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Israele e Arabia Saudita

 

In Siria, dal 24 Febbraio scorso, l’Iraq ha compiuto il suo primo bombardamento contro l’Isis, nell’area di Abu Kemal, ma il supporto tattico e informativo  alle forze di Baghdad lo hanno dato Mosca e l’Iran, non gli USA, che pure hanno tacitamente permesso le operazioni.

 Il che significa, peraltro, che Putin ha perso, per così dire, la pazienza e teme il nuovo frazionismo del potere a Washington, tra la Presidenza di Donald Trump e le agenzie di intelligence ormai schierate contro il nuovo Presidente; e quindi va avanti nelle sue operazioni in Siria con il sostegno dell’Iran e non, come prima era stato previsto proprio dai Servizi russi, con quello degli Stati Uniti.

 E ancora, si suppone che gli USA non accettino il ruolo primario delle forze turche nella presa di Raqqa, la capitale del cosiddetto “califfato”; ma il ministro degli Esteri di Ankara Mevlut Cavusoglu, dopo la presa turca della città di Al Bab nel nord della Siria, ha annunciato che le forze armate turche continueranno le azioni verso Raqqa con il sostegno di Francia, Gran Bretagna, Germania, senza nemmeno citare gli USA.

 Se quindi Washington sarà espulsa di fatto dal quadrante siriano, sarà irrilevante nel Grande Medio Oriente, se sarà effimera nel Grande Medio Oriente, l’America sarà del tutto marginale in Europa e, se Washington mancherà dall’Europa, non sarà un problema per la UE, che nemmeno se  ne accorgerà, irrilevante anch’essa com’è, ma gli USA saranno comunque  inesistenti nel Maghreb e in Asia Centrale.

 Per la politica estera della UE, non sarà un pericolo l’assenza di Washington, la politica estera europea non esiste già nemmeno ora, figuriamoci in futuro-

 Ma per la Russia e per la Cina significherà il “via libera” per la grande Eurasia programmata da Mosca e per la nuova Via della Seta, la Road and Belt Initiative, pensata da Pechino fin dal 2013.

 In tutti e due i casi, si tratta della fine del nesso UE-USA come oggi lo conosciamo, ma a Bruxelles non se ne è ancora accorto nessuno, lasciamoli dormire.

 E’ proprio in questo contesto che va visto il rapprochement tra Israele e l’Arabia Saudita.

 Tra il 21 e il 22 Febbraio scorsi, proprio mentre gli USA segnalano la loro debolezza in Medio Oriente e altrove, il capo dell’intelligence saudita, Khalid bin Ali al Humaidan, ha fatto visita, in gran segreto, sia a Ramallah che a Gerusalemme.

  Al Humaidan, recentemente nominato nel ruolo di capo del principale servizio segreto del Regno saudita, non appartiene, ed è la prima volta che ciò accade, alla rete dei più importanti principi della famiglia Al Saud, i “sette Sudayri”, ma emerge unicamente attraverso una brillante carriera militare.

 I Servizi sauditi sono, infatti, molto preoccupati dal progetto, autorizzato poche settimane fa dalla Guida Suprema iraniana Ali Khamenei e anche dal Presidente di Teheran Rouhani, quello che gli occidentali definiscono stupidamente un “riformista”, un progetto che le FF.AA. iraniane definiscono Prima Riyadh.

  Si tratterebbe, per gli iraniani, di aggiungere altri 100 chilometri alla gittata dei  loro SCUD-C e SCUD-D, che è oggi rispettivamente di 600 e 700 chilometri, per permettere al missile di raggiungere  direttamente la capitale saudita.

  L’operazione  di Teheran è messa in atto, oggi,  presso la base di Al Ghadi nell’area di Ganesh, a circa 48 chilometri dalla capitale della repubblica sciita.

 Al Ghadi è a pochi chilometri da Hamadan, la base che Teheran ha concesso all’aviazione russa che, peraltro, è stata già abbandonata dall’aviazione di Mosca, con qualche rimostranza da parte dell’Iran, lo scorso agosto.

 La strategia della repubblica sciita è quindi chiara: invece di accettare diversioni o multipli conflitti regionali per procura, Teheran colpirà subito e direttamente il regno saudita con una salva missilistica tale da bloccare i suoi centri decisionali e gran parte della sua economia.

 D’altra parte, proprio il 4 Febbraio scorso gli Houthy, i ribelli sciiti dello Yemen, hanno attaccato con un missile di tipo Borkan (ovvero Vulcano 1) che possiede  autonomia media di 800 chilometri, il campo saudita di Al Mazahimiyah, a 40 chilometri  ovest di Riyadh.

