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Una Europa da rifare

Finalmente viene riconosciuta ufficialmente l’esistenza di una “questione europea”, ma non vengono individuati i contenuti da affrontare sul piano politico. La Brexit, Trump che incombe e Le Pen incombente, solo per citare alcuni fatti, hanno suonato la sveglia, ma il Rapporto Juncker conferma che, salvo un generico riconoscimento che l’Unione Europea è qualcosa di diverso da un mercato comune, cosa che sapevamo, non emerge niente di nuovo.

Anzi si rafforza il vecchio, con dispute sui centesimi di sforamento dei deficit e indicazioni persistenti sui pericoli dovuti all’ampiezza del debito pubblico e non dell’andamento dell’economia sottostante. L’Europa non sarà un mero mercato comune, ma non è certo un’unione tra eguali; è diventata una contabilità pubblica tenuta all’estero da un gruppo di burocrati che applicano alla lettera gli accordi. Ora che l’inflazione aumenta, le cose si complicheranno ancor più.

In questo clima si celebreranno i festeggiamenti per il 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma. Ci sarebbe da festeggiare se il clima politico non fosse decisamente cambiato. È pur vero che i Trattari del 1957 sono padri dei Trattati che si sono susseguiti, ma sono anche quelli che hanno creato benessere e coesione sociale ammirevoli, perché si erano limitati a fare ciò che era nell’interesse di tutti: ampliare i mercati di sbocco e, con essi, il reddito e l’occupazione dei 6 paesi firmatari. Il loro successo attirò di seguito e a più riprese l’adesione di altri 20 paesi, dando vita a un convulso e poco meditato ampliamento di mercato e di ambizioni politiche di fronte a eventi epocali, come il crollo del comunismo sovietico e l’avvio della globalizzazione.

I Trattati che vennero dopo furono forzature di un’alleanza che aveva perso le sue solide radici ed era alimentata da ideali e ambizioni che si scontrarono con la realtà. Ciò ha prodotto un rovesciamento dei rapporti tra gruppi dirigenti e popolo, rafforzando solo apparentemente i primi e indebolendo i secondi. La Brexit e la crescita dei movimenti nazionali antieuropei hanno evidenziato che questo indebolimento è foriero di fascismo, in salsa moderna, ma fascismo rimane nella sua concezione sociale e nei suoi sviluppi pratici. È semplicistico e comodo dare la colpa al popolo per quanto sta accadendo, mentre sono i gruppi dirigenti che non sono capaci di dare una risposta ai problemi della gente; chi altro dovrebbe farlo?
Le soluzioni tecniche ci sarebbero. Le riassumo brevemente.
La Banca Centrale Europea deve avere poteri di intervento pari a quelli delle altre principali banche centrali, come intervenire sui cambi, finanziare il Tesoro in piena autonomia e svolgere funzioni di lender of last resort. I debiti pubblici debbono e possono essere protetti dagli attacchi speculativi e, quindi, dagli oneri degli spread, con piani di rientro a lunga scadenza e a rendimenti bassi concordati con la BCE. Va realizzato un grosso piano di interventi infrastrutturali sotto controllo della Commissione e appalti internazionali nei luoghi dove essi sono carenti e dove è più elevata la disoccupazione. Vanno equiparati i trattamenti fiscali tra i paesi membri, se si vuole solo parlare di mercato unico e di moneta unica. Va creata una scuola europea di ogni ordine e grado. Pur mantenendo aperta la speranza che vengano indicate simili soluzioni, resta il timore che sarà una fiera delle parole. Se non si vuol dare un contenuto preciso alla questione europea, significa che non si vuole un’Europa unita. Allora, con grande rammarico, si deve prendere atto che va ordinatamente disunita, non farla realizzare sotto la spinta della speculazione. Anche per questa soluzione si dispone di tecniche adatte. Mancano però i leader che realizzino il rilancio o la chiusura dell’esperienza. Certamente nel corso della celebrazione dei Trattati di Roma i Padri fondatori si agiteranno nelle loro tombe al sentire ciò che verrà detto per rifugiarsi nel passato e giustificare l’inazione del presente.