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SE PAOLO GENTILONI FOSSE UNO STATISTA

 

Statista è il politico che guarda lontano e mira agl’interessi duraturi della nazione anziché ai suoi propri o del proprio partito.

Ogni politico, tuttavia, e specialmente il politico di razza, è attaccato al potere perché sente d’essere indispensabile a perseguire gl’interessi che, in testa a lui, sono essenziali e irraggiungibili senza l’opera sua. Quindi il politico in generale sta sempre in bilico tra il fare e cadere e il non fare e durare. Paolo Gentiloni ha avuto la fortuna (la fortuna è una virtù estrinseca dell’uomo politico!) di raccogliere il governo dalle mani del popolo che ha bocciato Renzi e dalle mani di Renzi stesso. Ma finora non ha dato segni di cosa volerne e volersene fare. Sta galleggiando. Continuando il galleggiamento, passerà alla piccola storia d’Italia come uno dei tanti presidenti del Consiglio provvisoriamente insediati a Palazzo Chigi. Chi glielo fa fare? Ha raggiunto una cima alla quale, sembra, non avesse mai neppure guardato. Perché campicchiare? Forse per non scontentare nessuno e posizionarsi sulla linea di partenza per la corsa al Quirinale, sempre aperta? Forse per timore di insospettire il suo mentore? Oppure di nuocere al suo partito?

Comunque sia, egli sta sbagliando di grosso e sta sminuendo se stesso con un’autolesionistica modestia apparente. Il conte marchigiano sta facendo tirare, è vero, un sospiro di sollievo agl’Italiani. Li sta tranquillizzando un po’ dopo le frenesie di Matteo Renzi, che mi vanto d’aver sùbito definito epigono dei futuristi perché ama la velocità più della direzione, avendo elevato la fretta a virtù. Così, correndo, è andato a sbattere proprio contro i due muri che soprattutto intendeva scavalcare: sistema elettorale e riforma costituzionale. All’opposto, adesso Gentiloni pare quasi immobile e, se non dovesse compiere la manovrina economica imposta da Bruxelles, sembrerebbe addirittura fermo del tutto. È terrorizzato che Renzi e il Partito Democratico gli tolgano la fiducia? Si sente in balia di forze che non controlla? Vuole durare il più possibile? Il terrore è piuttosto ingiustificato perché, se il partito lo sfiducia, perde la faccia. Le forze contro di lui non possono molto, perché la sua debolezza è una ben maggiore forza. Quanto più mira a durare, meno durerà. Perciò tutto cospira a che egli agisca e da statista. Se poi la fortuna o i suoi lo abbandonassero, almeno cadrebbe in piedi. Dovrebbe perciò predisporre una scaletta di provvedimenti, scegliendoli tra quelli urgenti, da adottare con decreti legge, e mettere così il Parlamento di fronte alla responsabilità di decidere. I provvedimenti, ovvio, dovrebbero essere strettamente correlati al perseguimento di quegli interessi duraturi che qualificano l’opera dello statista. Gentiloni è il capo del Governo. Dunque, governi!

Tra i “detti celebri” degli antichi viene ricordata la risposta di una vecchia a Filippo di Macedonia (cito dal bellissimo “A che servono i Greci e i Romani?” di Maurizio Bettini, che riporta Plutarco). Una vecchia sottopose a Filippo una controversia che la riguardava. Filippo le disse che non aveva tempo per giudicare il suo caso. Al che la vecchia rispose: “Be’, allora non fare il re!”.

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