, soprattutto, delle basi militari per entrare in profondità nella Corea del Nord.
Certamente, la tensione tra Pyongyang e Pechino è ormai palpabile e, quindi, la Cina potrebbe non essere, in futuro, il mediatore ideale tra la Corea del Nord e l’occidente.
Ma, se la situazione bilaterale tra Cina e Corea settentrionale peggiora, quella tra il regime di Kim Jong Un e la Russia sembra ancora buona, se non ottima.
Washington, e qui gli Usa sbagliano, non vede come importante il ruolo di Mosca nel sistema nordcoreano, mentre chiede insistentemente, da anni, il sostegno della Cina Popolare per chiudere, con un buon accordo, la questione coreana.
Tutte e tre le potenze, Cina, Stati Uniti, Federazione Russa hanno un evidente interesse a denuclearizzare tutta la penisola coreana.
Tutti e tre questi Paesi ritengono poi la proliferazione nucleare nordcoreana pericolosa, perché genera instabilità e innesca una ulteriore proliferazione in altre aree del meridione asiatico.
Ma qui basterebbe creare una trattativa con Pyongyang che si basa sull’accettazione dello status quo, permette il rientro della Corea settentrionale nella IAEA, con i relativi controlli, poi infine organizza il sostegno economico e umanitario per la popolazione nordcoreana, senza contare la definizione di una serie di progetti industriali e finanziari, per rimettere in sesto l’economia nordcoreana, in modo che il Paese si stabilizzi definitivamente.
Da parte di Pyongyang si dovrebbe accettare il blocco di ogni ulteriore armamento nucleare o biologico-chimico, un trattato di collaborazione nucleare, biologico e chimico con la Cina e la Russia, un trattato di pace con Seoul e il riconoscimento ufficiale degli attuali confini tra il Nord e il Sud della penisola coreana.
Per la Russia, inoltre, la questione nordcoreana è da risolvere subito, per evitare la proliferazione nucleare, evitare inoltre la presenza militare Usa a Seoul e altrove nell’Asia del Pacifico, rendere infine più efficace la collaborazione economica tra Mosca e Seoul.
Sia la Russia che la Cina vogliono la denuclearizzazione di tutta la penisola, lo sappiamo già, ma solo in modo pacifico e per mezzo di trattative politiche.
Ovviamente, la Cina intende evitare soprattutto ogni scontro militare regionale ai suoi confini, che avrebbe conseguenze catastrofiche per i suoi progetti economici e geopolitici, si pensi qui alla nuova Via della Seta progettata da Xi Jinping.
Per la Russia, una tensione militare tra le due Coree o tra Pyongyang e Tokyo sarebbe certamente un grave pericolo, ma non tale da minacciare direttamente il suo territorio.
Se, infatti, venisse a cadere lo scudo rappresentato dalla Corea del Nord, la Cina avrebbe ai suoi confini l’esercito Usa, con le ovvie conseguenze del caso.
Se, poi, lo stato nordcoreano implodesse, la Cina si troverebbe a doversi impegnare direttamente nella costituzione di una nazione cuscinetto per evitare sia il contagio della Corea del Sud che il confronto diretto con le forze statunitensi.
Per la Russia, una tensione militare tra le due Coree significherebbe un ulteriore inasprimento del confronto con Washington in altre zone del Pacifico; e Mosca vuole soprattutto la riedizione dei six party talks, mentre è probabile il prossimo invio, da parte di Putin, di uno special envoy a Pyongyang.
Se quindi gli Usa di Trump non escludono esplicitamente la soluzione militare della questione nordcoreana, né Mosca né Pechino saranno di alcuna utilità.
Anzi, la Russia vedrà nella nuova Corea del Sud solo l’ampliamento della rete strategica nordamericana, che ritiene il pericolo principale per la sua autonomia strategica.
Ma anche Pyongyang non vuole provocare un intervento nordamericano, ed infatti sottolinea, nei suoi testi e nei discorsi della sua dirigenza, l’utilizzo dei missili per bloccare le azioni giapponesi e, soprattutto, quelle che partano dalla base Usa di Guam.
Quindi: riaprire i six party talks, con un nuovo formato che privilegi la partecipazione russa e cinese, riaffermare l’accettazione di diritto dello stato della Corea del Nord, aprire all’economia cinese, europea, russa il regime di Pyongyang.

Giancarlo Elia Valori