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Società Libera

Società Libera (42)

Verso la bolla dei corporate bond

 

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

La bolla dei corporate bond è una seria minaccia al sistema economico e finanziario mondiale. Forse è peggiore di quella dei famigerati mutui subprime e delle ipoteche immobiliari del 2008, in quanto ha abbondantemente superato i 30 trilioni di dollari. Il dato più preoccupante però è che nel settore corporate il tasso debiti/ ricavi, il famoso leverage, è il più alto degli ultimi 12 anni.
In Italia i corporate bond ammonterebbero a circa 1.200 miliardi di euro, il doppio del livello raggiunto nel 2007. In Europa si è secondi solo alla Germania che ha un'economia più forte.
Si tratta, come è noto, di prestiti obbligazionari emessi dalle società per cercare finanziamenti. Il ricorso al mercato dei capitali è indubbiamente una strada importante e positiva se imboccata con grande attenzione. Si può ottenere la necessaria liquidità per modernizzare e innovare le strutture produttive e per ampliare il perimetro del mercato. Purtroppo, però, come in molte altre situazioni economiche e finanziarie, l'abuso e la mancanza di oculatezza possono portare a dei disastri.
L'anno scorso le grandi imprese hanno aumentato il loro debito corporate a livello mondiale di ben 3,7 trilioni di dollari. Un nuovo record. Una simile impennata si ebbe nel 2006 alla vigilia della crisi globale. Ora non si può ignorare che recentemente anche il quotidiano economico tedesco Handelsblatt abbia ammonito il governo e gli investitori tedeschi del rischio dell'esplosione di questa nuova bolla.
La «miccia» potrebbe essere accesa dall'atteso e progressivo aumento dei tassi di interesse. Negli Usa la bolla dei corporate bond ha raggiunto i 14 trilioni di dollari, superando di molto anche quella delle ipoteche immobiliari che è di circa 11 trilioni. Perciò gli Stati Uniti potrebbero diventare nuovamente l'epicentro di un'ulteriore e più grave crisi finanziaria globale.
Dal 2008 ad oggi negli Usa l'ammontare dei corporate bond è cresciuto del 75%, tanto da spingere persino il Fondo Monetario Internazionale a riconoscere che un aumento del tasso di interesse potrebbe far crescere il rischio di collasso per un quinto delle grandi corporation americane. Per quello che possa valere, anche le agenzie di rating ammettono un tale rischio soprattutto per le imprese del settore energetico e delle materie prime. Nel 2016 ci sarebbero stati 162 bond default per un totale di 240 miliardi di dollari, pari a più del doppio del livello del 2015 che era stato di 110 miliardi.
I Quantitative easing hanno di fatto permesso alle banche centrali di acquistare una grande quantità di titoli di Stato spingendo nel contempo le banche e gli altri grandi investitori verso il mercato dei corporate bond. Ciò ovviamente è stato molto favorito dalla politica di interesse zero che ha reso i titoli di Stato poco appetibili. Secondo il citato giornale tedesco, il gigante assicurativo Allianz, per esempio, avrebbe in portafoglio ben 250 miliardi di dollari di tali titoli, molti dei quali con un rating a dir poco mediocre.
Secondo uno studio dell'Institute of International Finance, negli Usa e in Europa il 97% dei fondi resi disponibili per le imprese dai corporate bond sarebbe usato per operazioni di «ingegneria finanziaria» e soltanto un misero 3% verrebbe impiegato per l'acquisto di macchinari o per altri investimenti reali di lungo termine.
È una palese distorsione, una scelta di vera «finanza creativa» che ha comportato soprattutto operazioni di fusioni e acquisizioni, di riacquisto di quote azionarie e finanche di pagamento dei dividendi. Decisioni fatte solo per migliorare le valutazioni di breve termine in borsa. Infatti a Wall Street l'indice Dow Jones è passato da circa 12 mila punti del 2010 ai 21 mila di oggi! Una crescita assolutamente ingiustificata rispetto all'andamento dell'economia produttiva sottostante.
Il citato studio sottolinea inoltre che, nonostante il fatto che l'attuale tasso di interesse sia inferiore all'1%, circa il 10% delle grandi imprese americane non farebbe un profitto sufficiente a coprire i costi del debito.
Ignorare tutto ciò consegnerebbe l'economia e gli Stati a nuove e forse più drammatiche convulsioni sistemiche. Ci si augura che al recente meeting di Bari i ministri delle Finanze del G7 abbiano affrontato anche questo tema, che non è di certo secondario rispetto alle più grandi politiche di rilancio economico.

