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Società Libera

Società Libera (39)

Quando si incontrano domanda e offerta

di Luigi Caramiello*

Quella relativa all'incontro fra domanda e offerta di merci, di beni, servizi è una questione che turba da sempre il sonno non solo degli economisti, ma anche di vari adepti di altre discipline. Si tratta di un tema inerente, nella sostanza, alla disponibilità di "informazioni" di cui dispone l'attore, all'interno del meccanismo negoziale e in generale riguardo a tutte le dinamiche di scambio sociale. Ora, le trasformazioni che stanno investendo in modo impetuoso il contesto societario, hanno delle conseguenze che mettono seriamente in discussione alcuni aspetti fondamentali dello scenario concettuale nel quale si sono strutturate le scienze sociali. Vorrei fare qualche esempio.
Se avessi deciso, 7 o 8 anni fa, di cambiare il divano, perché, nonostante la griffe prestigiosa, il colore non si intonava più al nuovo arredamento del mio living, l'unica cosa che potevo fare era di chiamare il rigattiere, il quale, nella migliore delle ipotesi mi avrebbe liberato dell'incombenza con modica spesa, oppure sperare che la nettezza urbana lo smaltisse nei rifiuti speciali. Oggi, invece, faccio una fotografia del sofà, lo metto in vendita su una piattaforma in rete, e nel giro di poche ore mi ritrovo con decine di telefonate di chi vuole comprare proprio il mio divano (se lo vengono pure a prendere) perché ha il design che piace a loro, perché ha la pelle di colore uguale alla tovaglia del tavolo e si combina splendidamente con le sedie e con la tinta di una cassettiera ecc. Ovviamente, sono disposti a pagarlo la metà della metà del valore di "mercato" di quel prodotto, ma forse sarebbe meglio dire del prezzo che gli chiederebbe un rivenditore se lo acquistassero al negozio, ma per me venditore, quei due o trecento euro, sono come piovuti dal cielo, anche considerando che non devo sobbarcarmi le spese di trasporto e smaltimento. Ho fatto un esempio, il più semplice possibile, ma vale identicamente per quella splendida collezione di vinile, intonso, con i più interessanti gruppi dell'era progressive rock, per tanti di quei libri, vecchi e nuovi, che gli intellettuali adorano e che, invece, sui miei scaffali occupano solo spazio. Una fotografia, in bella mostra su e-bay, e via. In pochi giorni hai una fila di potenziali acquirenti, una telefonata ed è andata, con guadagno netto di spazio, tempo e denaro.
Ora, attenzione, questa cosa ha delle ricadute positive anche sul terreno di quella che il pensiero politicamente corretto chiama la "sostenibilità". Infatti il meccanismo permette il ridursi di inutili sprechi, consente il riuso ed il riciclaggio di oggetti e beni in ottimo stato, la diminuzione della quantità di rifiuti, insomma, siamo in presenza di un dispositivo di "ottimizzazione" del processo di allocazione di risorse, beni, servizi, che quasi avvicina la realtà fattuale del meccanismo al modello teorico. Tutto a posto? Oppure c'è il trucco? E dov'é? Sembra tutto funzionare, con la precisione delle scienze "esatte", come gli orologi svizzeri. Il fatto è che la scienza non è esatta. E' sempre approssimata, parziale, transitoria. La scienza è tale proprio quando contempla la possibilità di essere sbagliata e mette nel conto sempre un margine di errore. Se è esatta, insomma, non è scienza. Del resto, la perfezione non è di questo mondo, e bisogna fare talvolta i conti con gli "effetti perversi" dei fenomeni, ma andiamo con ordine.
Mi racconta un amico, titolare di un grosso negozio di articoli sportivi, che da un po' di tempo succede una strana cosa. I ragazzi entrano, si provano le snakers, scarpe marcate Adidas, Nike, Puma, All Star, se le rimirano allo specchio ben bene, come stanno al piede, il colore, sperimentano la camminata, come scendono sui pantaloni, però non le comprano. Insomma, il suo giro di affari si contrae ogni giorno di più. Ha già licenziato due commessi e se continua così dovrà abbassare la serranda. Il fatto è che i ragazzi, una volta fatta la scelta, attraverso un monitoraggio "materiale" del prodotto, poi lo comprano su Internet, dove lo pagano minimo il 30% in meno. Insomma, dice il mio amico, il suo store non è più un punto di vendita, ma un punto di prova. E questo vale per tanti altri prodotti e per moltissimi altri settori merceologici. Insomma, la vendita on-line è, per il settore della distribuzione, l'equivalente di quello che la robotica è per il comparto manifatturiero.
Ora, mi rendo conto che tutto questo, nella storia, è già accaduto, che il declino di un settore produttivo crea occupazione in un altro, che è successo in passato similmente con l'avvento della macchina di Watt, che certo non possiamo fare l'errore storico dei luddisti ecc. Ma il dato è che noi non lo stiamo guardando con la distanza di una o più generazioni che osservano una fase storica passata, risolta. No. Noi ci stiamo dentro questo turbine, qui ed ora e con tutte le conseguenze che sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle, noi non possiamo ancora avere, esenti da coinvolgimenti ed emozioni, il distacco di chi osserva analiticamente il modo di funzionare del business; per usare le parole di Rachael in Blade Runner "noi siamo il business". Ovviamente, il meccanismo di cui parliamo, non può essere fermato, non si può imbrigliarlo in nessun modo, non si può e non si deve immaginare in alcun modo di bloccare l'evoluzione, il progresso tecnologico, la trasformazione produttiva, il cambiamento. Dobbiamo stare dentro la sua dinamica e trovare il modo di fruirne i vantaggi, riducendo al minimo i danni.
