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Un nuovo modello di cooperazione internazionale

 

Sta avvenendo nel mondo oggi una nuova ripartizione dei potenziali strategici, geoeconomici, militari e politici.

Dobbiamo quindi orientare questi nuovi meccanismi nella direzione dello sviluppo pacifico, omogeneo e stabile del mercato-mondo e del sistema-mondo.

 Altrimenti, e anche qui vi sono segni evidenti di una possibile guerra, tutto il nostro sistema globale crollerà, senza produrre alternative possibili.

 Le linee di faglia di questo nuovo ordine mondiale, ben diverso da quello che gli USA hanno impostato dopo la fine dell’egemonia sovietica nel Terzo Mondo, sono in gran parte delineate dalle grandi alleanze regionali.

 La guerra oggi è per conquistare le faglie, i territori di confine, le Rimland.

 Pensiamo all’APEC, Asia Pacific Economic Forum, nato proprio nel 1989 e formato ormai da 21 Paesi, tra cui la Cina e gli USA, oltre al Giappone, che è il punto di passaggio per l’integrazione economica dell’asse Asia-Pacifico, un’area con un elevatissimo potenziale economico e strategico sul piano mondiale.

 Oppure possiamo riferirci all’ASEAN, Association of South East Asian Nations, nata nel 1967 e che ha oggi undici membri, ponte principale tra Asia e Europa, che in parte si sovrappone, per i suoi componenti, all’APEC.

  Né possiamo dimenticare il CAEU, Council of Arab Economic Unity, nato nel 1964 tra ben diciotto nazioni dell’Africa e del mondo arabo, per favorire, anche qui, l’integrazione economica regionale.

 Poi abbiamo il CARICOM, Caribbean Community, nata nel 1973 sul modello del Mercato Unico Europeo, magari arrivando anche  ad una prevista unione politica, secondo il piano  già approvato dai Paesi membri, che si realizzerà tra il 2018 e il 2020.

 Non dobbiamo nemmeno dimenticare l’ECOWAS, Economic Community of West African States, nata nel 1975 e oggi trasformatasi da strumento di integrazione economica a meccanismo di riforma istituzionale e politica nell’area, basti qui pensare al ruolo di ECOWAS nel recente golpe in Ghana.

 Dovremmo parlare anche della NATO, ma tratteremo l’argomento in seguito, ma non dobbiamo alla fine dimenticare nemmeno la SADC, Southern African Development Community, nata nel 1992 e mercato comune regionale ma, oggi, anche strumento di trasformazione politica dell’area, con undici stati membri.

 Ecco, si tratta di alleanze economiche nate per, simultaneamente, sfruttare la globalizzazione, offrendo manodopera a basso prezzo e una serie di infrastrutture e, insieme, resistere alla globalizzazione, bloccando gli inevitabili tentativi di ogni Stato nel ricorrere alla regola del beggar thy neighbour, impoverisci il tuo vicino.

 Sono tutte alleanze regionali nate in zone precedentemente disomogenee per fedeltà geopolitica, tipo di sviluppo, potenziale economico, relazioni con gli Stati Europei o gli USA.

 Ovvero, tutte le alleanze di cui abbiamo parlato sopra sono alleanze delle Rimland, delle aree periferiche che circondano le masse geopolitiche vere e proprie: lo Hearthland russo-cinese, con le appendici indiana, iraniana verso il Grande Medio Oriente, e eurasiatica, verso la nostra penisola europea; poi l’Africa, e le aree periferiche del Pacifico, non a caso con molte alleanze economiche incrociate, infine gli USA e il Canada con la appendice dell’America Latina.

 La Cina vuole l’egemonia nel Pacifico, ma ha un accesso difficile a quell’Oceano, la Federazione Russa ha disarmonie economiche e strategiche tra le sue vaste regioni, l’Europa sta decidendo di andare in pezzi, favorendo simultaneamente sia gli USA che la Federazione Russa, l’India programma un futuro geopolitico da egemone nell’area himalayana e da power broker globale in tutti i mari asiatici, in collegamento con il Mediterraneo.

