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Società Libera

Società Libera (47)

ATTENTI A QUEI DUE a proposito del vertice intergovernativo di Parigi del 28 agosto

di Marco Antonio Patriarca *

Il titolo non vuol essere  un allarme. Anzi. Le nuove prospettive che si aprono dal ri-avvicinamento fra il “rivoluzionario“ Emmanuel Macron e la cancelliera Angela  Merkel, potranno avere  per l' Italia  importanti conseguenze sopratutto  nella politica mediterranea della UE. I commenti a quel vertice, finalmente propositivo, sono stati positivi. Così come  l'homo economicus di Adam Smith nel perseguire i propri interessi perseguiva anche quello degli altri, Francia e  Germania, visto che ambedue abbisognano di riforme, finiranno per avvantaggiare anche gli altri Stati dell'Unione.  Quel vertice infatti sembra voler  annunciare che qualcosa di nuovo sta avvenendo nella nostra Unione così disunita e ai commenti si sono aggiunte considerazioni interessanti per chi tenta di immaginare il futuro dell'Europa nel quadro delle attuali istituzioni della UE.

Gli euro-Scettici, dal canto loro, si rallegrano che con il vertice di  Parigi la UE, oltre a prescrivere discipline di bilancio, come il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) e comminare sanzioni è finalmente capace di prendere decisioni per azioni concrete. Gli euro-Riformisti (gli antichi euro- entusiasti), da parte loro, stanno rivedendo alcune  ipotesi  fantasiose, già affacciatesi nel pieno della crisi, per rilanciare l' Unione, ipotizzando l' Europa “a più velocità” e l' Europa dei “cerchi concentrici.” Come euro-Razionalisti abbiamo approvato gli esiti del vertice di Parigi, anche se  temiamo che un' Unione dominata da Germania e Francia possa esercitare una  sovranità de facto sugli altri Stati membri diversamente sovrani; ipotesi  questa del tutto  contraria a qualsiasi aspettativa futura di unione politica di tipo federale.

Alcune recenti proposte degli euro-Riformisti ammettono che l'allargamento dell'Unione, felicemente giunto  nel 20014 a  28 Stati membri, è stato un errore anche da un punto di vista  geopolitico e che questo oggi rappresenti un freno ad una nuova Europa in Marcia. Gli euro-Riformisti per tale Marcia, pur non avendone identificata la direzione, le tappe ed i prevedibili esiti,  hanno  introdotto nel lessico politico la nuova categoria della velocità proponendo un' Europa a più velocità. La Germania, ad esempio, viaggerebbe a 100 all'ora, la Francia a 80, l'Italia a 70, Malta e Cipro a 10; senza però l'indicazione della meta che si vuole  raggiungere. Quanto  agli Stati diversamente liberali-democratici, cosiddetti  Visegrad  (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria), per  loro si dovrebbe poter adottare un contachilometri diversamente tarato.  L'altra ipotesi, che viene suggerita per un percorso integrativo dell'Unione, è quella cosiddetta  dei centri concentrici: di varie dimensioni? uno dentro l'altro? senza ingranaggi? ruoterebbero parzialmente indipendenti pur osservando le regole europee ciascuno nel suo  cerchio?  Come tutte le idee indeterminate anche queste sono affascinanti e destinate a riempire molte pagine di architettura costituzionale europea (esiste?) ma per ora appaiono vaghe e difficilmente operative e sembrano avere il solo ruolo di  nascondere il generale design failure  generato dalla natura verticistica, dirigista e anti-federale del Trattato di Lisbona, pietra angolare di tutta la costruzione europea da oltre vent'anni.   

Come liberali euro-Razionalisti siamo interessati agli esiti di Parigi  per due  ragioni: una  problematica, l'altra fortemente dinamica.  Da una parte  temiamo che Germania e Francia, quali  maggiori azionisti dell'euro-zona, nella loro strenua difesa dell'Euro (il nuovo franco- marco), nel perseguire le  loro strategie non riescano a trascinare Stati  con la spesa pubblica fuori controllo e alieni da necessarie riforme. L' Italia, ad esempio, per accedere ad una crescita accettabile rischia di mettere in ginocchio interi settori che, utili o inutili, ruotano intorno alla spesa pubblica prosciugando così occupazione nel pubblico impiego.         

La seconda ragione del nostro interesse come euro-Razionalisti è che Macron e Merkel, con una azione clamorosa dagli effetti internazionali dirompenti, diano finalmente esecuzione al trattato della  CED (Trattato Europeo di Difesa del 27 maggio 1952)  firmato e ratificato  prima da sei e poi da 10 Stati (tranne la Francia) che avrebbe dovuto costituire il nucleo federale capace di assicurare una sovranità de facto  a quel primo nucleo di Stati in vista di una  forma adeguata e graduale di Unione politica dell'Europa. Osserviamo che quel trattato, restato inerme, è tuttora valido e poiché non fa parte del pacchetto dei trattati europei (Da Roma  a  Lisbona) potrebbe divenire efficace senza alcun intervento istituzionale della UE e dare vita ad un organismo di Difesa di tipo federale fra gli stati firmatari (senza azionisti di maggioranza). L'intera Unione ne avrebbe un grande rilancio e  la politica estera del nuovo organismo sovrano di difesa, soprattutto quella relativa al Mediterraneo, diverrebbe imprescindibile nel quadro politico globale. 

Henry Kissinger potrebbe trasmettere così ai suoi successori di avere finalmente scoperto  un utile “numero di telefono” dell'Europa. 