Pur nella consapevolezza che, come diceva il poeta, "non ci sono pasti gratis". L'unica strategia che possiamo attivare, insomma, é quella di incalzare lo sviluppo, spingere l'incremento economico e l'innovazione, in tutti i settori, sollecitare la crescita, usare tutti gli incentivi possibili, arginare il clientelismo e la burocrazia, valorizzare il merito, migliorare lo scenario complessivo, insomma, determinare le condizioni, perché il "mercato" possa rimettersi in moto e creare nuova ricchezza, nuove opportunità, nuovo lavoro. Pensando anche con grande attenzione ai modi più efficaci per fornire un sostegno a chi proprio non ce la fa, contemplando anche una riflessione senza preconcetti su quel reddito minimo di cui parlava Hayeck. Insomma, abbiamo bisogno di uno sguardo ampio, aperto, di prospettiva.
Invece, abbiamo davanti agli occhi, tristemente, la realtà di un Paese che non vuole cambiare, proprio non ci riesce, che, anche per questo, stenta a ripartire con la velocità necessaria, un'Italia che forse, se va bene chiuderà quest'anno con un incremento del PIL intorno all' 1%, con la disoccupazione ancora al 12 e quella giovanile al 45%. Su certi dati relativi al mezzogiorno permettetemi di stendere una trapunta pietosa di silenzio. Basti dire che dei 700mila giovani che vivono oggi nell'Inghilterra della Brexit, un'ampia parte sono meridionali. Probabilmente, alcuni di loro "svoltano", nel mondo del commercio, della produzione, della cultura, britannici, ma la gran parte degli altri sono destinati a sbarcare il lunario svolgendo lavori dequalificati e sottopagati. Certo, è un po' la regola che riguarda gli immigrati ovunque. E so bene che i cervelli "devono" anche fuggire, ma di cervelli Inglesi, tedeschi, nelle nostre contrade non ne vedo tanti. Insomma, vedere questo esodo un po', come dire, dispiace. Anche perché questi ragazzi sono in gran parte diplomati e laureati, con le famiglie che hanno fatto grandi sacrifici per fargli raggiungere questi standard formativi, certo non per vederli friggere salsicce a Portobello's road.
Ma, facciamo un passo indietro. Chi sono questi ragazzi? Che facevano in Italia, prima di partire? Quale visione avevano? Loro e quelli che sono rimasti (in attesa di partire anche loro?) Probabilmente facevano quello che fanno tutti i ragazzi, un po' dovunque in Europa e in Occidente. Studiavano, si divertivano, seguivano mode e davano sfogo al loro sentimento di ribellione. Avevano anche i loro momenti di impegno sociale, di partecipazione politica, erano contro l'olio di palma, gli OGM, manifestavano per fermare la TAV, il Gasdotto, gli inceneritori, le trivelle petrolifere, i gassificatori, e tutto il resto. Come fanno i giovani (guidati e manovrati dagli anziani e cattivi maestri) ovunque nel mondo libero. Con una sola differenza. Da noi hanno vinto. Hanno bloccato ogni cambiamento. A tutti i livelli. Salvo eccezioni, la loro visione demenziale é divenuta senso comune, pensiero dominante, egemonia, in senso gramsciano. Hanno fatto proprio il punto di vista che gli propinano praticamente tutte le agenzie di formazione, tradizionali e nuove. La famiglia, la scuola, l'Università, i media, la rete. Tutti in coro a cantare le lodi di una concezione avversa allo sviluppo, civettante con la retorica della lotta al "neoliberismo", della "decrescita felice", del "chilometro zero", e via scemenzando. Risultato? Il Paese è impaludato, lo sviluppo non parte, e loro sono costretti ad emigrare in Paesi (la GB è solo un esempio, il più eclatante) che hanno realizzato quei programmi energetici, infrastrutturali, istituzionali, innovativi, i quali, respinti nella nostra Italia, costituiscono palesemente l'humus necessario affinché si metta in moto il motore della crescita produttiva e occupazionale, in ogni campo, in tutte le altre nazioni progredite.
L'unica cosa che non si è potuta fermare in Italia è la rivoluzione digitale, perché (bufale sui social a parte) il terreno telematico, il mondo virtuale, è meno suscettibile all'esercizio di quei vincoli, politici, ideologici, istituzionali, che invece la fanno da padroni sul territorio reale. Il risultato é che il sistema Italia paga salatamente il prezzo, inevitabile, della trasformazione tecnologica, ma è impedito a godere dei suoi possibili benefici. E questo per delle ragioni "culturali", ideologiche, che, come aveva intuito Weber, a volte agiscono come la variabile indipendente della dinamica sociale.
E' una dicotomia banale e semplicistica, ma permettetemi di usarla, solo come schema di esemplificazione: la struttura "economica" del Paese è impedita ad evolvere, perché é stata avvelenata la sovrastruttura culturale e istituzionale, che dovrebbe guidare la direzione e la possibilità del cambiamento. Insomma l'egemonia dei "rivoluzionari" ha costruito tutte le condizioni perché il Paese venga seppellito, sotto una coltre spessa e impenetrabile, del peggiore "conservatorismo".