 Il Mare Nostrum, futuro hub globale, è in mano alla destabilizzazione più radicale, tra jihad e controjihad, tra Stati nazionali sempre più deboli e militanza ormai di massa nell’islamismo “della spada”.

 In questo sistema geopolitico di tipo classico si delinea infine una nuova sequenza di guerre commerciali e economiche.

  Giustamente Xi Jinping ha affermato,  nel recente incontro di Davos, che “nessuno ha da guadagnare dalle guerre commerciali”.

 La Cina esporta negli USA più di quanto gli Stati Uniti esportino in Cina.

 Quindi, nessuno dei due ha da guadagnare da una guerra commerciale, ma è probabile che chi ci perderebbe di più sarebbero gli americani.

 E Pechino controlla soprattutto le catene globali della componentistica, che oggi vale l’80% dell’interro flusso mondiale delle merci.

 Si pensi qui al caso dell’ elettronica fine.

 E’ stata infatti  la rapida  caduta dei prezzi dei trasporti a permettere, poi, alle grandi imprese globali  di frazionare le supply chains tra diversi Paesi, molti dei quali appartenenti alle reti e alle associazioni di cui abbiamo già parlato.

 Le Rimland non sono quindi più tali, e si stanno correlando ai Paesi che definiscono le loro produzioni primarie: la rete del Sud Est asiatico va verso la Cina e, in parte, l’India, il Medio Oriente si sta unendo all’asse Russia-Cina (Iran) o a quello nordafricano, l’America Latina si ritroverà spartita tra gli USA, l’UE e la Cina, che vuole unire le due sponde del Pacifico.

 Una guerra commerciale tra Cina e USA, con l’elevazione di barriere commerciali simmetriche, genererebbe una forte pressione inflazionistica in America, seguita da una politica della Federal Reserve che deve aumentare progressivamente i tassi di interesse, più di quanto non serva all’economia di Washington.

 La soluzione potrebbe essere un nuovo trattato commerciale bilaterale tra USA e Cina, che permetta alle imprese americane l’accesso all’immenso mercato cinese e alla Cina l’aumento dei suoi investimenti diretti nel mercato americano.

 E non dimentichiamo che l’America ha forti deficit commerciali con gran parte dei suoi partner commerciali in Asia, solo il surplus del Vietnam con gli USA rappresenta il 15% del PIL di Hanoi.

 E’ probabile che, nel prossimo futuro, il Presidente Trump voglia rivedere i rapporti commerciali anche con l’India, l’Indonesia, la Malesia, ma certamente un paese che gestisce deficit commerciali così grandi, come oggi gli Stati Uniti, è fortemente vulnerabile a ogni tipo di guerra economica d’attacco.

 L’Euro e l’UE hanno subito, e ancora subiranno, guerre monetarie e commerciali che sono facili da prevedere: la crisi continua della Grecia, che permetterà alla Unione di perdere il suo fianco sud strategico, a tutto vantaggio di Russia, Cina, Arabia Saudita e Turchia;  e la “guerra dello spread” tra Francia e Germania, e qui non aggiungiamo, per carità di patria, il declino italiano e la nuova autonomia spagnola, tra tentazioni latinoamericane e progetti nordafricani.

 Anche nei Balcani, Zagabria impone restrizioni non tariffarie alla Macedonia, mentre vi è una evidente guerra commerciale in corso tra gli USA e la Germania.

 Mentre gli americani, giustamente, pensano che l’Euro sia un Marco tedesco sottostimato, che permette a Berlino di sfruttare sia i Paesi UE che gli stessi Stati Uniti.

 In America, gli europei quindi attaccano alcune piattaforme tecnologiche, come Apple o Google, e di conserva gli USA attaccano le auto europee e soprattutto tedesche con la questione delle emissioni.