 Il Borkan 1 è un missile balistico tattico sviluppato sul modello dell’R-17 Elbrus sovietico, ma non è molto probabile che questo missile a media gittata e a propellente solido sia stato lanciato proprio dagli Houthy, piuttosto si tratta invece della prima prova iraniana del nuovo SCUD a gittata maggiorata.

 Cosa mai avrà detto il capo dei Servizi sauditi ai  dirigenti palestinesi riuniti a Ramallah?

 Avrà certamente detto agli eredi dell’OLP di smetterla di rafforzare i loro legami con Teheran.

 Hamas e le Brigate Al Qassam hanno, fin dal 2014, pubblicamente affermato il loro rapporto politico-militare con la repubblica sciita, anche se Hamas è una emanazione della Fratellanza Musulmana sunnita che, pure, è da sempre il nemico sunnita numero uno del regno degli Al Saud.

 Se precedentemente  Hamas aveva rotto con Teheran, nel 2012, nella fase della stupide “Primavere Arabe” e sostenendo la legittimità politica del presidente Hadi in Yemen; oggi Haniyeh, il capo di Hamas nella striscia di Gaza, vuole il rapporto preferenziale con l’Iran per il suo appoggio finanziario e militare, mentre svanisce quello saudita e degli Emirati.

 E ciò  avviene  anche se i dirigenti  di  Hamas accetterebbero in prima istanza e preferenzialmente il sostegno del Regno.

Appoggio alla lotta palestinese che, però, oggi non arriva “per cause interne al regime di Riyadh”, come dicono le nostre  fonti nella Fratellanza Musulmana nei Territori Palestinesi.

 Vi è già stato, peraltro, un incontro tra delegazioni iraniane e palestinesi a Bruxelles, a metà del mese di Febbraio 2017.

 E’ questo incontro che ha allertato l’intelligence saudita.

 La delegazione iraniana era stata tutta nominata direttamente dal Presidente Rowhani, il “riformista”, mentre quella palestinese era diretta da Jibril Rajoub, che probabilmente Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, nominerà suo vice nei prossimi giorni.

 Rajoub è “persona non grata”  per la Giordania, è emerso come leader al Congresso di Al Fatah del 2016 a Ramallah, non può entrare nemmeno in Egitto.

 A Gerusalemme, il capo dei Servizi sauditi avrà parlato invece delle questioni afferenti alla prossima conferenza sul Medio Oriente proposta da Trump e dal primo ministro israeliano Netanyahu nel loro ultimo incontro.

 Ma qual è, comunque, il rapporto attuale tra Israele e le petromonarchie del Golfo?

 Gerusalemme ha mandato, lo ricordiamo,  la sua prima missione diplomatica negli Emirati Arabi Uniti il 27 Novembre 2015, ad Abu Dhabi.

 Ovviamente, sia per gli Emirati Arabi  Uniti che per l’Arabia Saudita il rapporto con lo stato ebraico è funzionale al contenimento dell’Iran, nemico acerrimo di entrambi.

 Ma c’è l’economia e, soprattutto, la tecnologia evoluta, essenziale per la diversificazione economica delle petromonarchie sunnite.

 Il Qatar ha perfino tentato di mettere recentemente  in atto alcuni canali diplomatici non ufficiali con Israele, canali che erano stati interrotti dopo le azioni militari di Gerusalemme nella Striscia di Gaza del 2008-2009.

 I sauditi e le altre petromonarchie del Golfo sono sempre meno interessate ai palestinesi, ma sempre più avide allora  di tecnologia di punta israeliana, che gli USA o non hanno o non vogliono concedere.

 Fin dalla Guerra dei Sei Giorni, la dirigenza dello Stato Ebraico giocava le concessioni ai palestinesi per diluire la minaccia che gli Stati arabi ponevano alla sua stessa sopravvivenza.

 La diplomazia di Gerusalemme ha sempre usato, poi, il modello della normalizzazione dei rapporti con la Giordania del 1994 per proporre azoni similari con gli altri Paesi della Lega Araba.

 E, negli anni, il sostegno del Qatar ad Hamas e dei sauditi all’intera area militare e politica palestinese è diventato sempre meno appassionato e rilevante.

 Il motivo primario è la colossale corruzione che impera nei Territori, che impedisce di fare affari anche ai referenti sauditi e degli emirati; mentre l’equazione strategica di Riyadh è sempre più rivolta verso l’Egitto di Al Sisi, feroce nemico della Fratellanza Musulmana, piuttosto che verso Hamas, che della Fratellanza è il braccio armato palestinese e, quindi, direttamente operativo nel Sinai.

 Oggi, il sostegno dei sauditi e degli Emirati ai Palestinesi è sempre più tattico e vago, salvo evitare che l’Iran si prenda tutto il fiorente mercato degli “aiuti” alle forze militari della Autorità Nazionale Palestinese.