*già sottosegretario all'Economia **economista

Il populismo rettamente inteso

 

di Pietro Di Muccio de Quattro

La buona politica non deve mai tentare di farsi popolare. Il popolo invece deve tentare di diventare politico. In mezzo a questi due imperativi la democrazia catalizza il populismo, sebbene non sempre e non necessariamente. Il populismo, come nome e come fenomeno implica, perciò, un significato negativo. Infatti consiste nell’allontanamento dalla politica rettamente intesa e nell’avvicinamento all’antipolitica, coscientemente oppure no. La giusta politica, a differenza dell’antipolitica, che ne costituisce una deviazione fino a configurarne il contrario, ha per oggetto gl’interessi duraturi del popolo, che spesso sono i meno apparenti e percepiti. Quando la democrazia non funziona o mal funziona, il popolo stesso, maggioritariamente, diventa populista, per così dire. Si acceca con le sue stesse mani, mentre crede di spalancare gli occhi. Il caso più clamoroso della storia resta la Germania, il cui popolo colto e civile fu portato a credere e credette di salvarsi affidandosi a un criminale demagogo. Allo stesso livello, benché diversi, sono i casi della Russia, della Cina e delle altre nazioni trascinate o spinte a forza nel comunismo da benintenzionati e malintenzionati delinquenti. Fin dal V Secolo, da Erodoto, che teorizzò le tre classiche forme di governo, sappiamo che la democrazia tende a degenerare e a diventare demagogia, anche sfrenata. Perciò le Costituzioni liberali, generalmente parlando, mentre istituiscono il sistema democratico, tentano d’imbrigliarlo mediante la divisione e limitazione dei poteri, in modo che le tendenze populiste, insite nella democrazia, non trasmodino in pura demagogia. Il dramma che recitano questi tre attori: la democrazia, il populismo, la demagogia, ha la trama imprescindibile del consenso e dei voti. Il governo del popolo è necessariamente basato sugli elettori, cioè sugli adulti maggiorenni che la legge presume consapevoli, sebbene sempre più disinteressati al loro diritto di scegliersi il parlamento e il governo. Gl’interessi duraturi del popolo vanno quasi sempre, salvo eccezioni straordinarie, oltre l’orizzonte temporale di una o due tornate elettorali, con l’ulteriore difficoltà che nel frattempo si affaccia al voto una generazione di elettori con nuovi, differenti ed anche opposti, interessi contingenti mentre gl’interessi dei minori e dei nascituri non ricevono affatto l’attenzione che meriterebbero. Il “Dizionario di politica” di Norberto Bobbio e Nicola Matteucci registra la voce “populismo” di Ludovico Incisa, che lo definisce così: “Possono essere definite populiste quelle formule politiche per le quali fonte precipua d’ispirazione e termine costante di riferimento è il popolo considerato come aggregato sociale omogeneo e come depositario esclusivo di valori positivi, specifici e permanenti” e aggiunge: “Si è detto che il populismo non è una dottrina precisa, ma una ‘sindrome’”. Però i valori positivi, specifici e permanenti del popolo, non sono affatto tali per il populismo, tant’è che i movimenti prima o poi battezzati populisti sorgono sempre in contrapposizione ai partiti e all’establishment accusati proprio dai populisti, sedicenti oppure no, di trascurare e anzi di contrastare quei medesimi valori. Quindi sembra appropriata la definizione del populismo come sindrome anziché dottrina. Ma sindrome di che cosa? In medicina la sindrome è costituita da un complesso di sintomi provocati anche da cause diverse. Per Cicerone non basta un agglomerato d’individui a fare un popolo, ma è decisivo il consenso sullo stesso diritto e la comunanza d’interesse. Dunque il populismo nostrano (che, attenzione, risulta ben distribuito tra quasi tutti i partiti e loro elettori!) è forse il sintomo della profonda frattura degl’Italiani che non si sentono più accomunati da interessi nazionali convergenti o largamente condivisi; è forse la sindrome della cecità politica e dell’indifferenza morale degl’Italiani di fronte agli interessi spirituali e materiali che solo la libertà assicura, essendo l’unico vero bene comune; è forse la prova che le pulsioni a legiferare e governare con provvedimenti socialmente pericolosi o addirittura distruttivi prorompono dalla società e vanno consolidandosi come apodittiche verità politiche.

