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L’ultimo lancio dalla Corea del Nord

Domenica scorsa, al mattino presto, il comando unificato degli Stati Maggiori di Pyongyang ha annunciato il lancio di un missile balistico a medio raggio.

 Il suddetto missile, della tipologia che ha portato nello spazio il satellite   Kwangmyonsong 4 nello scorso anno, proprio l’otto febbraio, ha un significato strategico, politico e simbolico ben chiaro.

 L’orario coincideva con l’orario, nel sud degli USA, di un pranzo tra il Presidente Donald Trump e il primo ministro giapponese Shinzo Abe, che stava avvenendo in quel momento  in Florida.

 Il missile è partito da Phangyon, dalla località di Tongchang-ri, al confine con la Cina,  alle 7.55,   ed ha viaggiato per 500 chilometri dopo una rapidissima ascesa verticale di 550 chilometri; e si presume che sia un vettore del tipo Mosudan modificato, ovvero un più tradizionale  Hwasong-10, peraltro un missile  già provato dai nordcoreani nove volte, di venti tonnellate di peso e con un massimo di gittata da 2500 a 4000 chilometri.

 E solo questa volta il lancio ha avuto un  pieno successo tecnico.

 Sia Trump che Shinzo Abe hanno elaborato una risposta alla stampa direttamente dal loro summit in Florida, basato su una totale sintonia tra Giappone e USA.

 E  su una ovvia e dura condanna del lancio, oltre ad un sostegno esplicito di Trump all’alleato giapponese, “al 100%”, per quanto riguarda la sicurezza militare e strategica di Tokyo.

 Ma è bene studiare meglio  l’appoggio  nordamericano, che stranamente non menziona la Corea del Sud, proprio mentre Kim Jong Un ha fatto due sole apparizioni di massa nel 2016 e il ministro della Sicurezza di Pyongyang, Kim Won Hong è stato dimesso dalla sua carica e degradato pochi giorni fa.

 Nessuno può destabilizzare la Corea del Nord, oggi, nessuno ha l’interesse  a farlo ma, in ogni caso, in previsione di un regime change di tipo “democratico” che seguisse ad una trasformazione e a un sostegno internazionale all’economia nordcoreana, l’attuale classe dirigente di Pyongyang vuole certe assicurazioni.

 Sarebbe bene, quindi, costruire un progetto di sostegno dell’economia di Pyongyang, che la stessa Cina non ha più voglia di seguire, per poi andare a trattative strategiche e militari concrete.

   Una spiegazione razionale ulteriore può anche essere quella di un lancio missilistico immediatamente precedente il 16 Febbraio, giorno del compleanno di Kim Jong Il, padre dell’attuale leader; data in cui spesso la Corea del Nord ha compiuto lanci missilistici.

 Peraltro, il regime della Corea settentrionale   sostiene che i lanci sono tutti correlati al suo programma spaziale, nel quale un satellite per le telecomunicazioni è stato inviato con successo, ormai  nel 2012.

 Anche la Cina è stata presa di sorpresa da questo lancio, una operazione che un diplomatico di Pechino, Wu Dawei, aveva esplicitamente sconsigliato ai dirigenti nordcoreani solo una settimana fa, in una missione riservata a Pyongyang.

 La Cina però non ha sostenuto gli sforzi degli USA, all’ONU, per un ulteriore rafforzamento delle sanzioni, dopo le operazioni di lancio missilistiche del mese scorso, con l’argomento che una stretta economica maggiore avrebbe destabilizzato la Corea del Nord in modo definitivo, creando un vuoto strategico pericoloso per tutti, in quella penisola asiatica.

 La Cina, inoltre, che è il maggior partner commerciale della Corea del Sud, ha notificato il fatto che ritiene il sistema THAAD degli americani una minaccia per la sicurezza di Pechino.