* Comitato Scientifico Società Libera

di Marco Antonio Patriarca *
 
Il titolo non vuol essere  un allarme. Anzi. Le nuove prospettive che si aprono dal ri-avvicinamento fra il “rivoluzionario“ Emmanuel Macron e la cancelliera Angela  Merkel, potranno avere  per l' Italia  importanti conseguenze sopratutto  nella politica mediterranea della UE. I commenti a quel vertice, finalmente propositivo, sono stati positivi. Così come  l'homo economicus di Adam Smith nel perseguire i propri interessi perseguiva anche quello degli altri, Francia e  Germania, visto che ambedue abbisognano di riforme, finiranno per avvantaggiare anche gli altri Stati dell'Unione.  Quel vertice infatti sembra voler  annunciare che qualcosa di nuovo sta avvenendo nella nostra Unione così disunita e ai commenti si sono aggiunte considerazioni interessanti per chi tenta di immaginare il futuro dell'Europa nel quadro delle attuali istituzioni della UE.
Gli euro-Scettici, dal canto loro, si rallegrano che con il vertice di  Parigi la UE, oltre a prescrivere discipline di bilancio, come il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) e comminare sanzioni è finalmente capace di prendere decisioni per azioni concrete. Gli euro-Riformisti (gli antichi euro- entusiasti), da parte loro, stanno rivedendo alcune  ipotesi  fantasiose, già affacciatesi nel pieno della crisi, per rilanciare l' Unione, ipotizzando l' Europa “a più velocità” e l' Europa dei “cerchi concentrici.” Come euro-Razionalisti abbiamo approvato gli esiti del vertice di Parigi, anche se  temiamo che un' Unione dominata da Germania e Francia possa esercitare una  sovranità de facto sugli altri Stati membri diversamente sovrani; ipotesi  questa del tutto  contraria a qualsiasi aspettativa futura di unione politica di tipo federale.
Alcune recenti proposte degli euro-Riformisti ammettono che l'allargamento dell'Unione, felicemente giunto  nel 20014 a  28 Stati membri, è stato un errore anche da un punto di vista  geopolitico e che questo oggi rappresenti un freno ad una nuova Europa in Marcia. Gli euro-Riformisti per tale Marcia, pur non avendone identificata la direzione, le tappe ed i prevedibili esiti,  hanno  introdotto nel lessico politico la nuova categoria della velocità proponendo un' Europa a più velocità. La Germania, ad esempio, viaggerebbe a 100 all'ora, la Francia a 80, l'Italia a 70, Malta e Cipro a 10; senza però l'indicazione della meta che si vuole  raggiungere. Quanto  agli Stati diversamente liberali-democratici, cosiddetti  Visegrad  (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria), per  loro si dovrebbe poter adottare un contachilometri diversamente tarato.  L'altra ipotesi, che viene suggerita per un percorso integrativo dell'Unione, è quella cosiddetta  dei centri concentrici: di varie dimensioni? uno dentro l'altro? senza ingranaggi? ruoterebbero parzialmente indipendenti pur osservando le regole europee ciascuno nel suo  cerchio?  Come tutte le idee indeterminate anche queste sono affascinanti e destinate a riempire molte pagine di architettura costituzionale europea (esiste?) ma per ora appaiono vaghe e difficilmente operative e sembrano avere il solo ruolo di  nascondere il generale design failure  generato dalla natura verticistica, dirigista e anti-federale del Trattato di Lisbona, pietra angolare di tutta la costruzione europea da oltre vent'anni.   
Come liberali euro-Razionalisti siamo interessati agli esiti di Parigi  per due  ragioni: una  problematica, l'altra fortemente dinamica.  Da una parte  temiamo che Germania e Francia, quali  maggiori azionisti dell'euro-zona, nella loro strenua difesa dell'Euro (il nuovo franco- marco), nel perseguire le  loro strategie non riescano a trascinare Stati  con la spesa pubblica fuori controllo e alieni da necessarie riforme. L' Italia, ad esempio, per accedere ad una crescita accettabile rischia di mettere in ginocchio interi settori che, utili o inutili, ruotano intorno alla spesa pubblica prosciugando così occupazione nel pubblico impiego.         
La seconda ragione del nostro interesse come euro-Razionalisti è che Macron e Merkel, con una azione clamorosa dagli effetti internazionali dirompenti, diano finalmente esecuzione al trattato della  CED (Trattato Europeo di Difesa del 27 maggio 1952)  firmato e ratificato  prima da sei e poi da 10 Stati (tranne la Francia) che avrebbe dovuto costituire il nucleo federale capace di assicurare una sovranità de facto  a quel primo nucleo di Stati in vista di una  forma adeguata e graduale di Unione politica dell'Europa. Osserviamo che quel trattato, restato inerme, è tuttora valido e poiché non fa parte del pacchetto dei trattati europei (Da Roma  a  Lisbona) potrebbe divenire efficace senza alcun intervento istituzionale della UE e dare vita ad un organismo di Difesa di tipo federale fra gli stati firmatari (senza azionisti di maggioranza). L'intera Unione ne avrebbe un grande rilancio e  la politica estera del nuovo organismo sovrano di difesa, soprattutto quella relativa al Mediterraneo, diverrebbe imprescindibile nel quadro politico globale. 
Henry Kissinger potrebbe trasmettere così ai suoi successori di avere finalmente scoperto  un utile “numero di telefono” dell'Europa. 
 
* Comitato Scientifico Società Libera

I NUOVI ANTIMODERNI

di Pietro Di Muccio de Quattro

Se ne avessi l’autorità, come ne ho l’ardire, suggerirei a Massimo Fini, del quale “Il Fatto Quotidiano” ha ospitato un paginone su “Rousseau e la lotta al consumismo”, la lettura del libro, fresco di stampa, “A proposito di Rousseau”. L’autore è David Hume, nientemeno: uno che Rousseau lo conosceva fin troppo bene. Questo libro, un gioiello di profondità e leggerezza, arguzia e gravità, pubblicato da Rubbettino, traduce l’originale inglese “Un conciso e genuino resoconto della disputa tra il Signor Hume e il Signor Rousseau: con le lettere che si scambiarono durante la loro controversia” del 1766.
L’articolo di Fini ha per occhiello “Illuministi”. Ma quanto diversi tra loro! Hume, come lui dice di se stesso, era mite, socievole, aperto, brioso, padrone del suo carattere, insensibile all’inimicizia e moderato nelle passioni. Rousseau, invece, bontà sua, si descrive così: “Sento il mio cuore e conosco gli uomini. Non sono fatto come nessuno di quanti ho conosciuto. Mi sono sempre creduto e mi credo ancora, tutto sommato, il migliore degli uomini”.
La disputa in questione, pur appartenente al “Secolo dei Lumi”, è tuttavia strettamente attuale perché le citazioni e l’entusiastico commento di Fini riguardo al “Discorso sulle scienze e sulle arti” di Rousseau ripropongono un tipo di attacco alla “Modernità” che in modi e mezzi aggiornati vediamo tutt’oggi scagliare sotto i nostri occhi. Il paradosso di tale attualità sta in questo, che Fini esalta l’intemerata contro l’economia di un pensatore come Rousseau che era (ed è) noto per la sua ignoranza in materia. Massimo Fini individua “la straordinaria modernità di Rousseau, l’antimoderno” nella condanna della ricchezza, dello sviluppo economico, del mercato libero, e cita la preghiera di Rousseau: “O Dio onnipotente, tu che tieni nelle tue mani gli spiriti, liberaci dai lumi e dalle funeste arti e rendici l’ignoranza, l’innocenza, e la povertà, i soli beni che possan fare la nostra felicità e che sian preziosi al tuo cospetto” (sic!).
Hume e Rousseau non erano profondamente diversi soltanto nel carattere, ma anche nel pensiero. Hume credeva nella proprietà privata, nel “governo limitato”, nella libertà sotto la legge, nella cooperazione volontaria, nella moneta e nello scambio, nelle arti e nella raffinatezza. Rousseau sulla proprietà privata esprime giudizi contraddittori, dove l’accetta, dove la condanna. Ma la questione di fondo, come sottolinea Lorenzo Infantino, “è che il modello di società a cui Rousseau è rimasto sempre fedele è quello del collettivismo spartano. Nel ‘Discorso sulle scienze e le arti’ ha definito Sparta una ‘repubblica di semidei più che di uomini’. Il modello spartano è reiteratamente proposto nell’improvvida lettera a d’Alembert. Sparta è il punto di riferimento nel ‘Progetto di costituzione per la Corsica’ dove vengono addirittura proposte l’autarchia e l’abolizione del denaro, nonché il calcolo in natura. L’adozione di Sparta come proprio modello sociale e il rifiuto del denaro, che è il mezzo della libertà individuale di scelta, indicano chiaramente l’obiettivo che Rousseau si prefiggeva. Quanto scritto contro la scienza, le arti, la grande città, e il lusso ne è un mero complemento”.
Hume aborriva il ‘governo popolare’ (si direbbe il populismo di oggi!) perché amava la costituzione inglese, “se non il migliore sistema di governo, perlomeno il più completo sistema di libertà mai visto e conosciuto dal genere umano”, e temeva il potere illimitato e vessatorio. Rousseau negava che il popolo inglese fosse libero perché “i deputati del popolo non sono né possono essere i suoi rappresentanti; nelle antiche repubbliche, e anche nelle monarchie, mai il popolo ha avuto rappresentanti, la stessa parola era ignorata”.
Ognuno può capire da questi semplici accenni a quella celebre controversia tra Hume e Rousseau (celebre perché in Europa erano celebri i disputanti e dunque lo fu la disputa) che la “volontà generale” di Rousseau, messa al servizio della sua ossessione di edificare “il regno della virtù” redimendo il mondo dal male, è un terribile pericolo immanente nella politica. Pure oggi, sebbene equivocato e indefinito, questo pericolo è davanti a noi, benché i nuovi antimoderni non siano che orecchianti, anche inconsapevoli, del vecchio Ginevrino.

