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Arte e spiritualità all’Abbazia del Goleto, un gioiello dell’alta Irpinia

  •  Elisabetta Colangelo
  • Pubblicato in Tesori nascosti

L’Irpinia. Terra generosa e sincera. Terra rurale di natura ancora incontaminata, di buon vino e buon vivere. Terra di profonde tradizioni religiose con il noto Santuario di Montevergine. L’Irpinia del terremoto, l’immane tragedia che ogni campano con più di quarant’anni, e non solo, ha nella mente e nel cuore, indelebile ricordo. E’ qui, tra queste strade costeggiate dalla campagna, proprio nell’area di Sant’Angelo dei Lombardi, che fu teatro del disastroso sisma, che incontriamo un luogo magico, di pace e serenità: l’Abbazia del Goleto. Ad oggi la struttura si presenta in parte diroccata, ma preserva, intatto, tutto il suo fascino e il mistico splendore. Un cartello recante la scritta “silenzio” accoglie il visitatore. In questo invito è tutto il senso di questo luogo, lontano dal rumore che abbiamo dentro e fuori ogni giorno.

La storia

Il complesso della cittadella monastica del Santissimo Salvatore al Goleto sorse a partire dal 1133 ad opera di Guglielmo da Vercelli. Il vasto fabbricato fu destinato ad ospitare una comunità mista di monaci, con a capo una Badessa, mentre i monaci curavano la parte amministrativa e i riti liturgici.

Le badesse Febronia, Marina I e II, Agnese e Scolastica furono alla guida del monastero. Esse avevano fama di sante, fu così che in quel tempo, nobili e notabili delle più illustri famiglie del Regno di Napoli fecero a gara perché le loro giovani figlie prendessero i voti e fossero ospiti presso il complesso. Le ingenti doti delle monache e le eredità che esse ricevevano contribuirono ad una rapida espansione dell’abbazia, che si arricchì di terreni ed opere d’arte.

L’Abbazia fu per due secoli molto florida e potente, possedimenti ed influenza arrivavano fino alla Puglia e alla Basilicata. Successivamente, con la peste del 1348, essa conobbe una lenta decadenza. Il 24 gennaio 1506, l’allora Papa Giulio II decise che con la morte dell’abbadessa in carico sarebbe avvenuta la chiusura del Goleto, la presenza dei monaci fu assicurata dalla fusione con il Monastero di Montevergine.

Nel 1807 Giuseppe Bonaparte, sovrano di Napoli, soppresse l’Abbazia e tutto quanto apparteneva ad essa fu ripartito tra i comuni vicini. Da quel momento, fino al 1973, la chiesa rimase in uno stato di totale abbandono: ogni appello di recupero rimase inascoltato e il complesso fu spogliato dei suoi beni, pietre, portali, dipinti furono trafugati. Tra le storiche mura crebbero i rovi, gli animali vi trovarono rifugio. I primi lavori di restauro si devono ad un monaco benedettino, P. Lucio Maria De Marino. Ulteriori, definitivi danni, furono arrecati dal terremoto che nel 1980, per 90 interminabili secondi, scosse l’intera provincia, e che tuttavia contribuì ad accendere l’interesse per questo luogo e a far partire il lungo processo di restauro e valorizzazione.

 

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Le chiese

Il Complesso monastico consta di diverse zone, che comprendono chiese sovrapposte, torri, chiostri. La chiesa inferiore, di epoca romanica ( 1200), di gusto romanico pugliese, nacque come cappella funeraria. Al suo interno si conserva un sarcofago in pietra rossa, mentre da un accesso laterale si raggiunge l'area dove un tempo sorgeva la basilica del Salvatore, andata completamente perduta. Non manca un piccolo cimitero o più propriamente uno “scolatoio” formato da sedili in pietra dove venivano deposti i corpi delle monache defunte affinchè la lenta decomposizione dimostrasse l’inutilità del corpo a favore della grandezza dell’anima.

Nel 1152 venne costruita la torre Febronia, vero capolavoro di arte romanica costruita con numerosi blocchi lapidei provenienti da un mausoleo romano dedicato a Marco Paccio Marcello, raro esempio di costruzione fortificata annessa ad un monastero.

La Chiesa di San Luca, edificata nel 1255 per accogliere un’insigne reliquia del santo evangelista, è sovrapposta alle altre e accessibile con una scala esterna. Si tratta di uno dei monumenti medievali più preziosi dell’Italia Meridionale. Il portale è sormontato da un arco a sesto acuto e un piccolo rosone, all’interno, a pianta quadrata, due navate. Degli affreschi originari sopravvivono solo due medaglioni che raffigurano e badesse e qualche episodio della vita di San Guglielmo. 

Infine la Chiesa grande, edificata tra il 1735 e il 1745 su disegno di Domenico Antonio Vaccaro, ad oggi priva di copertura, in parte crollata, in parte distrutta in un incendio, oltre che crollata a seguito del sisma del 1980. Restano alcuni stucchi, nicchie e una bellissima pavimentazione completamente restaurata. E un grande fascino. Intatto, forse anche acuito dall’incompletezza.

Ovunque si giri lo sguardo è una scoperta: simboli medievali, iscrizioni romane, resti di chiese, colonne. Frammenti di una storia secolare che parla di spiritualità, ma anche di potere secolare, di ragazze indotte alla vita monastica, che possiamo immaginare devote o anche profondamente sofferenti per un destino non scelto. Preghiere, vocazioni,sogni infranti, potere, vita e morte. La suggestione di questi luoghi, armonia di stili e linguaggi tanto diversi, è unica e resta addosso al visitatore ben oltre il tempo della visita.