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La cintura e la strada La geostrategia cinese del futuro

Nella visione strategica di Pechino, come peraltro accade anche nella filosofia tradizionale cinese, presente, futuro e passato tendono sempre a coincidere in una singola scelta.
Xi Jinping, nella sue iniziali proposte per la “Iniziativa della Cintura e della Strada”, ovvero, per usare la terminologia ufficiale, la Silk Road Economic Belt and the 21st Century Maritime Silk Road, che sono state delineate dal Presidente Xi in due occasioni, tra il Settembre e l’ottobre del 2013, parte infatti da due valutazioni, una strategica e una di immediato interesse.
La Via marittima, in effetti fu delineata per la prima volta dal Presidente cinese in un suo discorso al parlamento indonesiano, nell’ottobre 2013, mentre la Via della seta terrestre fu citata per la prima volta da Xi nelle sue visite di Stato in Asia Centrale, sempre nel settembre di quell’anno.
La prima idea strategica di lungo periodo è basata sul progetto di una Grande Eurasia, incentrata su Russia, Cina e sui grandi Paesi dello Hearthland, la “massa centrale mondiale”, come la chiamava Sir Halford Mackinder.
la seconda valutazione, più immediata, è la considerazione che il mondo non è ancora uscito dalla grande crisi economica iniziata nel 2008.
Il Tuono e il Fiume, l’attimo della concretezza immediata e l’infinito flusso del Tempo, per usare due concetti e immagini del Taoismo.
Ma dove passa la Via della Seta terrestre e quali mari allora collega la linea marittima?
Sono qui stati progettati, con molti particolari e grande attenzione alle caratteristiche locali, sei corridoi: il Nuovo Ponte Eurasiatico Terrestre, che va dalla Cina occidentale alla Russia dell’Ovest; e che collegherà in futuro la città di Lyanyungang, nella provincia di Jangsu, fino alla olandese Rotterdam.
Linea in grandissima parte ferroviaria, con un collegamento tra Bulgaria e Turchia e un inevitabile passaggio sul territorio iraniano.
Poi, vi è il Corridoio Cina-Mongolia-Russia, dalla Cina settentrionale alla Federazione Russa orientale, poi abbiamo ancora il corridoio Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale, dal territorio della Repubblica Popolare Cinese alla Turchia, quello che va sempre dalla Cina meridionale alla penisola indocinese, che termina a Singapore, quello Cina-Pakistan, dove nel porto di Gwadar, recentemente acquistato proprio dai cinesi, vi sarà uno dei collegamenti tra la Via terrestre e quella Marittima; poi abbiamo ancora il Corridoio Bangladesh-Cina-India-Myanmar, infine la lunghissima Via Marittima, che andrà dalle coste cinesi fino a Singapore e da lì verso il Mediterraneo.
Sul piano strategico e economico, i singoli progetti sono tanti e rilevanti; e vedono soprattutto Mosca attenta, insieme alla Cina, a costituire alleanze economiche e finanziarie che permettano un risultato geopolitico di grande rilievo, che è oggi lo stesso sia per la Russia che per la Cina: la diminuzione della pressione EU e NATO ai propri confini occidentali e meridionali e l’espansione correlata della zona di influenza eurasiatica, della Nuova Grande Eurasia appunto, verso il Mediterraneo e la stessa nostra penisola eurasiatica, l’Europa Occidentale.
Se gli USA non sono peraltro riusciti a chiudere gli accordi TTIP con l’UE, che ha trattato unitariamente questo dossier, Mosca e Pechino, con le due Vie della Seta, faranno alla UE e a tutta l’area mediterranea una proposta che non potranno rifiutare, pena il perdurare della attuale recessione economica, unita peraltro alle politiche di espansione monetaria sia nordamericana che della BCE.
Con le due Vie della Seta, Washington verrà drasticamente ridimensionata.