Libertà dei popoli oppressi

X MARCIA INTERNAZIONALE PER LA LIBERTÀ DEI POPOLI OPPRESSI

dedicata alla liberazione di
AHMADREZA DJALALI e IRAJ JAMSHIDI

Roma, sabato 21 ottobre 2017

Società Libera ha forte preoccupazione per la detenzione e la condanna a morte di Ahmadreza Djalali, medico e ricercatore iraniano, detenuto arbitrariamente a Teheran dal 24 aprile 2016.
Residente a Stoccolma, ha lavorato come docente e ricercatore in medicina dei disastri, collaborando con istituti universitari in Piemonte, Svezia e Belgio. Arrestato a Teheran in occasione di un seminario, è stato incarcerato senza processo. I suoi legali non hanno avuto accesso agli atti e il docente, obbligato a firmare false dichiarazioni, è stato condannato a morte con l’accusa di “collaborazione con governi nemici”.
Attualmente é detenuto nello stesso reparto del giornalista Iraj Jamshidi a cui Società Libera nel 2006 a Milano conferì il Premio Internazionale alla Libertà.
Il suo caso è emblematico dell’assenza di libertà in Paesi come l’Iran, in cui i diritti fondamentali sono quotidianamente negati, così come il diritto di ricerca, di diffusione del sapere e il diritto a un giusto processo.
Società Libera, su sollecitazione della moglie Vida Mehrannia e in nome del diritto alla libertà della persona, si appella al governo iraniano, affinché rilasciando Ahmadreza Djalali e Iraj Jamshidi dimostri il suo impegno a rispettare gli standard internazionali sui diritti umani.
Al governo italiano e alle istituzioni europee chiede di prendere posizione e di usare ogni mezzo diplomatico per ottenerne la scarcerazione.

Via della seta: Cambia il mondo


di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi **

La conferenza internazionale sulla Nuova Via della Seta, oggi chiamata anche «Belt and Road Initiative» (Bri), tenutasi recentemente a Pechino inciderà profondamente sulle strategie delle potenze mondiali e sull'intero pianeta. Ciò a prescindere dal fatto se si sia preoccupati delle sue implicazione geo-politiche e geo-economiche. Non è un caso che abbiano partecipato oltre 120 Paesi e ben 29 capi di stato e di governo.
In effetti il grande progetto può diventare il ponte di sviluppo tra i vari continenti attraverso importanti infrastrutture viarie, ferroviarie, marittime e telematiche. Sarà una nuova forma di globalizzazione, questa volta non sottomessa alle leggi della finanza.
Il presidente cinese Xi Jinping, presentando il «progetto del secolo», ha fatto appello alla cooperazione produttiva internazionale, in quanto «le industrie sono il fondamento dell'economia». Una maggiore cooperazione internazionale vuol dire migliorare la governance globale. Ben consapevole del ruolo delle banche e del credito il leader cinese ha detto che «la finanza è la linfa dell'economia moderna. Servono una finanza stabile e inclusiva, nuovi modelli di investimento e di finanziamento diversificato e una forte cooperazione tra governi e capitale privato». Ci sono già finanziamenti governativi cinesi per oltre 110 miliardi di dollari.
Il presidente Vladimir Putin, pur riconoscendo che gli obiettivi posti sono di non facile realizzazione, ha confermato il sostegno della Russia. «Quanto proposto è molto necessario e grandemente voluto e segue il trend dello sviluppo moderno», ha detto. «Questa è la ragione per cui la Russia non solo appoggia il progetto Bri ma intende parteciparvi attivamente insieme ai partner cinesi e degli altri Paesi interessati». Complessivamente sono previsti investimenti per oltre mille miliardi di dollari destinati a circa 900 progetti.
L'Occidente, purtroppo, ha avuto finora un atteggiamento molto miope rispetto al Bri, anche confermato dalla decisione americana, inglese, francese e tedesca di mandare a Pechino rappresentanti di secondo piano. Anche l'India ha disertato il vertice a causa del coinvolgimento del Pakistan e per le temute implicazioni geopolitiche del previsto corridoio Cina-Pakistan.
La nuova Via della Seta altro non è che una complessa rete di infrastrutture: strade, ferrovie ad alta velocità, oleodotti, porti, fibra ottica, telecomunicazioni. Intanto si collegherà la Cina con sei regioni: la Russia, l'Asia centrale, il Medio Oriente, il Caucaso, l'Europa orientale e infine l'Europa occidentale, diramandosi fino a Venezia, Rotterdam, Duisburg e Berlino. Ci sono poi i corridoi che collegheranno l'Asia meridionale: Cina-Birmania-Bangladesh-India e Cina-Afghanistan-Pakistan-Iran.
Il Bri è quindi un'iniziativa fondamentale per lo sviluppo e decisiva per la pace nel mondo. È il caso di ricordare che dal suo annuncio del 2013 Che ad oggi la Cina ha già investito oltre 50 miliardi di dollari con fondi della Banca Centrale e dell'Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) di più recente costituzione.
È importante notare che con il Bri la Cina intende coinvolgere tutti gli stati dell'Unione europea, anche quelli più piccoli dell'Europa centrale e orientale e, in particolare, i Paesi del Mediterraneo. Coi primi, nel 2016, ha già sviluppato 50 progetti in differenti settori. Dal 2011 è entrato in attività il trasporto di merci su ferrovia tra l'Europa e la Cina: ben 3.600 treni merci hanno toccato 27 città cinesi e 28 città in 11 Paesi dell'Europa! Il Bri apre all'Italia grandi opportunità in tutti i campi, a cominciare da quelli industriali, del turismo e della cultura.
È noto che dal 2015 il canale di Suez è raddoppiato, anche con investimenti cinesi. Ciò fa del Mediterraneo un naturale terminale strategico. Perciò occorre modernizzare e potenziare in tempi brevissimi tutta la nostra rete portuale, soprattutto nel Mezzogiorno, portando le ferrovie fin dentro ai porti. È opportuno ricordare che i porti di Genova, Venezia e Trieste già «arrivano» direttamente al centro dell'Europa più del Pireo o di qualsiasi altro porto mediterraneo. Occorre agire subito, ragionando però su uno spazio temporale di 30-50 anni.