* Comitato Scientifico Società Libera

Perversione fiscale

 

Secondo notizie di stampa, studiosi di diversa estrazione hanno messo nero su bianco delle proposte miranti ad introdurre “le tasse legate all’età”, come felicemente le ha battezzate il Corriere della Sera. Alla base c’è l’idea perversa di discriminare i contribuenti secondo la data di nascita. Non so se si tratti di una novità assoluta nel mondo. In materia di tributi non si può mai dire, perché nel corso della storia i governanti hanno tassato tutto il tassabile, con una fantasia tanto incontenibile quanto imprevedibile. Ma in Italia, che pure conosce addirittura la tassa sull’ombra e la tassa sulla tassa, credo proprio di sì. Ed è l’ennesima prova che il Governo e di conseguenza l’Italia sono alla disperazione, sebbene (sebbene!) nell’ultimo anno le entrate fiscali siano aumentate del 3,3%, superando i 450 miliardi. Il Governo e di conseguenza l’Italia sono terrorizzati dal dover trovare 20 miliardi nel 2018 e 23 miliardi nel 2019 per scongiurare lo scatto delle cosiddette, eufemisticamente, clausole di salvaguardia, cioè l’aumento automatico dell’iva verso aliquote repressive. Gli studiosi in questione provengono dagli ambienti accademici e governativi. Secondo le parole di uno di loro, “l’idea è di ancorare la pressione fiscale non solo al reddito ma anche all’età. A parità di reddito il giovane pagherebbe meno dell’anziano.”
Lo scopo di tale creativa innovazione fiscale non è, a quanto sembra, strettamente economico e tributario, ma morale e sociale, un aggettivo, quest’ultimo, che secondo un mio aforisma perverte il sostantivo nel suo contrario. Infatti, dichiara lo stesso studioso, “il nostro obiettivo è ridurre il disagio giovanile.” Nobile scopo perseguito con ignobile mezzo. Ed eccone il perché. Ma qui le strade si dividono. Lo studioso della Bocconi e del Pd pensa di accollare allo Stato la perdita di gettito, ovviamente con altre tasse e la solita lotta all’evasione. Gli studiosi della Luiss (della Luiss!) sono consapevoli che lo Stato è con l’acqua alla gola e quindi non può fare a meno delle entrate che perderebbe esonerando i giovani dall’imposta sul reddito oppure riducendogliela. Pertanto sono costretti ad inventarsi una compensazione: le imposte tolte ai giovani le caricano sui vecchi. Non più Enea porta sulle spalle Anchise, bensì il padre Anchise si accolla il figlio Enea.
Accadrebbe dunque che un ottantenne, magari pensionato monoreddito a 20.000,00 euro l’anno, pagherebbe più Irpef di un trentenne nelle stessa posizione tributaria. Dove siano la moralità e la socialità di una tale misura fiscale, sfugge. Già oggi gli anziani mantengono figli e nipoti loro. Devono mantenere pure gli altrui? Sergio Ricossa, un maestro degli economisti liberi e liberali, ripeteva che chiunque è capace di inventare nuove tasse, essendo facilissimo colpire alla cieca o con avvedutezza gl’inermi contribuenti. Per la verità Ricossa al “chiunque” aggiungeva un epiteto, parlando in generale.
Agli escogitatori di tributi d’ogni epoca ed estrazione giova sempre ricordare il Maestro dei maestri in materia, il vecchio Adam Smith, secondo il quale “non c’è arte che il governo apprende prima, di quella di prosciugare il denaro dalle tasche del popolo.” Infine, tali proposte fiscali, già irrazionali in sé, non passano neppure il vaglio di costituzionalità perché contrarie anche all’uguaglianza legale imposta dagli articoli 3 e 53 della Costituzione. Discriminano i cittadini proprio con riguardo al cardine della cittadinanza, cioè alla capacità contributiva degli individui, né più né meno dei “contributi di solidarietà” imposti ai soli redditi da pensione anziché a tutti i redditi personali.

