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I giovani, la Chiesa e il primo articolo della Costituzione

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Ma come si fa a non dire, a non voler dire, che a monte, molto a monte, della vergogna civile e politica dei “candidati a loro insaputa” c’è una questione morale? Come si fa a cincischiare tra rimandi alle indagini della Magistratura inquirente ed agli uffici amministrativi, con questa ansia di voler “vedere le carte”, dopo che la povera Valeria Valente ci aveva, incautamente, fatto sapere che si sentiva “parte lesa”? Come fa Antonio Bassolino, ancora “irato ai patri Numi”, per lo sgarbo della sconfitta, anche se risicata e controversa, alle primarie, a farci sapere, ohibò!, che il PD a Napoli è in “sala di rianimazione”. Come se il problema non riguardasse anche sue ataviche responsabilità. Tanto la colpa era di Matteo Renzi, che aveva puntato, anche mal consigliato, sulla fragile Valeria Valente, sua antica ed irriguardosa “creatura”. In questo sfascio dichiarato, quello che più meraviglia (!?) è questo fuggi-fuggi, questo chiamarsi fuori, come Partito e come persone, questo, al massimo, concedersi delle scuse ai mal capitati “candidati” ed agli elettori. Ma questi erano, e sono, gli stessi che si riconoscevano nella “diversità” coniata da Enrico Berlinguer, che insultavano noi socialisti, tutti, secondo molti di loro, “ladri e rampanti”. Pose, Berlinguer, la “questione morale” e tutti, i comunisti, la cavalcarono con protervia. So bene che il sistema dei Partiti aveva subito un forte degrado, ma reggeva pur sempre la Democrazia dei Partiti, che rimasero, ancorché degradati, sempre sette senza il mercato degli andirivieni prezzolati dei parlamentari. L’orda giustizialista, cavalcata furiosamente dai “diversi”, fece piazza pulita dei resti di quei Partiti. E non risparmiò, a Napoli, neppure alcuni comunisti. Con le vittorie ripetute arrivò la ubriacatura della “gestione”, del potere, che anche a Napoli conquistò molti degli antichi “diversi”, che divennero subito molto meno “diversi”. Si omologarono e scomparve dibattito e progetto: tutti tenuti insieme dalla gestione, dal potere e da una forte leadership, con tanti replicanti. Tanto più responsabile di quello che accadeva quanto più era forte. Era il tempo di Diametro. Ora, chiamarsi fuori, pensare davvero che la colpa sia tutta della Valente, mi pare spropositato e, soprattutto, non vero. Valeria Valente ha una sola colpa, comunque non da poco per una parlamentare: avere accettato di fare una parte, di svolgere un ruolo più grande di lei. Per giunta con generali, si fa per dire, troppo sazi per avere ancora il giusto nerbo per combattere e con truppe davvero “smaldrappate”. Ora appare sul piano politico davvero ininfluente conoscere l’esito, anche penale, della vicenda, data la modestia dei soggetti in campo: quelli che si vedono e quelli che fuggono, tentando di scrollarsi dalle responsabilità. I problemi sono ben altri ed avrebbero bisogno di ben altri protagonisti, perché la sinistra possa rialzare la testa e riprendere il cammino. Anche a Napoli. Ma qualche “testimone” di questo lungo viaggio, dal ’93 ai nostri giorni, qualche verità non la potrebbe raccontare? Senza paura, senza protervia, magari con umiltà. Se non per… riparare ad arroganze antiche.

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Mi sono chiesto, ma forse non ero il solo nell’affollatissimo Teatro Bellini lunedì 5 febbraio: sono qui per Benedetto Croce o per Toni Servillo?! Una serata stupenda: il Sapere, e la splendida Prosa, di Don Benedetto si fondeva con la straordinaria “dizione” di Toni Servillo. Su di un “canovaccio” sapientemente disegnato dal Professor Peppino Galasso. Nell’alternarsi delle pagine, fra riflessioni personali e notazioni squisitamente autobiografiche, abbiamo sentito anche della sua terribile esperienza, di cui imprudentemente parlò Roberto Saviano (che non c’era!): quella del terremoto di Casamicciola del 1883, durante il quale Benedetto Croce, adolescente, rimase “per parecchie ore sotto le macerie e fracassato in più parti del corpo”. A prescindere dal dolore, che lo segnò per tutta la vita, per aver perso madre, padre, ed una sorella. Abbiamo respirato aria buona al Teatro Bellini, nel segno di due grandi, per versi diversi, Napoletani. Un po’ di luce viva in questo tempo di degrado. Per fortuna anche questo è possibile a Napoli.

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Un grande evento, è proprio il caso di definirlo così: la Chiesa, su iniziativa del Cardinale Crescenzio Sepe, ha organizzato un Convegno dal titolo emblematico “Chiesa e lavoro. Quale futuro per i giovani del Sud?”. Sul tema sono impegnate tutte le Conferenze Episcopali delle Regioni del Mezzogiorno. Emergono anche proposte e progetti concreti. Che la Chiesa si ponga questi problemi, che attengono all’Uomo ed alla sua dignità di Persona, è una delle prime “conseguenze” del messaggio incessante di Papa Francesco. Magari questa è anche l’occasione per ricordare il primo articolo della nostra Costituzione che pone le sue fondamenta sul Lavoro. Appunto. Continuo a pensare che il Mezzogiorno d’Italia è ricco di risorse, che, se opportunamente utilizzate, possono creare sviluppo e occupazione. Chi deve organizzare queste risorse? In genere è la classe imprenditoriale, che individua possibili filoni e su quelli magari chiede incentivi alle Istituzioni. Dalle nostre parti, invece, tutti si rivolgono allo Stato, alle Istituzioni in genere, ma non credo sia il caso di invocare una sorta di “economia di Stato”. La libera iniziativa, se ha protagonisti capaci, deve sapersi esprimere e chiedere alle Istituzioni solo di essere messa nella condizione di operare, sia creando le infrastrutture necessarie (penso alla rete di trasporto ed alla intermodalità) sia prevedendo sgravi ed incentivi. Mi auguro che questa forte iniziativa della Chiesa sia utile per smuovere le acque e per porre ciascuno dei soggetti sociali di fronte alle proprie responsabilità,  quelle antiche e quelle attuali, se non vogliamo un tessuto permeato dalla “cultura” della criminalità organizzata. Con i nostri giovani tragici protagonisti.