*già sottosegretario all'Economia **economista

Mattarella batta un colpo

 

di Pietro Di Muccio de Quattro*

La discussione sulla legge elettorale rischia seriamente di diventare il casus belli dello scioglimento anticipato delle Camere. Sia chiaro, una legge elettorale è indispensabile e urgente perché a tutt’oggi l’Italia è una democrazia zoppa. L’hanno azzoppata i partiti che hanno intignato ad approvare leggi elettorali vergognose e incostituzionali, quali apparirono sùbito a chi le guardava senza la concupiscenza dei politici cialtroni a cui servivano per prevalere forzando il sistema rappresentativo verso l’oligarchia del cuore anziché del voto personale. L’ha azzoppata la Corte costituzionale, coraggiosa nell’amputare le sconcezze di quelle leggi ma timorosa di cancellarle del tutto, accampando il consolidato sofisma secondo cui una pur rudimentale normativa elettorale deve comunque restare in piedi, per ogni eventualità. L’ha azzoppata il Presidente della Repubblica che ha promulgato una legge elettorale che prevedeva l’elezione di una sola Camera mentre le Camere elettive erano ancora due. Ora il Parlamento ha ripreso a discutere di legge elettorale ma pure di elezioni anticipate. Il rischio è che ottenga le seconde senza la prima, alla quale malauguratamente ma necessariamente dovrebbe provvedere il Governo e il Capo dello Stato con un decreto legge che elimini le più stridenti discrasie tra i due monconi lasciati in vigore dalla Consulta. I decreti legge in materia elettorale, a meno che non riguardino qualche pratico dettaglio tecnico, sono considerati alla stregua di atti eversivi se regolano elementi essenziali della rappresentanza, come accadrebbe nella fattispecie. Tuttavia, in tale pur deprecabile caso, il decreto legge sarebbe pienamente giustificato dal principio immanente Salus rei publicae suprema lex, perché Governo e Presidente avrebbero il dovere costituzionale, politico, morale di sostituirsi ad hoc ad un Parlamento tanto illegittimo quanto impotente.
A questo punto mi pare sacrosanto l’appello a Mattarella affinché batta un colpo. Egli ha già dichiarato, in pubblico e no, che scioglierà il Parlamento solo dopo che avrà approvato una legge elettorale che scongiuri maggioranze parlamentari contraddittorie, le quali potrebbero condurre di nuovo allo scioglimento di entrambe le Camere o di una sola. Supponiamo che una legge del genere venga approvata prima dell’estate. Ciò nonostante, dal punto di vista politico, non sarebbe sbagliato anticipare le elezioni di cinque o sei mesi, scagliando addosso al nuovo Parlamento il macigno della legge di stabilità? Ciò nonostante, dal punto di vista costituzionale, non sarebbe sbagliato far passare ed applicare una legge elettorale purchessia, gettando sul nuovo Parlamento, ancor prima di nascere, l’ombra scura dell’elezione con un’altra legge inficiata? Il Presidente della Repubblica ha, tra gli altri, due “poteri di messaggio”. Il primo gli deriva dall’articolo 74 della Costituzione. Prima di promulgare una legge, Mattarella può, con messaggio motivato, chiedere alle Camere una nuova deliberazione. Il secondo gli proviene dall’articolo 87 della stessa Costituzione, che lo autorizza a inviare alle Camere messaggi cosiddetti liberi, cioè svincolati da una specifica legge.
Pur essendo vero che, storicamente, sia i messaggi di rinvio sia i messaggi liberi non hanno avuto eccessiva fortuna, nella presente contingenza sembrano gli strumenti più appropriati per porre, doverosamente, pubblicamente, solennemente, la classe parlamentare di fronte alle sue enormi responsabilità politiche. Con il messaggio ex art.74 Mattarella può ritardare (fin quasi a bloccarla, considerato il tempo esiguo alla fine naturale della legislatura) ogni legge elettorale direttamente o indirettamente irrispettosa dei principi costituzionali implicati e connessi alla democrazia rappresentativa e al governo parlamentare. Con il messaggio libero, che è urgente nelle condizioni date, anche per le travagliate vicende della morente legislatura, il Presidente della Repubblica, a prescindere dalla sorte della legge elettorale, dovrebbe manifestare ai rappresentanti e ai rappresentati la sua preliminare determinazione di rifiutare, nell’interesse supremo dello Stato, il pretestuoso scioglimento anticipato, salvo che il Governo venga sfiduciato con voto formale e il Parlamento dimostri di non voler accordare la fiducia a nessun altro Governo. Il Presidente della Repubblica dev’essere giudice della legislatura, non testimone muto della fine.