* Comitato Scientifico Società Libera.

Populismo

E’ fatto di idee semplici e passioni elementari, in radicale protesta contro la tradizione e contro quella cultura e quella classe politica che ne è l’espressione ufficiale. Con il populismo si coagula una nuova sintesi politica che non può essere definita, secondo il comune linguaggio parlamentare, conservatrice o progressista perché supera e mantiene ambedue le posizioni affermando, da un lato una volontà autoritaria, che nella fretta del fare, è sempre insofferente degli impacci e delle remore imposte dalle procedure costituzionali di una democrazia moderna, e dall’ altro, quando arriva al potere manipola le masse con slogan genericamente rivoluzionari.
A questo populismo si accompagna un diffuso anti-intellettualismo, un atteggiamento di rivolta contro la ragione critica che è poi una rivolta contro lo specialista, l’esperto, lo studioso in nome di sentimenti o passioni elementari e primitive dei quali si fanno portatori in primo luogo i giovani...........

Nicola Matteucci “ Dal Populismo al Compromesso Storico” Edizione della Voce – Roma 1976 p. 50.

SE PAOLO GENTILONI FOSSE UNO STATISTA

 

Statista è il politico che guarda lontano e mira agl’interessi duraturi della nazione anziché ai suoi propri o del proprio partito.

Ogni politico, tuttavia, e specialmente il politico di razza, è attaccato al potere perché sente d’essere indispensabile a perseguire gl’interessi che, in testa a lui, sono essenziali e irraggiungibili senza l’opera sua. Quindi il politico in generale sta sempre in bilico tra il fare e cadere e il non fare e durare. Paolo Gentiloni ha avuto la fortuna (la fortuna è una virtù estrinseca dell’uomo politico!) di raccogliere il governo dalle mani del popolo che ha bocciato Renzi e dalle mani di Renzi stesso. Ma finora non ha dato segni di cosa volerne e volersene fare. Sta galleggiando. Continuando il galleggiamento, passerà alla piccola storia d’Italia come uno dei tanti presidenti del Consiglio provvisoriamente insediati a Palazzo Chigi. Chi glielo fa fare? Ha raggiunto una cima alla quale, sembra, non avesse mai neppure guardato. Perché campicchiare? Forse per non scontentare nessuno e posizionarsi sulla linea di partenza per la corsa al Quirinale, sempre aperta? Forse per timore di insospettire il suo mentore? Oppure di nuocere al suo partito?

Comunque sia, egli sta sbagliando di grosso e sta sminuendo se stesso con un’autolesionistica modestia apparente. Il conte marchigiano sta facendo tirare, è vero, un sospiro di sollievo agl’Italiani. Li sta tranquillizzando un po’ dopo le frenesie di Matteo Renzi, che mi vanto d’aver sùbito definito epigono dei futuristi perché ama la velocità più della direzione, avendo elevato la fretta a virtù. Così, correndo, è andato a sbattere proprio contro i due muri che soprattutto intendeva scavalcare: sistema elettorale e riforma costituzionale. All’opposto, adesso Gentiloni pare quasi immobile e, se non dovesse compiere la manovrina economica imposta da Bruxelles, sembrerebbe addirittura fermo del tutto. È terrorizzato che Renzi e il Partito Democratico gli tolgano la fiducia? Si sente in balia di forze che non controlla? Vuole durare il più possibile? Il terrore è piuttosto ingiustificato perché, se il partito lo sfiducia, perde la faccia. Le forze contro di lui non possono molto, perché la sua debolezza è una ben maggiore forza. Quanto più mira a durare, meno durerà. Perciò tutto cospira a che egli agisca e da statista. Se poi la fortuna o i suoi lo abbandonassero, almeno cadrebbe in piedi. Dovrebbe perciò predisporre una scaletta di provvedimenti, scegliendoli tra quelli urgenti, da adottare con decreti legge, e mettere così il Parlamento di fronte alla responsabilità di decidere. I provvedimenti, ovvio, dovrebbero essere strettamente correlati al perseguimento di quegli interessi duraturi che qualificano l’opera dello statista. Gentiloni è il capo del Governo. Dunque, governi!

Tra i “detti celebri” degli antichi viene ricordata la risposta di una vecchia a Filippo di Macedonia (cito dal bellissimo “A che servono i Greci e i Romani?” di Maurizio Bettini, che riporta Plutarco). Una vecchia sottopose a Filippo una controversia che la riguardava. Filippo le disse che non aveva tempo per giudicare il suo caso. Al che la vecchia rispose: “Be’, allora non fare il re!”.