 

Obbligazioni per potersi difendere dai terremoti

 

Le devastazioni e la perdita di tante vite umane, a causa dei disastri che ripetutamente colpiscono il territorio del nostro Paese, naturalmente provocano emozioni forti, suscitano diffusa solidarietà e spingono gli stessi governanti ad assumere impegni. Ciò è quanto è accaduto anche a seguito del recente terremoto. In verità la messa in sicurezza anti sismica è un problema antico che riguarda la gran parte del territorio italiano.
La semplice ricostruzione delle aree colpite e la ristrutturazione anti sismica in tutto il territorio nazionale interesserebbero non meno di 12 milioni di unità abitative con investimenti prevedibili di circa 100 miliardi di euro. Se si aggiungesse anche l'improcrastinabile intervento di stabilità idrogeologica dell'intero Paese, allo scopo di evitare le continue e devastanti alluvioni, frane e altri deterioramenti del territorio, bisognerebbe aggiungere almeno altri 40-50 miliardi di investimenti.
Indubbiamente si tratta di cifre molto importanti. Soprattutto se si considerano anche i costi delle perdite di vite umane e delle distruzioni di proprietà e di ricchezze provocate dai vari cataclismi. Secondo l'ufficio studi della Camera dei Deputati, in 48 anni sarebbero stati spesi circa 121 miliardi di euro per ricostruire ciò che i terremoti hanno distrutto! Ovviamente il ruolo dello Stato, anche in questi casi, è insostituibile. Non c'è libero mercato che tenga. E' compito dello Stato garantire la sicurezza ai propri cittadini.
Perciò è sacrosanto chiedere che gli investimenti per la ricostruzione e per la messa in sicurezza del territorio siano posti fuori dai ristretti parametri del Trattato di Maastricht. La dimensione degli investimenti richiesti non potrebbe essere soddisfatta da una semplice flessibilità di bilancio!
Lo Stato, secondo noi, potrebbe emettere specifiche “obbligazioni per la ricostruzione” al fine di creare liquidità da destinare esclusivamente alla realizzazione del programma di investimenti. Potrebbe essere la Cassa Deposti e Prestiti a farsene carico, al fine di non farli rientrare nell'alveo del debito pubblico. Del resto la stessa Germania usa in tale senso la sua Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, la gigantesca banca di sviluppo tedesca che, con attivi per oltre 500 miliardi di euro, è da sempre considerata fuori dal bilancio statale. La KFW è stata il motore della ricostruzione e dello sviluppo dell'economia tedesca.
Tale scelta non potrebbe che essere condivisa perché, come noto, il debito sarebbe strettamente legato a politiche di sviluppo che creano non solo unità abitative sicure ma anche produzione, occupazione, aumento della produttività e maggiori introiti fiscali. Così lo stesso debito iniziale verrebbe in parte ripagato e creerebbe allo stesso tempo nuova ricchezza.
Ai sottoscrittori delle obbligazioni si potrebbe estendere la garanzia dello Stato fino al valore di 100 mila euro, così come avviene per i conti correnti bancari. Sarebbe una forma di forte incentivazione. Importante che detti titoli siano di lungo termine, almeno 10 anni, con capitale nominale garantito, ad un tasso di interesse basso ma comunque superiore al tasso zero di oggi.
Un secondo strumento per sostenere i menzionati investimenti potrebbe essere simile a certi contratti di assicurazione sulle vita. Il risparmiatore verserebbe un capitale, ad un tasso di interesse stabilito, mantenendolo bloccato per un certo numero di anni. Alla scadenza avrebbe diritto alla restituzione del capitale investito più gli interessi maturati, oppure ad una rendita commisurata. In questo caso non si avrebbe alcuna emissione di obbligazioni ma si tratterebbe di “assicurazioni sulla stabilità del territorio”. Anche questo strumento potrebbe essere gestito dalla stessa CDP. Per incentivare tali “polizze assicurative”, lo Stato potrebbe anche qui offrire una garanzia fino a 100 mila euro e altri eventuali incentivi.
Purtroppo i governi preferiscono creare un debito anonimo, e non mirato a settori specifici di intervento, perché, in questo modo, possono gestirlo come meglio credono, anche per coprire altri buchi di bilancio. Ma il disegno che dovrebbe stare alla base delle messa in sicurezza dell'intero territorio rappresenta una grande sfida ma anche l'opportunità di indirizzare e programmare l'economia in un modo differente dal passato, compatibile con la difesa della natura e dell'ambiente.

Naturalmente i controlli di qualità, di trasparenza e di rispetto delle regole sono fondamentali per la riuscita del progetto. Così come è indispensabile il coinvolgimento delle popolazioni interessate.

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all'Economia - **economista.