* Comitato Scientifico Società Libera

Verso la bolla dei corporate bond

 

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

La bolla dei corporate bond è una seria minaccia al sistema economico e finanziario mondiale. Forse è peggiore di quella dei famigerati mutui subprime e delle ipoteche immobiliari del 2008, in quanto ha abbondantemente superato i 30 trilioni di dollari. Il dato più preoccupante però è che nel settore corporate il tasso debiti/ ricavi, il famoso leverage, è il più alto degli ultimi 12 anni.
In Italia i corporate bond ammonterebbero a circa 1.200 miliardi di euro, il doppio del livello raggiunto nel 2007. In Europa si è secondi solo alla Germania che ha un'economia più forte.
Si tratta, come è noto, di prestiti obbligazionari emessi dalle società per cercare finanziamenti. Il ricorso al mercato dei capitali è indubbiamente una strada importante e positiva se imboccata con grande attenzione. Si può ottenere la necessaria liquidità per modernizzare e innovare le strutture produttive e per ampliare il perimetro del mercato. Purtroppo, però, come in molte altre situazioni economiche e finanziarie, l'abuso e la mancanza di oculatezza possono portare a dei disastri.
L'anno scorso le grandi imprese hanno aumentato il loro debito corporate a livello mondiale di ben 3,7 trilioni di dollari. Un nuovo record. Una simile impennata si ebbe nel 2006 alla vigilia della crisi globale. Ora non si può ignorare che recentemente anche il quotidiano economico tedesco Handelsblatt abbia ammonito il governo e gli investitori tedeschi del rischio dell'esplosione di questa nuova bolla.
La «miccia» potrebbe essere accesa dall'atteso e progressivo aumento dei tassi di interesse. Negli Usa la bolla dei corporate bond ha raggiunto i 14 trilioni di dollari, superando di molto anche quella delle ipoteche immobiliari che è di circa 11 trilioni. Perciò gli Stati Uniti potrebbero diventare nuovamente l'epicentro di un'ulteriore e più grave crisi finanziaria globale.
Dal 2008 ad oggi negli Usa l'ammontare dei corporate bond è cresciuto del 75%, tanto da spingere persino il Fondo Monetario Internazionale a riconoscere che un aumento del tasso di interesse potrebbe far crescere il rischio di collasso per un quinto delle grandi corporation americane. Per quello che possa valere, anche le agenzie di rating ammettono un tale rischio soprattutto per le imprese del settore energetico e delle materie prime. Nel 2016 ci sarebbero stati 162 bond default per un totale di 240 miliardi di dollari, pari a più del doppio del livello del 2015 che era stato di 110 miliardi.
I Quantitative easing hanno di fatto permesso alle banche centrali di acquistare una grande quantità di titoli di Stato spingendo nel contempo le banche e gli altri grandi investitori verso il mercato dei corporate bond. Ciò ovviamente è stato molto favorito dalla politica di interesse zero che ha reso i titoli di Stato poco appetibili. Secondo il citato giornale tedesco, il gigante assicurativo Allianz, per esempio, avrebbe in portafoglio ben 250 miliardi di dollari di tali titoli, molti dei quali con un rating a dir poco mediocre.
Secondo uno studio dell'Institute of International Finance, negli Usa e in Europa il 97% dei fondi resi disponibili per le imprese dai corporate bond sarebbe usato per operazioni di «ingegneria finanziaria» e soltanto un misero 3% verrebbe impiegato per l'acquisto di macchinari o per altri investimenti reali di lungo termine.
È una palese distorsione, una scelta di vera «finanza creativa» che ha comportato soprattutto operazioni di fusioni e acquisizioni, di riacquisto di quote azionarie e finanche di pagamento dei dividendi. Decisioni fatte solo per migliorare le valutazioni di breve termine in borsa. Infatti a Wall Street l'indice Dow Jones è passato da circa 12 mila punti del 2010 ai 21 mila di oggi! Una crescita assolutamente ingiustificata rispetto all'andamento dell'economia produttiva sottostante.
Il citato studio sottolinea inoltre che, nonostante il fatto che l'attuale tasso di interesse sia inferiore all'1%, circa il 10% delle grandi imprese americane non farebbe un profitto sufficiente a coprire i costi del debito.
Ignorare tutto ciò consegnerebbe l'economia e gli Stati a nuove e forse più drammatiche convulsioni sistemiche. Ci si augura che al recente meeting di Bari i ministri delle Finanze del G7 abbiano affrontato anche questo tema, che non è di certo secondario rispetto alle più grandi politiche di rilancio economico.

*già sottosegretario all'Economia **economista

Il populismo rettamente inteso

 

di Pietro Di Muccio de Quattro

La buona politica non deve mai tentare di farsi popolare. Il popolo invece deve tentare di diventare politico. In mezzo a questi due imperativi la democrazia catalizza il populismo, sebbene non sempre e non necessariamente. Il populismo, come nome e come fenomeno implica, perciò, un significato negativo. Infatti consiste nell’allontanamento dalla politica rettamente intesa e nell’avvicinamento all’antipolitica, coscientemente oppure no. La giusta politica, a differenza dell’antipolitica, che ne costituisce una deviazione fino a configurarne il contrario, ha per oggetto gl’interessi duraturi del popolo, che spesso sono i meno apparenti e percepiti. Quando la democrazia non funziona o mal funziona, il popolo stesso, maggioritariamente, diventa populista, per così dire. Si acceca con le sue stesse mani, mentre crede di spalancare gli occhi. Il caso più clamoroso della storia resta la Germania, il cui popolo colto e civile fu portato a credere e credette di salvarsi affidandosi a un criminale demagogo. Allo stesso livello, benché diversi, sono i casi della Russia, della Cina e delle altre nazioni trascinate o spinte a forza nel comunismo da benintenzionati e malintenzionati delinquenti. Fin dal V Secolo, da Erodoto, che teorizzò le tre classiche forme di governo, sappiamo che la democrazia tende a degenerare e a diventare demagogia, anche sfrenata. Perciò le Costituzioni liberali, generalmente parlando, mentre istituiscono il sistema democratico, tentano d’imbrigliarlo mediante la divisione e limitazione dei poteri, in modo che le tendenze populiste, insite nella democrazia, non trasmodino in pura demagogia. Il dramma che recitano questi tre attori: la democrazia, il populismo, la demagogia, ha la trama imprescindibile del consenso e dei voti. Il governo del popolo è necessariamente basato sugli elettori, cioè sugli adulti maggiorenni che la legge presume consapevoli, sebbene sempre più disinteressati al loro diritto di scegliersi il parlamento e il governo. Gl’interessi duraturi del popolo vanno quasi sempre, salvo eccezioni straordinarie, oltre l’orizzonte temporale di una o due tornate elettorali, con l’ulteriore difficoltà che nel frattempo si affaccia al voto una generazione di elettori con nuovi, differenti ed anche opposti, interessi contingenti mentre gl’interessi dei minori e dei nascituri non ricevono affatto l’attenzione che meriterebbero. Il “Dizionario di politica” di Norberto Bobbio e Nicola Matteucci registra la voce “populismo” di Ludovico Incisa, che lo definisce così: “Possono essere definite populiste quelle formule politiche per le quali fonte precipua d’ispirazione e termine costante di riferimento è il popolo considerato come aggregato sociale omogeneo e come depositario esclusivo di valori positivi, specifici e permanenti” e aggiunge: “Si è detto che il populismo non è una dottrina precisa, ma una ‘sindrome’”. Però i valori positivi, specifici e permanenti del popolo, non sono affatto tali per il populismo, tant’è che i movimenti prima o poi battezzati populisti sorgono sempre in contrapposizione ai partiti e all’establishment accusati proprio dai populisti, sedicenti oppure no, di trascurare e anzi di contrastare quei medesimi valori. Quindi sembra appropriata la definizione del populismo come sindrome anziché dottrina. Ma sindrome di che cosa? In medicina la sindrome è costituita da un complesso di sintomi provocati anche da cause diverse. Per Cicerone non basta un agglomerato d’individui a fare un popolo, ma è decisivo il consenso sullo stesso diritto e la comunanza d’interesse. Dunque il populismo nostrano (che, attenzione, risulta ben distribuito tra quasi tutti i partiti e loro elettori!) è forse il sintomo della profonda frattura degl’Italiani che non si sentono più accomunati da interessi nazionali convergenti o largamente condivisi; è forse la sindrome della cecità politica e dell’indifferenza morale degl’Italiani di fronte agli interessi spirituali e materiali che solo la libertà assicura, essendo l’unico vero bene comune; è forse la prova che le pulsioni a legiferare e governare con provvedimenti socialmente pericolosi o addirittura distruttivi prorompono dalla società e vanno consolidandosi come apodittiche verità politiche.