  Le guerre commerciali di oggi si fanno con la strategia indiretta e sono soft, anche se sono spesso pesantemente diffamatorie.

  Sul piano finanziario, molte multinazionali acquistano il colossale debito pubblico di alcuni Stati più piccoli e deboli (e questo vale anche per l’Italia) poi lo cartolarizzano, nascondendone quindi la fonte;  e infine lo rivendono, il tutto al riparo dei loro paradisi fiscali.

 Anche questa è guerra commerciale, di nuovo tipo ma ancora più feroce di quella tradizionale, magari con le “navi nere” del commodoro Perry ad aprire ai commerci USA il Giappone, come accadde nel 1853.

 Per non parlare del dumping fiscale, che attrae investitori di grande rilievo in un Paese ma lascia a secco le altre nazioni, costrette dal loro debito pubblico o dalla cattiva valorizzazione dei loro titoli di debito pubblico a tenere alte le tasse sulle imprese.

 Le politiche di austerità, poi, rendono la tassazione regressiva: paga un po’ di più quello che guadagna meno.

 E i mercati di conseguenza si restringono, con evidenti effetti a cascata sulla fiscalità e sul tasso di sviluppo.

 Inoltre, i punti di crisi puramente geopolitica e militare sono ben noti ma sono, tutti, di fatto, tentativi di acquisire territori periferici per raggiungere un obiettivo di controllo delle reti commerciali, delle aree di produzione comparativamente più efficienti, della estrazione delle materie prime e dei debiti pubblici.

 L’Ucraina, per esempio, potrebbe essere invasa dalla Federazione Russa e obbligare la NATO ad una controffensiva.

 Da non dimenticare anche la questione delle isole Senkaku-Diaoyo, punto di tensione tra Giappone e Cina per il controllo del Pacifico, isole che sono ricchissima  area di pesca e possibile campo petrolifero.

  Non si deve poi  trascurare il fatto  che gli USA sono obbligati, dai trattati militari immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, a sostenere con le loro FF.AA. il Giappone e gli altri Paesi che sarebbero certamente  minacciati dalle operazioni cinesi sull’arcipelago Senkaku Diaoyo.

 C’è infine da studiare la futura tensione tra Cina e Russia sul loro confine orientale, che potrebbe diventare incandescente data la demografia di Pechino e la debolezza, su questo fronte, della Russia.

 L’Iran non sa ancora se vuole rimanere a sfidare la potenza sunnita di Ryiadh con le armi e la “strategia indiretta” dell’unificazione dell’Islam sciita, oppure espandersi nell’area, sempre sciita, dell’Asia Centrale, fino all’Afghanistan ed oltre.

 Non può volere entrambe le cose ma, qualunque cosa deciderà Teheran, avrà un rilievo militare.

 La Corea del Nord vuole la stabilità del suo regime e la sicurezza dei suoi confini, oltre che investimenti esteri per stabilizzare la sua economia.

 Anche qui avremo un punto di tensione, che la Cina non ha più l’intenzione di sostenere a lungo, ma casomai di spegnere, e questo è un ulteriore elemento di instabilità nell’area.

 Cosa fare? Andare subito ad una stabilizzazione degli equilibri monetari, con una divisa stabilita, in percentuali definite, da Dollaro USA, Renmimbi cinese, Euro, Rublo, Rupia indiana e moneta giapponese.

 Questo automaticamente ridisegnerà le linee del commercio mondiale, evitando le trade wars che sopravvivono nelle aree periferiche, per conquistarle.

 Dovremo poi pensare ad una sorta di “catasto dei titoli” finanziari a livello globale.

 Così come il catasto dei terreni e la loro esatta misurazione ha permesso la nascita della fiscalità moderna negli Stati nazionali, nello stesso modo l’integrazione tra le varie banche dati per le transazioni di tutti i tipi di titoli finanziari potrà consentire una nuova fiscalità, tale da evitare molti degli attuali failed states.

Giancarlo Elia Valori