Le linee di Xi Jinping sulla “Belt and Road” vanno, infatti, verso la realizzazione del vecchio progetto maoista dei “Tre Mondi”: quello delle “periferie globali”, che avranno solo la Cina come faro e rappresentanza geopolitica e militare, del Primo Mondo che viene marginalizzato, anche militarmente, infine del Secondo Mondo, quello del vecchio universo sovietico, che il crollo dell”imperialismo revisionista”, come lo avrebbe chiamato Mao Zedong, ha reso alleato stabile della nuova geopolitica cinese.
La Federazione Russa, peraltro, ha già costituito, fin dal 2001, una Comunità Economica Eurasiatica con Bielorussia, Kazakhistan, Kirghizistan, Tagikistan; poi la Bielorussia e il Kazakhistan hanno costituito una unione doganale nel 2010, nell’anno successivo quei Paesi, infine, hanno siglato una Dichiarazione sulla Integrazione Economica Eurasiatica e un nuovo trattato che stabilisce la Commissione Economica Eurasiatica.
Nel 2012 vi è stata, inoltre, la decisione di dare inizio alla Unione Economica Eurasiatica.
L’ulteriore processo di integrazione avrà come centro la Shangai Cooperation Organization, l’ASEAN e quindi le due “Iniziative” cinesi.
Tutto per limitare i danni della recessione mondiale ma, soprattutto, per diluire gli effetti delle sanzioni occidentali contro la Federazione Russa.
Putin vuole unire rapidamente tutte le iniziative di integrazione strategico-economica in un solo processo, il che peraltro ottimizzerebbe gli effetti anticiclici di tutte e tre e creerebbe l’occasione di una “fase eurasiatica” della politica russa, una fase che Vladimir Putin ha già annunciato.
E’ bene notare, però, che la Cina, proponendo le due Vie della Seta integrate tra di loro, non intende affatto creare meccanismi politici vincolanti, né tantomeno ricostruire intorno a Pechino una serie di zone cuscinetto militari e strategiche.
Xi Jinping è stato chiarissimo al riguardo.
Tutt’altro, infatti: la Cina vuole chiaramente una integrazione orizzontale, non verticale, e chiarisce sempre che nelle due Vie non vi è alcun progetto egemonico.
Né politico in senso stretto.
Anzi, si tratta casomai di porre fine all’”egemonismo” Usa, non di crearne altri.
I dati macroeconomici, peraltro, sono già molto interessanti: gli scambi economici all’interno dell’area SCO, se vediamo i dati del 2014, si sono moltiplicati di ben dieci volte.
E’ bene qui ricordare che l’area SCO (Russia, Cina, Afghanistan, Kazakhistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India, Iran, Mongolia, Pakistan) ospita 3,92 miliardi di persone (dati 2014-2015) ovvero il 54,4% della popolazione mondiale, la quale genera un PIL aggregato che è il 32,2% del prodotto interno lordo mondiale.
La Via della Seta economica, è bene notarlo, inizia in Xingkiang (ecco l’importanza e il pericolo mortale rappresentato dal jihadismo uighuro) e arriva al Mar Caspio, quello Baltico, il Mar Nero, l’Ucraina e la Romania fino all’Europa e al Mediterraneo.
Nella riunione di questo Maggio, sono stati presenti al Forum di Pechino oltre trenta capi di Stato e di governo, esperti da centodieci Paesi, compresi gli USA, 65 Paesi sono poi già direttamente interessati alle operazioni, mentre si sono unite al progetto, proprio in quei giorni, molte nazioni dell’America Latina.
L’America Meridionale non vuole più avere le “vene aperte”, come recitava il titolo di un vecchio e famoso libro di Eduardo Galleano.
Xi Jinping ha poi promesso altri 100 miliardi di yuan (14,5 miliardi di Usd) di nuovi investimenti nelle vie, mentre sempre la Cina finanzierà con 60 miliardi di yuan (8,7 miliardi di Usd) i Paesi e le organizzazioni internazionali che partecipano al progetto creando infrastrutture.