 

Obbligazioni per potersi difendere dai terremoti

 

Le devastazioni e la perdita di tante vite umane, a causa dei disastri che ripetutamente colpiscono il territorio del nostro Paese, naturalmente provocano emozioni forti, suscitano diffusa solidarietà e spingono gli stessi governanti ad assumere impegni. Ciò è quanto è accaduto anche a seguito del recente terremoto. In verità la messa in sicurezza anti sismica è un problema antico che riguarda la gran parte del territorio italiano.
La semplice ricostruzione delle aree colpite e la ristrutturazione anti sismica in tutto il territorio nazionale interesserebbero non meno di 12 milioni di unità abitative con investimenti prevedibili di circa 100 miliardi di euro. Se si aggiungesse anche l'improcrastinabile intervento di stabilità idrogeologica dell'intero Paese, allo scopo di evitare le continue e devastanti alluvioni, frane e altri deterioramenti del territorio, bisognerebbe aggiungere almeno altri 40-50 miliardi di investimenti.
Indubbiamente si tratta di cifre molto importanti. Soprattutto se si considerano anche i costi delle perdite di vite umane e delle distruzioni di proprietà e di ricchezze provocate dai vari cataclismi. Secondo l'ufficio studi della Camera dei Deputati, in 48 anni sarebbero stati spesi circa 121 miliardi di euro per ricostruire ciò che i terremoti hanno distrutto! Ovviamente il ruolo dello Stato, anche in questi casi, è insostituibile. Non c'è libero mercato che tenga. E' compito dello Stato garantire la sicurezza ai propri cittadini.
Perciò è sacrosanto chiedere che gli investimenti per la ricostruzione e per la messa in sicurezza del territorio siano posti fuori dai ristretti parametri del Trattato di Maastricht. La dimensione degli investimenti richiesti non potrebbe essere soddisfatta da una semplice flessibilità di bilancio!
Lo Stato, secondo noi, potrebbe emettere specifiche “obbligazioni per la ricostruzione” al fine di creare liquidità da destinare esclusivamente alla realizzazione del programma di investimenti. Potrebbe essere la Cassa Deposti e Prestiti a farsene carico, al fine di non farli rientrare nell'alveo del debito pubblico. Del resto la stessa Germania usa in tale senso la sua Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, la gigantesca banca di sviluppo tedesca che, con attivi per oltre 500 miliardi di euro, è da sempre considerata fuori dal bilancio statale. La KFW è stata il motore della ricostruzione e dello sviluppo dell'economia tedesca.
Tale scelta non potrebbe che essere condivisa perché, come noto, il debito sarebbe strettamente legato a politiche di sviluppo che creano non solo unità abitative sicure ma anche produzione, occupazione, aumento della produttività e maggiori introiti fiscali. Così lo stesso debito iniziale verrebbe in parte ripagato e creerebbe allo stesso tempo nuova ricchezza.
Ai sottoscrittori delle obbligazioni si potrebbe estendere la garanzia dello Stato fino al valore di 100 mila euro, così come avviene per i conti correnti bancari. Sarebbe una forma di forte incentivazione. Importante che detti titoli siano di lungo termine, almeno 10 anni, con capitale nominale garantito, ad un tasso di interesse basso ma comunque superiore al tasso zero di oggi.
Un secondo strumento per sostenere i menzionati investimenti potrebbe essere simile a certi contratti di assicurazione sulle vita. Il risparmiatore verserebbe un capitale, ad un tasso di interesse stabilito, mantenendolo bloccato per un certo numero di anni. Alla scadenza avrebbe diritto alla restituzione del capitale investito più gli interessi maturati, oppure ad una rendita commisurata. In questo caso non si avrebbe alcuna emissione di obbligazioni ma si tratterebbe di “assicurazioni sulla stabilità del territorio”. Anche questo strumento potrebbe essere gestito dalla stessa CDP. Per incentivare tali “polizze assicurative”, lo Stato potrebbe anche qui offrire una garanzia fino a 100 mila euro e altri eventuali incentivi.
Purtroppo i governi preferiscono creare un debito anonimo, e non mirato a settori specifici di intervento, perché, in questo modo, possono gestirlo come meglio credono, anche per coprire altri buchi di bilancio. Ma il disegno che dovrebbe stare alla base delle messa in sicurezza dell'intero territorio rappresenta una grande sfida ma anche l'opportunità di indirizzare e programmare l'economia in un modo differente dal passato, compatibile con la difesa della natura e dell'ambiente.

Naturalmente i controlli di qualità, di trasparenza e di rispetto delle regole sono fondamentali per la riuscita del progetto. Così come è indispensabile il coinvolgimento delle popolazioni interessate.

di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all'Economia - **economista.