Quando si incontrano domanda e offerta

di Luigi Caramiello*

Quella relativa all'incontro fra domanda e offerta di merci, di beni, servizi è una questione che turba da sempre il sonno non solo degli economisti, ma anche di vari adepti di altre discipline. Si tratta di un tema inerente, nella sostanza, alla disponibilità di "informazioni" di cui dispone l'attore, all'interno del meccanismo negoziale e in generale riguardo a tutte le dinamiche di scambio sociale. Ora, le trasformazioni che stanno investendo in modo impetuoso il contesto societario, hanno delle conseguenze che mettono seriamente in discussione alcuni aspetti fondamentali dello scenario concettuale nel quale si sono strutturate le scienze sociali. Vorrei fare qualche esempio.
Se avessi deciso, 7 o 8 anni fa, di cambiare il divano, perché, nonostante la griffe prestigiosa, il colore non si intonava più al nuovo arredamento del mio living, l'unica cosa che potevo fare era di chiamare il rigattiere, il quale, nella migliore delle ipotesi mi avrebbe liberato dell'incombenza con modica spesa, oppure sperare che la nettezza urbana lo smaltisse nei rifiuti speciali. Oggi, invece, faccio una fotografia del sofà, lo metto in vendita su una piattaforma in rete, e nel giro di poche ore mi ritrovo con decine di telefonate di chi vuole comprare proprio il mio divano (se lo vengono pure a prendere) perché ha il design che piace a loro, perché ha la pelle di colore uguale alla tovaglia del tavolo e si combina splendidamente con le sedie e con la tinta di una cassettiera ecc. Ovviamente, sono disposti a pagarlo la metà della metà del valore di "mercato" di quel prodotto, ma forse sarebbe meglio dire del prezzo che gli chiederebbe un rivenditore se lo acquistassero al negozio, ma per me venditore, quei due o trecento euro, sono come piovuti dal cielo, anche considerando che non devo sobbarcarmi le spese di trasporto e smaltimento. Ho fatto un esempio, il più semplice possibile, ma vale identicamente per quella splendida collezione di vinile, intonso, con i più interessanti gruppi dell'era progressive rock, per tanti di quei libri, vecchi e nuovi, che gli intellettuali adorano e che, invece, sui miei scaffali occupano solo spazio. Una fotografia, in bella mostra su e-bay, e via. In pochi giorni hai una fila di potenziali acquirenti, una telefonata ed è andata, con guadagno netto di spazio, tempo e denaro.
Ora, attenzione, questa cosa ha delle ricadute positive anche sul terreno di quella che il pensiero politicamente corretto chiama la "sostenibilità". Infatti il meccanismo permette il ridursi di inutili sprechi, consente il riuso ed il riciclaggio di oggetti e beni in ottimo stato, la diminuzione della quantità di rifiuti, insomma, siamo in presenza di un dispositivo di "ottimizzazione" del processo di allocazione di risorse, beni, servizi, che quasi avvicina la realtà fattuale del meccanismo al modello teorico. Tutto a posto? Oppure c'è il trucco? E dov'é? Sembra tutto funzionare, con la precisione delle scienze "esatte", come gli orologi svizzeri. Il fatto è che la scienza non è esatta. E' sempre approssimata, parziale, transitoria. La scienza è tale proprio quando contempla la possibilità di essere sbagliata e mette nel conto sempre un margine di errore. Se è esatta, insomma, non è scienza. Del resto, la perfezione non è di questo mondo, e bisogna fare talvolta i conti con gli "effetti perversi" dei fenomeni, ma andiamo con ordine.
Mi racconta un amico, titolare di un grosso negozio di articoli sportivi, che da un po' di tempo succede una strana cosa. I ragazzi entrano, si provano le snakers, scarpe marcate Adidas, Nike, Puma, All Star, se le rimirano allo specchio ben bene, come stanno al piede, il colore, sperimentano la camminata, come scendono sui pantaloni, però non le comprano. Insomma, il suo giro di affari si contrae ogni giorno di più. Ha già licenziato due commessi e se continua così dovrà abbassare la serranda. Il fatto è che i ragazzi, una volta fatta la scelta, attraverso un monitoraggio "materiale" del prodotto, poi lo comprano su Internet, dove lo pagano minimo il 30% in meno. Insomma, dice il mio amico, il suo store non è più un punto di vendita, ma un punto di prova. E questo vale per tanti altri prodotti e per moltissimi altri settori merceologici. Insomma, la vendita on-line è, per il settore della distribuzione, l'equivalente di quello che la robotica è per il comparto manifatturiero.
Ora, mi rendo conto che tutto questo, nella storia, è già accaduto, che il declino di un settore produttivo crea occupazione in un altro, che è successo in passato similmente con l'avvento della macchina di Watt, che certo non possiamo fare l'errore storico dei luddisti ecc. Ma il dato è che noi non lo stiamo guardando con la distanza di una o più generazioni che osservano una fase storica passata, risolta. No. Noi ci stiamo dentro questo turbine, qui ed ora e con tutte le conseguenze che sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle, noi non possiamo ancora avere, esenti da coinvolgimenti ed emozioni, il distacco di chi osserva analiticamente il modo di funzionare del business; per usare le parole di Rachael in Blade Runner "noi siamo il business". Ovviamente, il meccanismo di cui parliamo, non può essere fermato, non si può imbrigliarlo in nessun modo, non si può e non si deve immaginare in alcun modo di bloccare l'evoluzione, il progresso tecnologico, la trasformazione produttiva, il cambiamento. Dobbiamo stare dentro la sua dinamica e trovare il modo di fruirne i vantaggi, riducendo al minimo i danni.