Pechino, inoltre, ha già impegnato nelle due Vie 250 miliardi di yuan in prestiti della China Development Bank, altri 130 miliardi della Export-Import Bank of China, altri due miliardi di aiuti alimentari e un miliardo di Usd per il fondo di cooperazione Sud-Sud.
Il totale è quindi di ben 480 miliardi di yuan, mentre la Federazione Russa ha sostituito dal 2015 l’Arabia Saudita come primo esportatore di petrolio verso la Cina, regolando i pagamenti con le due divise nazionali ed evitando quindi il ricorso al Dollaro.
Negli ultimi sette anni le esportazioni russe di petroli in Cina sono più che raddoppiate, con 550.000 barili/giorno, mentre l’area di utilizzazione della valuta USA si restringe sempre più: oggi solo nel Terzo Mondo la valuta nordamericana regna ancora sovrana, ma è anch’esso un fenomeno destinato a durare ancora per poco tempo.
Un debito pubblico nordamericano da 20 trilioni, la Federal Reserve che tende a far aumentare gli interessi proprio in un mondo di tassi a zero o addirittura negativi, una spesa pubblica prevista in aumento con la presidenza Trump, siamo quindi ancora tutti alla vecchia battuta di John Connolly, vecchio capo della FED nel 1971: “il dollaro è la nostra moneta ma è il vostro problema”.
A livello del commercio mondiale, il dollaro si è rafforzato, negli ultimi tempi, di circa il 25%.
E’ oggi al 40% in più rispetto alle valutazioni del 2011.
Goldman Sachs afferma, poi, che il dollaro è largamente sopravvalutato rispetto alle altre grandi monete.
E il 60% dell’economia globale è ancora in qualche modo legata al corso della valuta statunitense.
Non si ripropone più, quindi, il “dilemma di Triffin”, ovvero quel meccanismo secondo il quale fino a che la divisa USA rimane la riserva mondiale, gli scambi e la produzione creano una domanda aggiuntiva di dollari.
Ma, se ciò accade, si dovrebbe avere un costante deficit nella bilancia dei pagamenti nordamericana, creando una pressione su quella valuta e rendendola progressivamente sempre meno necessaria per gli scambi.
Ora siamo in una situazione similare, anche se Triffin si si riferiva ad un contesto ancora regolato dagli Accordi di Bretton Woods.
Peraltro, proprio l’entrata della moneta cinese nel sistema dei Diritti Speciali di Prelievo della Banca Mondiale, nel 2016, permette oggi una maggiore fluttuazione dello yuan e, soprattutto, proprio per questa sua capacità, lo yuan libero è un modo eccellente per internazionalizzare ulteriormente l’economia cinese.
Le fasi di questo processo sono già segnate: nel 2010 il Presidente della Banca Mondiale Zoellnick ipotizza un nuovo sistema finanziario mondiale basato sull’oro, quello che Keynes chiamava il “residuo tribale” dell’economia.
Nel 2012, l’Iran accetta lo yuan in pagamento per il suo petrolio.
Nell’anno successivo, è proprio la banca di emissione cinese che afferma di non aver più bisogno di accumulare riserve in valute straniere, nel 2014 si può inoltre comprare, alla borsa di Shangai, oro con lo yuan; e l’anno successivo Mosca accetta in pagamento lo yuan per le sue forniture petrolifere alla Cina.
E le riserve auree della banca di emissione di Pechino sono aumentate, secondo le dichiarazioni ufficiali, di quasi il 56%, negli ultimi tre anni.
Ecco, se mettiamo insieme tutti questi dati, e ne valutiamo il rilievo strategico, capiamo allora quanto la Via della Seta, la Belt and Road Initiative cinese e globale insieme, sarà il paradigma geopolitico, economico e finanziario del prossimo futuro.


Giancarlo Elia Valori