Beautifull in Campidoglio

 

di Vincenzo Olita

Mezzi di comunicazione, politici, osservatori ed analisti si affannano a prendere posizioni sulla beautiful romana, informazione e movimento 5 stelle si scontrano su analisi e considerazioni di livello politico molto modesto. Non avendo gran considerazione per entrambi i contendenti, sottolineiamo che critici e difesa si affannano tanto, ma a sproposito rispetto al nocciolo del problema che consiste nell'avventurismo della Brooke capitolina.
Di politico resta solo da valutare la capacità strategica dei grillini nel tirarsi fuori, salvando bandiera ed onore, da un pesante pasticcio creato da un' improponibile selezione della loro classe dirigente. I giornalisti, sulla scia delle polemiche, parlano di liste di proscrizione, ergendosi ad indispensabile cerniera democratica, Rai news 24, con brillante capacità di analisi, paragona la posizione dei grillini a quella di Trump.

Ma diamo ordine al nostro ragionamento, comprensione non benevola per i 5 stelle, da cui ci aspettiamo che si sbarazzino di un fardello che via via continuerà ad appesantirsi. Nessuna comprensione per un'informazione che, in larga parte, è sottoprodotto della politica e da cui ci aspettiamo, ad esempio,  maggiore interesse per il malaffare dell'Expo.
I due contendenti sono accumulati dall'insistenza nell'attribuire valenza politica alle vicissitudini dell'amministrazione romana.  Per ricredersi basterebbe ripercorrere avvenimenti, comportamenti, dichiarazioni, omissioni, gossip e bugie della prima cittadina a partire da 19 giugno, in particolare dalle  allarmanti e significative dimissioni del magistrato Carla Romana Raineri suo capo di gabinetto.

Alla fine dell'interrogatorio del 2 febbraio le prime parole della Raggi sono state "E' stato tutto tranquillo, sono molto tranquilla"; alla seconda domanda sulle polizze di Romeo " Non ne sapevo nulla, sono sconvolta". Non spingiamoci oltre, ai grillini, agli amici, ai nemici, all'informazione dovrebbe bastare. La politica non c'entra, non continuiamo a screditarla, l'esito di un buon consulto medico, forse, ci troverebbe tutti d'accordo.

Il pareggio di bilancio e la verità storica

di Pietro Di Muccio de Quattro *

La verità è che ciò che fa dell’Italia la schiava di Bruxelles, nonché di se stessa, non è il pareggio di bilancio, ma il debito pubblico, ben superiore a quello pur iscritto nel bilancio dello Stato.
Il pareggio di bilancio fu voluto da Einaudi ed inserito nella Costituzione del 1948; purtroppo la politica interpretò a comodo suo l’espressione “mezzi per far fronte alle spese”, che significava “niente spese a debito”, e stabilì che “mezzi” significasse non solo tributi, ma anche cambiali pubbliche.
La Corte costituzionale, per parte sua, avallò la legittimità costituzionale delle spese pluriennali coperte solo il primo anno. Il “combinato disposto” di questi due vizi capitali, insieme alla promulgazione presidenziale di spese non coperte, ha prodotto la valanga distruttiva incombente sull’Italia che suona irresponsabilmente la grancassa della persecuzione europea.
Come dimostrano i dati storici, i presidenti della Repubblica, i parlamenti, i giudici costituzionali succedutisi dal 1963, i quali tutti hanno contribuito a dissestare le finanze pubbliche aggirando ed eludendo il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio (che, al contrario, avrebbero dovuto preservare), ci hanno reso politicamente schiavi ben prima che all’orizzonte scorgessimo Maastricht eccetera.
Fino a quell’anno, stabilità monetaria e oculatezza finanziaria produssero il miracolo economico. Da allora inflazione e debiti sono considerati virtù pubbliche.
Il nostro Maestro di libertà e saggezza, David Hume, insegna che o la nazione distrugge il debito pubblico o il debito pubblico distrugge la nazione. Come in effetti sta accadendo anche a noi. Perché nuovi debiti dovrebbero farci arricchire, se finora i debiti pregressi ci stanno impoverendo?

* Comitato Scientifico Società Libera

Banche, soluzioni solo globali

di Mario Lettieri * Paolo Raimondi **

Di fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l'Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all'Italia, domani chissà. Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica.
Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.
Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d'Italia.
Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti e ottenuti.
Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca d'Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d'Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30 mila euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che, dal 2010, essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.
Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?
Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L'Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.
Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l'intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l'approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro. Ce lo ricorda anche l'Office of Financial Research (Ofr), l'agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.
Nell'ultimo rapporto dello scorso dicembre l'Ofr ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell'Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio. Quando Wall Street e le banche americane vendono derivati, lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.
Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L'Ofr ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale «montagna» sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.
L'allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l'Aig, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici! Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

*già sottosegretario all'Economia 

**economista

La riforma della Carta straccia

Dietro al referendum ci sono limiti e pericoli della riforma. E una rischiosa cultura della "semplificazione e della velocità"

di Piero Ostellino

Una cultura della «semplificazione e della velocità», come ha sottolineato l'ex presidente della Consulta, Valerio Onida, che andrebbe applicata alla pubblica amministrazione e non al sistema costituzionale, e che rispecchia l'insofferenza mostrata dal presidente del Consiglio nei confronti di qualsiasi intralcio, opposizione e difficoltà che possa mettersi di traverso e impedirgli di perseguire i suoi obiettivi. Regole del gioco e norme costituzionali comprese.