Pur nella consapevolezza che, come diceva il poeta, "non ci sono pasti gratis". L'unica strategia che possiamo attivare, insomma, é quella di incalzare lo sviluppo, spingere l'incremento economico e l'innovazione, in tutti i settori, sollecitare la crescita, usare tutti gli incentivi possibili, arginare il clientelismo e la burocrazia, valorizzare il merito, migliorare lo scenario complessivo, insomma, determinare le condizioni, perché il "mercato" possa rimettersi in moto e creare nuova ricchezza, nuove opportunità, nuovo lavoro. Pensando anche con grande attenzione ai modi più efficaci per fornire un sostegno a chi proprio non ce la fa, contemplando anche una riflessione senza preconcetti su quel reddito minimo di cui parlava Hayeck. Insomma, abbiamo bisogno di uno sguardo ampio, aperto, di prospettiva.
Invece, abbiamo davanti agli occhi, tristemente, la realtà di un Paese che non vuole cambiare, proprio non ci riesce, che, anche per questo, stenta a ripartire con la velocità necessaria, un'Italia che forse, se va bene chiuderà quest'anno con un incremento del PIL intorno all' 1%, con la disoccupazione ancora al 12 e quella giovanile al 45%. Su certi dati relativi al mezzogiorno permettetemi di stendere una trapunta pietosa di silenzio. Basti dire che dei 700mila giovani che vivono oggi nell'Inghilterra della Brexit, un'ampia parte sono meridionali. Probabilmente, alcuni di loro "svoltano", nel mondo del commercio, della produzione, della cultura, britannici, ma la gran parte degli altri sono destinati a sbarcare il lunario svolgendo lavori dequalificati e sottopagati. Certo, è un po' la regola che riguarda gli immigrati ovunque. E so bene che i cervelli "devono" anche fuggire, ma di cervelli Inglesi, tedeschi, nelle nostre contrade non ne vedo tanti. Insomma, vedere questo esodo un po', come dire, dispiace. Anche perché questi ragazzi sono in gran parte diplomati e laureati, con le famiglie che hanno fatto grandi sacrifici per fargli raggiungere questi standard formativi, certo non per vederli friggere salsicce a Portobello's road.
Ma, facciamo un passo indietro. Chi sono questi ragazzi? Che facevano in Italia, prima di partire? Quale visione avevano? Loro e quelli che sono rimasti (in attesa di partire anche loro?) Probabilmente facevano quello che fanno tutti i ragazzi, un po' dovunque in Europa e in Occidente. Studiavano, si divertivano, seguivano mode e davano sfogo al loro sentimento di ribellione. Avevano anche i loro momenti di impegno sociale, di partecipazione politica, erano contro l'olio di palma, gli OGM, manifestavano per fermare la TAV, il Gasdotto, gli inceneritori, le trivelle petrolifere, i gassificatori, e tutto il resto. Come fanno i giovani (guidati e manovrati dagli anziani e cattivi maestri) ovunque nel mondo libero. Con una sola differenza. Da noi hanno vinto. Hanno bloccato ogni cambiamento. A tutti i livelli. Salvo eccezioni, la loro visione demenziale é divenuta senso comune, pensiero dominante, egemonia, in senso gramsciano. Hanno fatto proprio il punto di vista che gli propinano praticamente tutte le agenzie di formazione, tradizionali e nuove. La famiglia, la scuola, l'Università, i media, la rete. Tutti in coro a cantare le lodi di una concezione avversa allo sviluppo, civettante con la retorica della lotta al "neoliberismo", della "decrescita felice", del "chilometro zero", e via scemenzando. Risultato? Il Paese è impaludato, lo sviluppo non parte, e loro sono costretti ad emigrare in Paesi (la GB è solo un esempio, il più eclatante) che hanno realizzato quei programmi energetici, infrastrutturali, istituzionali, innovativi, i quali, respinti nella nostra Italia, costituiscono palesemente l'humus necessario affinché si metta in moto il motore della crescita produttiva e occupazionale, in ogni campo, in tutte le altre nazioni progredite.
L'unica cosa che non si è potuta fermare in Italia è la rivoluzione digitale, perché (bufale sui social a parte) il terreno telematico, il mondo virtuale, è meno suscettibile all'esercizio di quei vincoli, politici, ideologici, istituzionali, che invece la fanno da padroni sul territorio reale. Il risultato é che il sistema Italia paga salatamente il prezzo, inevitabile, della trasformazione tecnologica, ma è impedito a godere dei suoi possibili benefici. E questo per delle ragioni "culturali", ideologiche, che, come aveva intuito Weber, a volte agiscono come la variabile indipendente della dinamica sociale.
E' una dicotomia banale e semplicistica, ma permettetemi di usarla, solo come schema di esemplificazione: la struttura "economica" del Paese è impedita ad evolvere, perché é stata avvelenata la sovrastruttura culturale e istituzionale, che dovrebbe guidare la direzione e la possibilità del cambiamento. Insomma l'egemonia dei "rivoluzionari" ha costruito tutte le condizioni perché il Paese venga seppellito, sotto una coltre spessa e impenetrabile, del peggiore "conservatorismo".