 Un aggiornamento dei sistemi d difesa di Seoul che, se non favorisce certo Pyongyang, anzi la pone in una logica di escalation, non piace nemmeno a Pechino, nemmeno all’Iran, nemmeno alle aree non egemonizzate dagli USA del Grande Medio Oriente.

 E non sappiamo ancora, peraltro,  se la Corea del Nord abbia davvero la possibilità di costruire e perfezionare un missile capace di portare una carica nucleare, inevitabilmente piccola, fino alle Hawaii o in Alaska.

 E ancora, lo stesso governo nordcoreano ha annunciato che le sue attività di produzione dell’uranio arricchito e di plutonio, a Nyongbyon, sono ancora in pieno esercizio.

 Ci sono quindi due dati strategici da sottolineare: la freddezza sempre maggiore della Cina, che non ne può più di un alleato indisciplinato che, è evidente, sta andando in rotta di collisione con gli interessi di Pechino nell’area; e poi il silenzio di Mosca, che ha bisogno di un alleato forte e “pericoloso” come la Corea del Nord nelle retrovie del Grande Medio Oriente.

 Quindi, il significato del nuovo lancio è ora, come dicevamo prima, chiarissimo: la Corea del Nord ha l’autonomia strategica e militare per non avere bisogno della tradizionale mediazione della Cina, può trattare un accordo bilaterale con i suoi vecchi alleati, vedi la Federazione Russa, non vuole poi la definizione di una minaccia antimissile credibile in Corea del Sud e, infine, vuole trattare da pari a pari con le maggiori potenze dell’area, Giappone, Indonesia, USA, India per stabilire un nuovo meccanismo economico e geopolitico che stabilizzi il regime di Pyongyang.

 La soluzione non può che essere una, quindi.

  Invece di creare il mito, inutile e privo di risvolti operativi, del bad boy o del free rider incontrollabile e magari, un po’ “pazzo” a Pyongyang, si dovrebbe riprendere, con altre linee-guida, il processo del Six Party Talks.

 Come è noto, il processo a sei, cui partecipavano Corea del Sud, Corea del Nord, USA, Cina, Giappone e Russia si è concluso proprio a seguito delle proteste del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 13 Aprile 2009 che condannava il lancio di un satellite di Pyongyang, peraltro all’epoca fallito.

 La Corea de Nord  sicuramente  integrarsi nel mercato-mondo, ma non vuole farlo in posizione subordinata, tale da trasformare radicalmente il suo attuale regime politico.

 Da questo punto di vista, Pyongyang rafforzerà in futuro le sue attività nucleari, civili e militari, ma soprattutto ricostruirà un   nesso strategico con l’Iran e, indirettamente, con la Federazione Russa, e anche con  la nuova Siria di Bashar el Assad, oltre al quadrante vietnamita, dove la Cina dovrà accettare una concorrenza, anche geopolitica, con Pechino.

 Se quindi Donald J. Trump non ripercorrerà la strada, moralistica, ingenua e inefficace, di George W. Bush, e non parlerà solamente di “asse del male”, ma ripenserà, anche da posizioni di forza, tutto il sistema orientale e asiatico, dovrà costruire un nuovo ruolo per la Corea del Nord.

 La quale, se sostenuta nei suoi sforzi di modernizzazione economica, come peraltro gli stessi USA fecero dal 2003 al 2007 nell’ambito dei Six Party Talks, potrebbe rivelarsi, in futuro, parte di un “asse del bene”.

 Ovvero, un alleato non supino della Cina, il che a Washington serve come l’aria, in Asia, un punto di sviluppo economico estremamente interessante, un collaboratore utile per il containment delle nuove realtà militari e economiche del sud-Est asiatico.

 Il futuro non sarà mai del tutto pacifico, nell’area, e avere una serie di alleati o, comunque, di Stati non allineati, nel Sud Est asiatico, potrebbe essere, per gli USA, estremamente utile.

Giancarlo Elia Valori