Lo spirito autoritario che contraddistingue Renzi comporta una visione della democrazia decisamente più debole di quella dell'attuale Costituzione, i cui principali difetti si trovano nella prima parte e non nel parlamentarismo e nelle regole del gioco, certamente migliorabili, previsti nella seconda parte del dettato costituzionale. L'idea alla base della riforma renziana è infatti che si deve in primo luogo scegliere chi comanda e che questi non deve poi avere intralci e ostacoli al suo operato.

Quanto al referendum confermativo, va tra l'altro ricordato e ribadito, cosa che molti non sanno, che il quesito non prevede alcun quorum. Ma soprattutto va ribadito un altro passaggio: in un unico quesito referendario viene sottoposta ai cittadini una pluralità di materie diverse tra loro. Si va dalle disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario alla soppressione del Cnel, dalla revisione del Titolo V (sul regionalismo) della parte seconda della Costituzione alla riduzione del numero dei parlamentari, fino al contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni. All'intero pacchetto si deve rispondere «sì», se si approva, oppure «no» se non si è d'accordo. Anche se si è favorevoli ad alcune materie, ad esempio l'abolizione del Cnel, e contrari alle altre.

Nel caso della domanda sul contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la sua stessa formulazione appare quantomeno ingannevole e troppo vaga. Nonostante questo, i giudici hanno bocciato ogni ricorso. Quindi si vota e, se ci pensate senza neanche approfondire troppo, si vota sostanzialmente sul superfluo: si dovrebbe operare sul contenimento dei costi dello Stato e della pubblica amministrazione senza bisogno di una riforma costituzionale. Anche perché è chiaro che i cittadini non possono che essere d'accordo a contenere i costi delle istituzioni. Così posto, il quesito non è differente da uno che chiedesse agli elettori se sono favorevoli a contenere il numero di terremoti o a ridurre i conflitti nel mondo... Il che svela la vera e unica natura del referendum: votare sul culto della personalità di Renzi. E, guardando i numeri, c'è il sospetto più che fondato che gli italiani l'abbiano capito. Per questo in vantaggio c'è il «no»: è un no al premier, più che alla riforma.

E' GUERRA FREDDA?

E' GUERRA FREDDA?

di Vincenzo Olita

In questi giorni governo e opposizioni si affannano a difendere o condannare l'invio in Lettonia di 140 militari che andranno a comporre il contingente Nato, circa 4000 uomini, che a primavera si schiererà nei Paesi baltici.
Si tratta di un'aggressione alla Russia o no? Per noi è solo l'ennesimo vuoto strategico dell'amministrazione Obama in cui si inserisce l'insipienza della nostra classe politica, particolarmente interessata a discutere se il Parlamento fosse stato messo al corrente o meno.
Gli equilibri geopolitici sul pianeta sono in profonda trasformazione, come evidenzia l'articolo che segue: la NATO con una presunta azione militare, fondamentalmente mediatica, si espone ad un inquietante ridicolo, l'Europa funge da rimorchio marcando la sua presenza con l'invio dei propri militari ad un soggiorno estivo. E l'Italia? In attesa di comprendere gli intendimenti della politica estera di Giappone, Cina, India, Russia, Australia, Corea del Sud ed altri, martedì porta una delegazione di otto ospiti a cena con Obama. Mercoledì le televisioni ed internet ci informeranno su mise in place ed abbigliamento, giovedì la stampa con interviste ad Armani, Cantone, Benigni, la sindaca di Lampedusa ecc. chiuderà il cerchio del politicamente corretto, in cui "la voglia d'Italia"sarà l'asse centrale.