* Comitato Scientifico Società Libera

Perversione fiscale

 

Secondo notizie di stampa, studiosi di diversa estrazione hanno messo nero su bianco delle proposte miranti ad introdurre “le tasse legate all’età”, come felicemente le ha battezzate il Corriere della Sera. Alla base c’è l’idea perversa di discriminare i contribuenti secondo la data di nascita. Non so se si tratti di una novità assoluta nel mondo. In materia di tributi non si può mai dire, perché nel corso della storia i governanti hanno tassato tutto il tassabile, con una fantasia tanto incontenibile quanto imprevedibile. Ma in Italia, che pure conosce addirittura la tassa sull’ombra e la tassa sulla tassa, credo proprio di sì. Ed è l’ennesima prova che il Governo e di conseguenza l’Italia sono alla disperazione, sebbene (sebbene!) nell’ultimo anno le entrate fiscali siano aumentate del 3,3%, superando i 450 miliardi. Il Governo e di conseguenza l’Italia sono terrorizzati dal dover trovare 20 miliardi nel 2018 e 23 miliardi nel 2019 per scongiurare lo scatto delle cosiddette, eufemisticamente, clausole di salvaguardia, cioè l’aumento automatico dell’iva verso aliquote repressive. Gli studiosi in questione provengono dagli ambienti accademici e governativi. Secondo le parole di uno di loro, “l’idea è di ancorare la pressione fiscale non solo al reddito ma anche all’età. A parità di reddito il giovane pagherebbe meno dell’anziano.”
Lo scopo di tale creativa innovazione fiscale non è, a quanto sembra, strettamente economico e tributario, ma morale e sociale, un aggettivo, quest’ultimo, che secondo un mio aforisma perverte il sostantivo nel suo contrario. Infatti, dichiara lo stesso studioso, “il nostro obiettivo è ridurre il disagio giovanile.” Nobile scopo perseguito con ignobile mezzo. Ed eccone il perché. Ma qui le strade si dividono. Lo studioso della Bocconi e del Pd pensa di accollare allo Stato la perdita di gettito, ovviamente con altre tasse e la solita lotta all’evasione. Gli studiosi della Luiss (della Luiss!) sono consapevoli che lo Stato è con l’acqua alla gola e quindi non può fare a meno delle entrate che perderebbe esonerando i giovani dall’imposta sul reddito oppure riducendogliela. Pertanto sono costretti ad inventarsi una compensazione: le imposte tolte ai giovani le caricano sui vecchi. Non più Enea porta sulle spalle Anchise, bensì il padre Anchise si accolla il figlio Enea.
Accadrebbe dunque che un ottantenne, magari pensionato monoreddito a 20.000,00 euro l’anno, pagherebbe più Irpef di un trentenne nelle stessa posizione tributaria. Dove siano la moralità e la socialità di una tale misura fiscale, sfugge. Già oggi gli anziani mantengono figli e nipoti loro. Devono mantenere pure gli altrui? Sergio Ricossa, un maestro degli economisti liberi e liberali, ripeteva che chiunque è capace di inventare nuove tasse, essendo facilissimo colpire alla cieca o con avvedutezza gl’inermi contribuenti. Per la verità Ricossa al “chiunque” aggiungeva un epiteto, parlando in generale.
Agli escogitatori di tributi d’ogni epoca ed estrazione giova sempre ricordare il Maestro dei maestri in materia, il vecchio Adam Smith, secondo il quale “non c’è arte che il governo apprende prima, di quella di prosciugare il denaro dalle tasche del popolo.” Infine, tali proposte fiscali, già irrazionali in sé, non passano neppure il vaglio di costituzionalità perché contrarie anche all’uguaglianza legale imposta dagli articoli 3 e 53 della Costituzione. Discriminano i cittadini proprio con riguardo al cardine della cittadinanza, cioè alla capacità contributiva degli individui, né più né meno dei “contributi di solidarietà” imposti ai soli redditi da pensione anziché a tutti i redditi personali.