 Riyadh non vuole il rapporto sempre più stretto tra Mahmoud Abbas e gli iraniani, né  peraltro vuole sostenere una lotta militare contro Israele; e qui si noti l’assenza di Re Salman Al Saud dalla riunione del 25 luglio 2016 in Mauritania della Lega Araba, summit incentrato proprio  sulla questione palestinese.

 Già oggi i prodotti ad alta tecnologia israeliani  e le tecnologie evolute per l’irrigazione sono entrate nel Regno tramite compagnie “terze”.

 Nel 2011, alcune compagnie israeliane hanno venduto tecnologia militare per 300 milioni di Usd agli Emirati, mentre i membri del Consiglio di Sicurezza del Golfo  utilizzano tecnologie prodotte dallo stato ebraico per mantenere la sicurezza nei loro pozzi di petrolio.

 Nel 2009, Riyadh ha perfino testato le sue difese aeree per verificare l’eventualità di un attacco israeliano all’Iran lanciato dal suo territorio, mentre il 53% dei cittadini sauditi vede, e sono dati del 2015, l’Iran come minaccia primaria, mentre Israele è considerato il nemico n.1 solo dal 18% dei cittadini del Regno.

 Peraltro, Israele ha pubblicamente sostenuto la concessione egiziana delle due isole nel Mar Rosso ai sauditi nell’Aprile 2016, mentre la correlazione strategica primaria che interessa ad Israele è quella che riguarda il contrasto saudita o comunque sunnita alla penetrazione dell’Iran nell’universo palestinese.

 Aziende derivanti dallo spin off dei Servizi israeliani vengono utilizzate dai sauditi per scandagliare il deep web, mentre gran parte della cybersecurity, negli Emirati,  è di derivazione israeliana.

 Sei miliardi di Usd in infrastrutture per la sicurezza sono stati recentemente spesi, sempre dagli Emirati, utilizzando ingegneri dello stato ebraico e società riconducibili a imprenditori israeliani.

 Il tramite principale di queste relazioni, almeno a livello governativo, è Ayub Kara, un arabo-israeliano di fede drusa che è oggi ministro presso il gabinetto di Netanyahu.

 E’ un uomo del Likud, che non si fa nessuna illusione sul fine strategico dei possibili “amici” di Israele nella regione mediorientale.

 Il punto di partenza per le nuove reti tra Riyadh e Gerusalemme  è il Red Sea-Dead Sea Conveyance Project.

  Il “Canale dei due mari” porterà acqua potabile da Aqaba a Lisan, nel Mar Morto, acqua disponibile per la Giordania, per Israele e per i Territori Palestinesi, oltre a poter generare energia elettrica,  si trova integralmente su territorio giordano e verrà finanziato dal governo di Amman e da alcuni donatori internazionali.

La costruzione dovrebbe iniziare l’anno prossimo, e Kara, in particolare, sostiene la valorizzazione del porto di Haifa per il trasporto delle merci verso l’UE e la Turchia, oltre a immaginare un ruolo per il porto israeliano verso l’Arabia Saudita e la Giordania.

Un altro progetto israeliano al quale i sauditi sono interessati è la vecchia pipeline del Mar Rosso, una vecchia rete di 50 anni fa, costruita in collaborazione con lo Shah iraniano, da Eilat fino ad Ashkelon.

Evita il canale di Suez ed abbatte quindi molti costi di trasporto e politici del petrolio verso l’Europa e gli USA.

L’anno scorso una corte svizzera ha però accordato  all’Iran 1,1 miliardi di Usd per il mancato guadagno, ma Gerusalemme si rifiuta di pagare l’Iran, come è facile immaginare.

Altre aziende israeliane del comparto sicurezza hanno venduto agli Emirati sistemi integrati per il controllo delle reti e dei flussi di persone, sistemi che servono anche per la supervisione remota dei pellegrinaggi alla Mecca e a Medina.

Le nuove coordinate strategiche del Grande Medio Oriente, quindi, saranno da un lato la gestione iraniana delle minoranze sciite in Bahrein, Yemen, Afghanistan, Arabia Saudita e Siria, dall’altro l’apertura dei sauditi ad ogni nemico dell’Iran che sia nell’area.

Gli USA continueranno la loro fuoriuscita dal sistema mediorientale, i russi diventeranno i veri e unici broker del potere militare e degli equilibri nella mezzaluna fertile, Israele creerà, se non vi saranno prossime crisi militari ai suoi confini oltre quella siriana, il punto di riferimento sia di Mosca che del mondo sunnita, orfano di Washington.

L’Europa sarò, come oggi, irrilevante e priva di idee.

Giancarlo Elia Valori