Russia e Giappone lavorano per realizzare a Vladivostok la porta per unire l'Eurasia all'area dell'Oceano pacifico

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Non deve sorprendere se la dichiarazione finale del recente summit del G20 tenutosi a Hangzhou in Cina sia la solita retorica piena di belle parole e buone intenzioni. Come al solito sono gli Usa, anche con il sostegno non sempre entusiasta dell'Ue e dei Paesi europei, a dettarne il contenuto. Ciò stride non poco con gli interventi propositivi e concreti di alcuni altri attori, non ultimi la Cina, la Russia e il Giappone.
Il presidente cinese Xi Jinping, alle mere enunciazioni, ha contrapposto i grandi progetti in corso di realizzazione, i corridoi di sviluppo infrastrutturale della Silk Road Economic Belt, che collegheranno l'Oceano Pacifico a quello Atlantico e all'Europa, e quelli della 21st Century Maritime Silk Road, la strada marittima che collegherà la Cina all'India e oltre. E' importante rilevare che in merito l'Asian Infrastructure Investment Bank è già molto attiva con le sue grandi linee di credito. Nelle sue parole Xi ha legato la realizzazione di questi grandi progetti e la costruzione di numerose zone di libero scambio sul territorio cinese con l'intenzione di rendere il renminbi una forte moneta internazionale nel quadro di un necessario miglioramento della governance economica globale.
Presentando il programma “Blueprint on Innovative Growth” il presidente cinese ha delineato con chiarezza i settori prioritari del nuovo sviluppo globale, tra cui «l'innovazione, una nuova rivoluzione scientifica e tecnologica, la trasformazione industriale, l'economia digitale e l'interconnessione delle reti infrastrutturali». Per chiarire lo stato reale dell'economia produttiva cinese egli ha ricordato che, nel primo semestre dell'anno, essa è cresciuta del 6,7%.
La pochezza e la scarsa portata del summit balzano con nettezza se si considerano i risultati del Forum Economico di Vladivostok tenutosi il giorno prima tra il presidente Putin, il primo ministro giapponese Shinzo Abe, il presidente della Corea del Sud, la signora Park Geun-hye e l'ex pm australiano Kevin Rudd.
Putin ha presentato il suo programma più ambizioso, quello di trasformare il Far East nel centro dello sviluppo sociale ed economico della Russia. Tra i progetti illustrati ci sono la realizzazione congiunta di un “super ring” di infrastrutture energetiche che metterà in relazione Russia, Cina, Corea e Giappone, la costruzione di infrastrutture di trasporto trans-euroasiatiche e regionali, quali i corridoi Primorye 1 e 2 che collegheranno le regioni cinesi del nord e i porti russi, nonché la costruzione della sezione russa della nuova Via della Seta che dovrebbe collegare la Cina all'Europa. Putin ha lanciato ai suoi interlocutori l'idea di realizzare un polo internazionale per le scienze, l'istruzione e le tecnologie sull'isola di Russky di fronte al porto di Vladivostok dove si prevede anche una grande zona di libero scambio.
Sono progetti concreti di indubbia rilevanza che sollecitano ulteriori coinvolgimenti, anche europei, per accelerare la ripresa della crescita globale. Per simili grandi lavori la Russia ha già creato un Far East Development Fund che concederà prestiti al tasso di interesse del 5%, meno della metà del tasso di sconto della Banca centrale russa. Certamente è importante l'accordo siglato con la grande Japan Bank for International Cooperation per finanziare i progetti relativi al porto di Vladivostok che vedono la partecipazione di imprese giapponesi. Tra le altre iniziative concrete c'è il fondo di sviluppo russo-cinese per investimenti nel settore agroalimentare.
L'importanza delle joint venture russo-coreane, in particolare quelle negli investimenti di Vladivostok, è stata sottolineata dalla presidente coreana, signora Park, anche in vista dell'apertura del passaggio artico della Northen Sea Route. Ha ricordato inoltre che la politica di isolamento è fondamentalmente sbagliata. Lo dimostrano le esperienze del passato come quella della Grande Depressione quando l'aumento dei dazi da parte di molti Paesi provocò una riduzione del 40% del commercio in 4 anni.
Dal resoconto del Forum emerge tuttavia che l'intervento politico più pregante sembra quello pronunciato da Shinzo Abe che ha detto: «Trasformiamo Vladivostok nella porta che unisce l'Eurasia con il Pacifico». In verità i rapporti e le joint venture tra i due Paesi si sono fortemente consolidati tanto che il governo giapponese ha creato uno specifico Ministero per la cooperazione economica russo- giapponese.
Al Forum di Vladivostok l'Unione europea e i Paesi europei erano totalmente assenti. Il Giappone invece sta dando una grande lezione di politica, non solo economica. Certo, sotto la pressione americana aderì alle sanzioni contro la Russia, ma ora Tokyo si muove in modo del tutto indipendente. Il continente euroasiatico è per metà europeo, come evidenzia il nome. È lecito chiedere quando l'Europa si emanciperà e assumerà il ruolo che dovrebbe naturalmente avere rispetto ai nuovi scenari economici e geopolitici che si stanno profilando?

Oggi sono malate tutte le banche. Le prime 20 banche: persi 500 mld di dollari quest'anno

Il malato è ancora una volta l'intero sistema bancario internazionale. Da una recente analisi fatta dal Wall Street Journal sulle 20 maggiori banche mondiali, tra cui la JP Morgan Chase, la Goldman Sachs, la Deutsche Bank e la nostra Unicredit, risulta che dall'inizio dell'anno esse hanno perso almeno 500 miliardi di dollari del valore delle loro azioni quotate in borsa.