* Comitato Scientifico Società Libera.

Populismo

E’ fatto di idee semplici e passioni elementari, in radicale protesta contro la tradizione e contro quella cultura e quella classe politica che ne è l’espressione ufficiale. Con il populismo si coagula una nuova sintesi politica che non può essere definita, secondo il comune linguaggio parlamentare, conservatrice o progressista perché supera e mantiene ambedue le posizioni affermando, da un lato una volontà autoritaria, che nella fretta del fare, è sempre insofferente degli impacci e delle remore imposte dalle procedure costituzionali di una democrazia moderna, e dall’ altro, quando arriva al potere manipola le masse con slogan genericamente rivoluzionari.
A questo populismo si accompagna un diffuso anti-intellettualismo, un atteggiamento di rivolta contro la ragione critica che è poi una rivolta contro lo specialista, l’esperto, lo studioso in nome di sentimenti o passioni elementari e primitive dei quali si fanno portatori in primo luogo i giovani...........

Nicola Matteucci “ Dal Populismo al Compromesso Storico” Edizione della Voce – Roma 1976 p. 50.

SE PAOLO GENTILONI FOSSE UNO STATISTA

 

Statista è il politico che guarda lontano e mira agl’interessi duraturi della nazione anziché ai suoi propri o del proprio partito.

Ogni politico, tuttavia, e specialmente il politico di razza, è attaccato al potere perché sente d’essere indispensabile a perseguire gl’interessi che, in testa a lui, sono essenziali e irraggiungibili senza l’opera sua. Quindi il politico in generale sta sempre in bilico tra il fare e cadere e il non fare e durare. Paolo Gentiloni ha avuto la fortuna (la fortuna è una virtù estrinseca dell’uomo politico!) di raccogliere il governo dalle mani del popolo che ha bocciato Renzi e dalle mani di Renzi stesso. Ma finora non ha dato segni di cosa volerne e volersene fare. Sta galleggiando. Continuando il galleggiamento, passerà alla piccola storia d’Italia come uno dei tanti presidenti del Consiglio provvisoriamente insediati a Palazzo Chigi. Chi glielo fa fare? Ha raggiunto una cima alla quale, sembra, non avesse mai neppure guardato. Perché campicchiare? Forse per non scontentare nessuno e posizionarsi sulla linea di partenza per la corsa al Quirinale, sempre aperta? Forse per timore di insospettire il suo mentore? Oppure di nuocere al suo partito?

Comunque sia, egli sta sbagliando di grosso e sta sminuendo se stesso con un’autolesionistica modestia apparente. Il conte marchigiano sta facendo tirare, è vero, un sospiro di sollievo agl’Italiani. Li sta tranquillizzando un po’ dopo le frenesie di Matteo Renzi, che mi vanto d’aver sùbito definito epigono dei futuristi perché ama la velocità più della direzione, avendo elevato la fretta a virtù. Così, correndo, è andato a sbattere proprio contro i due muri che soprattutto intendeva scavalcare: sistema elettorale e riforma costituzionale. All’opposto, adesso Gentiloni pare quasi immobile e, se non dovesse compiere la manovrina economica imposta da Bruxelles, sembrerebbe addirittura fermo del tutto. È terrorizzato che Renzi e il Partito Democratico gli tolgano la fiducia? Si sente in balia di forze che non controlla? Vuole durare il più possibile? Il terrore è piuttosto ingiustificato perché, se il partito lo sfiducia, perde la faccia. Le forze contro di lui non possono molto, perché la sua debolezza è una ben maggiore forza. Quanto più mira a durare, meno durerà. Perciò tutto cospira a che egli agisca e da statista. Se poi la fortuna o i suoi lo abbandonassero, almeno cadrebbe in piedi. Dovrebbe perciò predisporre una scaletta di provvedimenti, scegliendoli tra quelli urgenti, da adottare con decreti legge, e mettere così il Parlamento di fronte alla responsabilità di decidere. I provvedimenti, ovvio, dovrebbero essere strettamente correlati al perseguimento di quegli interessi duraturi che qualificano l’opera dello statista. Gentiloni è il capo del Governo. Dunque, governi!

Tra i “detti celebri” degli antichi viene ricordata la risposta di una vecchia a Filippo di Macedonia (cito dal bellissimo “A che servono i Greci e i Romani?” di Maurizio Bettini, che riporta Plutarco). Una vecchia sottopose a Filippo una controversia che la riguardava. Filippo le disse che non aveva tempo per giudicare il suo caso. Al che la vecchia rispose: “Be’, allora non fare il re!”.