Quando si incontrano domanda e offerta

di Luigi Caramiello*

Quella relativa all'incontro fra domanda e offerta di merci, di beni, servizi è una questione che turba da sempre il sonno non solo degli economisti, ma anche di vari adepti di altre discipline. Si tratta di un tema inerente, nella sostanza, alla disponibilità di "informazioni" di cui dispone l'attore, all'interno del meccanismo negoziale e in generale riguardo a tutte le dinamiche di scambio sociale. Ora, le trasformazioni che stanno investendo in modo impetuoso il contesto societario, hanno delle conseguenze che mettono seriamente in discussione alcuni aspetti fondamentali dello scenario concettuale nel quale si sono strutturate le scienze sociali. Vorrei fare qualche esempio.
Se avessi deciso, 7 o 8 anni fa, di cambiare il divano, perché, nonostante la griffe prestigiosa, il colore non si intonava più al nuovo arredamento del mio living, l'unica cosa che potevo fare era di chiamare il rigattiere, il quale, nella migliore delle ipotesi mi avrebbe liberato dell'incombenza con modica spesa, oppure sperare che la nettezza urbana lo smaltisse nei rifiuti speciali. Oggi, invece, faccio una fotografia del sofà, lo metto in vendita su una piattaforma in rete, e nel giro di poche ore mi ritrovo con decine di telefonate di chi vuole comprare proprio il mio divano (se lo vengono pure a prendere) perché ha il design che piace a loro, perché ha la pelle di colore uguale alla tovaglia del tavolo e si combina splendidamente con le sedie e con la tinta di una cassettiera ecc. Ovviamente, sono disposti a pagarlo la metà della metà del valore di "mercato" di quel prodotto, ma forse sarebbe meglio dire del prezzo che gli chiederebbe un rivenditore se lo acquistassero al negozio, ma per me venditore, quei due o trecento euro, sono come piovuti dal cielo, anche considerando che non devo sobbarcarmi le spese di trasporto e smaltimento. Ho fatto un esempio, il più semplice possibile, ma vale identicamente per quella splendida collezione di vinile, intonso, con i più interessanti gruppi dell'era progressive rock, per tanti di quei libri, vecchi e nuovi, che gli intellettuali adorano e che, invece, sui miei scaffali occupano solo spazio. Una fotografia, in bella mostra su e-bay, e via. In pochi giorni hai una fila di potenziali acquirenti, una telefonata ed è andata, con guadagno netto di spazio, tempo e denaro.
Ora, attenzione, questa cosa ha delle ricadute positive anche sul terreno di quella che il pensiero politicamente corretto chiama la "sostenibilità". Infatti il meccanismo permette il ridursi di inutili sprechi, consente il riuso ed il riciclaggio di oggetti e beni in ottimo stato, la diminuzione della quantità di rifiuti, insomma, siamo in presenza di un dispositivo di "ottimizzazione" del processo di allocazione di risorse, beni, servizi, che quasi avvicina la realtà fattuale del meccanismo al modello teorico. Tutto a posto? Oppure c'è il trucco? E dov'é? Sembra tutto funzionare, con la precisione delle scienze "esatte", come gli orologi svizzeri. Il fatto è che la scienza non è esatta. E' sempre approssimata, parziale, transitoria. La scienza è tale proprio quando contempla la possibilità di essere sbagliata e mette nel conto sempre un margine di errore. Se è esatta, insomma, non è scienza. Del resto, la perfezione non è di questo mondo, e bisogna fare talvolta i conti con gli "effetti perversi" dei fenomeni, ma andiamo con ordine.
Mi racconta un amico, titolare di un grosso negozio di articoli sportivi, che da un po' di tempo succede una strana cosa. I ragazzi entrano, si provano le snakers, scarpe marcate Adidas, Nike, Puma, All Star, se le rimirano allo specchio ben bene, come stanno al piede, il colore, sperimentano la camminata, come scendono sui pantaloni, però non le comprano. Insomma, il suo giro di affari si contrae ogni giorno di più. Ha già licenziato due commessi e se continua così dovrà abbassare la serranda. Il fatto è che i ragazzi, una volta fatta la scelta, attraverso un monitoraggio "materiale" del prodotto, poi lo comprano su Internet, dove lo pagano minimo il 30% in meno. Insomma, dice il mio amico, il suo store non è più un punto di vendita, ma un punto di prova. E questo vale per tanti altri prodotti e per moltissimi altri settori merceologici. Insomma, la vendita on-line è, per il settore della distribuzione, l'equivalente di quello che la robotica è per il comparto manifatturiero.
Ora, mi rendo conto che tutto questo, nella storia, è già accaduto, che il declino di un settore produttivo crea occupazione in un altro, che è successo in passato similmente con l'avvento della macchina di Watt, che certo non possiamo fare l'errore storico dei luddisti ecc. Ma il dato è che noi non lo stiamo guardando con la distanza di una o più generazioni che osservano una fase storica passata, risolta. No. Noi ci stiamo dentro questo turbine, qui ed ora e con tutte le conseguenze che sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle, noi non possiamo ancora avere, esenti da coinvolgimenti ed emozioni, il distacco di chi osserva analiticamente il modo di funzionare del business; per usare le parole di Rachael in Blade Runner "noi siamo il business". Ovviamente, il meccanismo di cui parliamo, non può essere fermato, non si può imbrigliarlo in nessun modo, non si può e non si deve immaginare in alcun modo di bloccare l'evoluzione, il progresso tecnologico, la trasformazione produttiva, il cambiamento. Dobbiamo stare dentro la sua dinamica e trovare il modo di fruirne i vantaggi, riducendo al minimo i danni.
Pur nella consapevolezza che, come diceva il poeta, "non ci sono pasti gratis". L'unica strategia che possiamo attivare, insomma, é quella di incalzare lo sviluppo, spingere l'incremento economico e l'innovazione, in tutti i settori, sollecitare la crescita, usare tutti gli incentivi possibili, arginare il clientelismo e la burocrazia, valorizzare il merito, migliorare lo scenario complessivo, insomma, determinare le condizioni, perché il "mercato" possa rimettersi in moto e creare nuova ricchezza, nuove opportunità, nuovo lavoro. Pensando anche con grande attenzione ai modi più efficaci per fornire un sostegno a chi proprio non ce la fa, contemplando anche una riflessione senza preconcetti su quel reddito minimo di cui parlava Hayeck. Insomma, abbiamo bisogno di uno sguardo ampio, aperto, di prospettiva.
Invece, abbiamo davanti agli occhi, tristemente, la realtà di un Paese che non vuole cambiare, proprio non ci riesce, che, anche per questo, stenta a ripartire con la velocità necessaria, un'Italia che forse, se va bene chiuderà quest'anno con un incremento del PIL intorno all' 1%, con la disoccupazione ancora al 12 e quella giovanile al 45%. Su certi dati relativi al mezzogiorno permettetemi di stendere una trapunta pietosa di silenzio. Basti dire che dei 700mila giovani che vivono oggi nell'Inghilterra della Brexit, un'ampia parte sono meridionali. Probabilmente, alcuni di loro "svoltano", nel mondo del commercio, della produzione, della cultura, britannici, ma la gran parte degli altri sono destinati a sbarcare il lunario svolgendo lavori dequalificati e sottopagati. Certo, è un po' la regola che riguarda gli immigrati ovunque. E so bene che i cervelli "devono" anche fuggire, ma di cervelli Inglesi, tedeschi, nelle nostre contrade non ne vedo tanti. Insomma, vedere questo esodo un po', come dire, dispiace. Anche perché questi ragazzi sono in gran parte diplomati e laureati, con le famiglie che hanno fatto grandi sacrifici per fargli raggiungere questi standard formativi, certo non per vederli friggere salsicce a Portobello's road.
Ma, facciamo un passo indietro. Chi sono questi ragazzi? Che facevano in Italia, prima di partire? Quale visione avevano? Loro e quelli che sono rimasti (in attesa di partire anche loro?) Probabilmente facevano quello che fanno tutti i ragazzi, un po' dovunque in Europa e in Occidente. Studiavano, si divertivano, seguivano mode e davano sfogo al loro sentimento di ribellione. Avevano anche i loro momenti di impegno sociale, di partecipazione politica, erano contro l'olio di palma, gli OGM, manifestavano per fermare la TAV, il Gasdotto, gli inceneritori, le trivelle petrolifere, i gassificatori, e tutto il resto. Come fanno i giovani (guidati e manovrati dagli anziani e cattivi maestri) ovunque nel mondo libero. Con una sola differenza. Da noi hanno vinto. Hanno bloccato ogni cambiamento. A tutti i livelli. Salvo eccezioni, la loro visione demenziale é divenuta senso comune, pensiero dominante, egemonia, in senso gramsciano. Hanno fatto proprio il punto di vista che gli propinano praticamente tutte le agenzie di formazione, tradizionali e nuove. La famiglia, la scuola, l'Università, i media, la rete. Tutti in coro a cantare le lodi di una concezione avversa allo sviluppo, civettante con la retorica della lotta al "neoliberismo", della "decrescita felice", del "chilometro zero", e via scemenzando. Risultato? Il Paese è impaludato, lo sviluppo non parte, e loro sono costretti ad emigrare in Paesi (la GB è solo un esempio, il più eclatante) che hanno realizzato quei programmi energetici, infrastrutturali, istituzionali, innovativi, i quali, respinti nella nostra Italia, costituiscono palesemente l'humus necessario affinché si metta in moto il motore della crescita produttiva e occupazionale, in ogni campo, in tutte le altre nazioni progredite.
L'unica cosa che non si è potuta fermare in Italia è la rivoluzione digitale, perché (bufale sui social a parte) il terreno telematico, il mondo virtuale, è meno suscettibile all'esercizio di quei vincoli, politici, ideologici, istituzionali, che invece la fanno da padroni sul territorio reale. Il risultato é che il sistema Italia paga salatamente il prezzo, inevitabile, della trasformazione tecnologica, ma è impedito a godere dei suoi possibili benefici. E questo per delle ragioni "culturali", ideologiche, che, come aveva intuito Weber, a volte agiscono come la variabile indipendente della dinamica sociale.
E' una dicotomia banale e semplicistica, ma permettetemi di usarla, solo come schema di esemplificazione: la struttura "economica" del Paese è impedita ad evolvere, perché é stata avvelenata la sovrastruttura culturale e istituzionale, che dovrebbe guidare la direzione e la possibilità del cambiamento. Insomma l'egemonia dei "rivoluzionari" ha costruito tutte le condizioni perché il Paese venga seppellito, sotto una coltre spessa e impenetrabile, del peggiore "conservatorismo".