Circa un quarto della loro capitalizzazione di mercato. Al momento della pubblicazione dello studio le azioni dell'inglese Barclay's, del Credit Suisse e della Deutsche Bank avevano perso circa la metà del loro valore, quelle della Bank of Scotland erano cadute del 56% e quelle della UniCredit di quasi due terzi!
Secondo la banca delle banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali, l'intero sistema bancario internazionale sta registrando un netto ridimensionamento dei crediti interbancari ed in particolare di quelli verso le imprese non finanziarie, con la sola eccezione della Cina e di alcuni Paesi asiatici.
Il problema principale per le banche è adesso l'effetto del tasso di interesse zero che, in verità, avrebbe dovuto aiutarle fornendo liquidità senza costi. Oggi si racconta un'altra storia. Nel mondo, infatti, obbligazioni e altri tioli di debito per quasi 12 trilioni di dollari sono entrati nel cono d'ombra dell'interesse negativo. L'intero sistema è compresso nella morsa fatta da un debito crescente, da una produttività in diminuzione e dall'inefficacia delle politiche monetarie cosiddette accomodanti. Una simile combinazione crea ovviamente instabilità e perdita di fiducia.
Perciò si è tornati a ventilare la possibilità o la necessità, di creare delle fusioni tra mega banche per dare l'illusione di maggiore forza e solidità, ignorando il fatto che due debolezze non fanno una forza. Al contrario, i giornali tedeschi citano nuovi studi, come quello del centro di consulenza bancaria Zeb, limitati alle maggiori 50 banche europee, dove invece si parla di rischio di contagio tra le banche in crisi che hanno un livello di profitto inferiore al costo del capitale. Non deve quindi sorprendere se anche il Fondo Monetario Internazionale indica la Deutsche Bank, seguita a ruota dall'inglese Hong Kong Shanghai Bank e dal Credit Suisse, come «la più importante too big to fail che contribuisce ad aumentare i rischi sistemici».
D'altra parte un confronto tra la situazione della Deutsche Bank di oggi e quella della Lehman Brothers prima del fallimento è devastante. La banca americana aveva attivi per 639 miliardi di dollari e debiti per 619 miliardi con un pacchetto di derivati otc pari a circa 35 trilioni di dollari. Ogni sua azione valeva 25 dollari nel 2007 e 10 centesimi nel 2009! La DB ha attivi per 1630 miliardi di euro e debiti per 1560 miliardi a cui occorre aggiungere 428 miliardi di prestiti. A fine 2015 aveva in pancia derivati otc per 42 trilioni di euro. Un anno prima erano 52 trilioni. L'azione DB valeva 135 dollari nel 2007 e oggi ne vale 17.
È in questo contesto che si colloca anche l'emergenza bancaria italiana che necessiterebbe di 150 miliardi di euro per stabilizzare il sistema. Nei giorni passati si sono sentite dichiarazione ufficiali che fino a qualche ora prima sembravano venire solo da voci fuori dal coro. Si pensi al governatore Ignazio Visco che non esclude nuovi bail out, «interventi pubblici» per salvare le banche o al presidente dell'Abi, Antonio Patuelli, che denuncia il bail in come anticostituzionale!
È ovvio, quindi, che non c'è ragione di presentare l'altro come se fosse in condizioni peggiori: l'americano per gli europei, la Deutsche Bank per Roma o le banche italiane per i tedeschi.
A otto anni dall'esplosione della crisi globale dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che il sistema finanziario vive una situazione ancora peggiore. Peggiore in quanto i comportamenti rischiosi delle banche sono continuati e sono stati tollerati, mentre l'economia globale è stata indebolita da una progressiva recessione e le autorità monetarie hanno esaurito tutte le munizioni standard. Si ripropone quindi, con più urgenza, la necessità di approntare insieme regole efficaci e stringenti per riportare la finanza e il sistema bancario nell'alveo della loro vera missione, cioè quella di fornitori di credito alle politiche di sviluppo e di crescita.
Si tratta perciò di sganciare il sistema bancario e finanziario dalla costante «tentazione speculativa» attraverso la reintroduzione della legge Glass-Steagall, la separazione bancaria voluta dal presidente Roosevelt proprio per affrontare gli eccessi speculativi delle grande crisi del '29, di proibire alle grandi banche di giocare alla roulette dei derivati otc e di vietare in borsa le vendite allo scoperto.
Basta con i bail out e i bail in. Questa è la vera sfida di fronte ai governi e a quei leader politici che sentono la responsabilità di essere statisti e non soltanto politicanti di successo.

di Mario Lettieri,  sottosegretario all'Economia e Paolo Raimondi, economista

 

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