Beautifull in Campidoglio

 

di Vincenzo Olita

Mezzi di comunicazione, politici, osservatori ed analisti si affannano a prendere posizioni sulla beautiful romana, informazione e movimento 5 stelle si scontrano su analisi e considerazioni di livello politico molto modesto. Non avendo gran considerazione per entrambi i contendenti, sottolineiamo che critici e difesa si affannano tanto, ma a sproposito rispetto al nocciolo del problema che consiste nell'avventurismo della Brooke capitolina.
Di politico resta solo da valutare la capacità strategica dei grillini nel tirarsi fuori, salvando bandiera ed onore, da un pesante pasticcio creato da un' improponibile selezione della loro classe dirigente. I giornalisti, sulla scia delle polemiche, parlano di liste di proscrizione, ergendosi ad indispensabile cerniera democratica, Rai news 24, con brillante capacità di analisi, paragona la posizione dei grillini a quella di Trump.

Ma diamo ordine al nostro ragionamento, comprensione non benevola per i 5 stelle, da cui ci aspettiamo che si sbarazzino di un fardello che via via continuerà ad appesantirsi. Nessuna comprensione per un'informazione che, in larga parte, è sottoprodotto della politica e da cui ci aspettiamo, ad esempio,  maggiore interesse per il malaffare dell'Expo.
I due contendenti sono accumulati dall'insistenza nell'attribuire valenza politica alle vicissitudini dell'amministrazione romana.  Per ricredersi basterebbe ripercorrere avvenimenti, comportamenti, dichiarazioni, omissioni, gossip e bugie della prima cittadina a partire da 19 giugno, in particolare dalle  allarmanti e significative dimissioni del magistrato Carla Romana Raineri suo capo di gabinetto.

Alla fine dell'interrogatorio del 2 febbraio le prime parole della Raggi sono state "E' stato tutto tranquillo, sono molto tranquilla"; alla seconda domanda sulle polizze di Romeo " Non ne sapevo nulla, sono sconvolta". Non spingiamoci oltre, ai grillini, agli amici, ai nemici, all'informazione dovrebbe bastare. La politica non c'entra, non continuiamo a screditarla, l'esito di un buon consulto medico, forse, ci troverebbe tutti d'accordo.

Il pareggio di bilancio e la verità storica

di Pietro Di Muccio de Quattro *

La verità è che ciò che fa dell’Italia la schiava di Bruxelles, nonché di se stessa, non è il pareggio di bilancio, ma il debito pubblico, ben superiore a quello pur iscritto nel bilancio dello Stato.
Il pareggio di bilancio fu voluto da Einaudi ed inserito nella Costituzione del 1948; purtroppo la politica interpretò a comodo suo l’espressione “mezzi per far fronte alle spese”, che significava “niente spese a debito”, e stabilì che “mezzi” significasse non solo tributi, ma anche cambiali pubbliche.
La Corte costituzionale, per parte sua, avallò la legittimità costituzionale delle spese pluriennali coperte solo il primo anno. Il “combinato disposto” di questi due vizi capitali, insieme alla promulgazione presidenziale di spese non coperte, ha prodotto la valanga distruttiva incombente sull’Italia che suona irresponsabilmente la grancassa della persecuzione europea.
Come dimostrano i dati storici, i presidenti della Repubblica, i parlamenti, i giudici costituzionali succedutisi dal 1963, i quali tutti hanno contribuito a dissestare le finanze pubbliche aggirando ed eludendo il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio (che, al contrario, avrebbero dovuto preservare), ci hanno reso politicamente schiavi ben prima che all’orizzonte scorgessimo Maastricht eccetera.
Fino a quell’anno, stabilità monetaria e oculatezza finanziaria produssero il miracolo economico. Da allora inflazione e debiti sono considerati virtù pubbliche.
Il nostro Maestro di libertà e saggezza, David Hume, insegna che o la nazione distrugge il debito pubblico o il debito pubblico distrugge la nazione. Come in effetti sta accadendo anche a noi. Perché nuovi debiti dovrebbero farci arricchire, se finora i debiti pregressi ci stanno impoverendo?

* Comitato Scientifico Società Libera

Banche, soluzioni solo globali

di Mario Lettieri * Paolo Raimondi **

Di fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l'Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all'Italia, domani chissà. Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica.
Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.
Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d'Italia.
Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti e ottenuti.
Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca d'Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d'Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30 mila euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che, dal 2010, essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.
Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?
Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L'Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.
Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l'intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l'approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro. Ce lo ricorda anche l'Office of Financial Research (Ofr), l'agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.
Nell'ultimo rapporto dello scorso dicembre l'Ofr ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell'Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio. Quando Wall Street e le banche americane vendono derivati, lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.
Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L'Ofr ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale «montagna» sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.
L'allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l'Aig, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici! Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

*già sottosegretario all'Economia 

**economista

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