* Comitato Scientifico Società Libera

Perversione fiscale

 

Secondo notizie di stampa, studiosi di diversa estrazione hanno messo nero su bianco delle proposte miranti ad introdurre “le tasse legate all’età”, come felicemente le ha battezzate il Corriere della Sera. Alla base c’è l’idea perversa di discriminare i contribuenti secondo la data di nascita. Non so se si tratti di una novità assoluta nel mondo. In materia di tributi non si può mai dire, perché nel corso della storia i governanti hanno tassato tutto il tassabile, con una fantasia tanto incontenibile quanto imprevedibile. Ma in Italia, che pure conosce addirittura la tassa sull’ombra e la tassa sulla tassa, credo proprio di sì. Ed è l’ennesima prova che il Governo e di conseguenza l’Italia sono alla disperazione, sebbene (sebbene!) nell’ultimo anno le entrate fiscali siano aumentate del 3,3%, superando i 450 miliardi. Il Governo e di conseguenza l’Italia sono terrorizzati dal dover trovare 20 miliardi nel 2018 e 23 miliardi nel 2019 per scongiurare lo scatto delle cosiddette, eufemisticamente, clausole di salvaguardia, cioè l’aumento automatico dell’iva verso aliquote repressive. Gli studiosi in questione provengono dagli ambienti accademici e governativi. Secondo le parole di uno di loro, “l’idea è di ancorare la pressione fiscale non solo al reddito ma anche all’età. A parità di reddito il giovane pagherebbe meno dell’anziano.”
Lo scopo di tale creativa innovazione fiscale non è, a quanto sembra, strettamente economico e tributario, ma morale e sociale, un aggettivo, quest’ultimo, che secondo un mio aforisma perverte il sostantivo nel suo contrario. Infatti, dichiara lo stesso studioso, “il nostro obiettivo è ridurre il disagio giovanile.” Nobile scopo perseguito con ignobile mezzo. Ed eccone il perché. Ma qui le strade si dividono. Lo studioso della Bocconi e del Pd pensa di accollare allo Stato la perdita di gettito, ovviamente con altre tasse e la solita lotta all’evasione. Gli studiosi della Luiss (della Luiss!) sono consapevoli che lo Stato è con l’acqua alla gola e quindi non può fare a meno delle entrate che perderebbe esonerando i giovani dall’imposta sul reddito oppure riducendogliela. Pertanto sono costretti ad inventarsi una compensazione: le imposte tolte ai giovani le caricano sui vecchi. Non più Enea porta sulle spalle Anchise, bensì il padre Anchise si accolla il figlio Enea.
Accadrebbe dunque che un ottantenne, magari pensionato monoreddito a 20.000,00 euro l’anno, pagherebbe più Irpef di un trentenne nelle stessa posizione tributaria. Dove siano la moralità e la socialità di una tale misura fiscale, sfugge. Già oggi gli anziani mantengono figli e nipoti loro. Devono mantenere pure gli altrui? Sergio Ricossa, un maestro degli economisti liberi e liberali, ripeteva che chiunque è capace di inventare nuove tasse, essendo facilissimo colpire alla cieca o con avvedutezza gl’inermi contribuenti. Per la verità Ricossa al “chiunque” aggiungeva un epiteto, parlando in generale.
Agli escogitatori di tributi d’ogni epoca ed estrazione giova sempre ricordare il Maestro dei maestri in materia, il vecchio Adam Smith, secondo il quale “non c’è arte che il governo apprende prima, di quella di prosciugare il denaro dalle tasche del popolo.” Infine, tali proposte fiscali, già irrazionali in sé, non passano neppure il vaglio di costituzionalità perché contrarie anche all’uguaglianza legale imposta dagli articoli 3 e 53 della Costituzione. Discriminano i cittadini proprio con riguardo al cardine della cittadinanza, cioè alla capacità contributiva degli individui, né più né meno dei “contributi di solidarietà” imposti ai soli redditi da pensione anziché a tutti i redditi personali.

* Comitato Scientifico Società Libera.

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