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Il vincolo di destinazione dei beni – aspetti della segregazione patrimoniale

  •  Paola Minopoli
  • Pubblicato in Ius in itinere

Nel 2016 con la formulazione dell’art. 2645 ter c.c. è stato introdotto nel nostro ordinamento un particolare effetto negoziale: il vincolo di destinazione.

La norma in parola prevede testualmente la possibilità di trascrivere gli atti, redatti in forma pubblica, che hanno ad oggetto la destinazione di beni immobili o beni mobili registrati alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela, interessi riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, altri enti o persone fisiche. Tale vincolo di destinazione può essere fissato per un periodo massimo di novant’anni o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria. La finalità della predetta trascrizione è ovviamente l’opponibilità dell’istituito vincolo ai terzi.

A prima vista lo scopo della norma è quindi quello di fornire uno strumento al soggetto conferente per sottrarre determinati beni all’eventuale aggressione da parte di creditori.

Pertanto, qualora non siano attuabili altri strumenti legalmente previsti (quale ad esempio il fondo patrimoniale che presuppone un vincolo coniugale), il titolare di un bene immobile o mobile registrato può procedere a vincolare lo stesso per il perseguimento di scopi determinati. Tali scopi non sono indicati espressamente dalla norma, riferendosi la stessa sic et simpliciter a “finalità meritevoli di tutela”, richiamando il dettato dall’art. 1322 c.c. in tema di libertà negoziale. Per la costituzione di un valido vincolo di destinazione è sufficiente che il predetto scopo sia lecito e non finalizzato ad eludere norme imperative.

Applicazioni pratiche possono essere ad esempio individuate nella destinazione di un’abitazione di proprietà di un nonno/padre imprenditore per soddisfare le esigenze abitative di un proprio discendente (figlio/nipote) o ancora destinare un’automobile al trasporto di un parente o di un amico disabile. In tali circostanze interessi meritevoli di tutela (esigenze abitative e di movimento) vengono perseguiti istituendo dei vincoli su determinati beni, vincoli che, se trascritti nei pubblici registri, concretizzano una sorta di segregazione del bene che viene scisso dal patrimonio del conferente, divenendo non aggredibile da eventuali creditori dello stesso.

Questo però solo in teoria, perché nella pratica tali vincoli sono stati di fatto disconosciuti in sede giurisprudenziale.

A causa di una tecnica legislativa poco attenta, infatti, i giudici di merito hanno più volte negato l’opponibilità a terzi del predetto vincolo di destinazione in tutti quei casi in cui non vi sia stato un effettivo trasferimento del diritto sul bene oggetto del vincolo di destinazione dal soggetto proprietario ad altro soggetto.

Pertanto, in presenza di “un’auto-destinazione”, con vincolo fissato con mero atto unilaterale, secondo le corti di merito lo stesso non può ritenersi idoneo a superare il generale principio della responsabilità patrimoniale fissato dall’art. 2740 c.c. in base al quale “il debitore risponde dell'adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri. Le limitazioni della responsabilità non sono ammesse se non nei casi stabiliti dalla legge.”

Tale deduzione è stata frutto dell’analisi testuale della norma dell’art. 2645 ter c.c., nella quale si fa espresso riferimento al soggetto conferente, in quanto è stato più volte osservato che “le parole “conferente” e “beni conferiti” contenute nell’art. 2645-ter cod. civ. presuppongono un’alterità soggettiva (e, quindi, un trasferimento) dal conferente ad un altro individuo, fattispecie incompatibile con un atto unilaterale” (Trib. Reggio Emilia 7 giugno 2012) e ancora che non “può svilirsi il dato testuale della disposizione di legge e degradarsi il richiamo al soggetto “conferente” a mero lapsus del legislatore (il quale avrebbe in realtà inteso riferirsi più correttamente al “disponente”). Se è vero infatti che la tecnica di redazione legislativa degli atti risulta di frequente non del tutto adeguata, è altrettanto vero che una tale impostazione finisce in realtà per presupporre proprio quel risultato (la possibilità dell’auto-destinazione unilaterale) che sarebbe invece da verificarsi alla luce del dato di legge. In tale prospettiva, dunque, nella misura in cui il dettato legislativo dell’art. 2645-ter cod. civ. è inidoneo a supportare con sufficiente grado di certezza l’ammissibilità dell’auto-destinazione unilaterale, deve ritenersi che la separazione patrimoniale non possa trovare ingresso nei termini anzidetti” (Trib. Santa Maria Capua Vetere, 28 novembre 2013).

In più fattispecie concrete, pertanto, soggetti che avevano destinato uno più beni al perseguimento di determinate finalità, provvedendo altresì alla trascrizione ed anche al pagamento delle imposte previste, hanno visto vanificato la propria scelta, risultando, secondo i giudici, i predetti beni legittimamente aggredibili da terzi.

A ben vedere al fine di ottenere l’effetto segregativo è necessario che il soggetto provveda alla trasmissione dei diritti sul bene ad altro soggetto il quale sarà tenuto a porre in essere le attività necessarie alla realizzazione delle finalità indicate nel vincolo di destinazione.

Molti autori al momento dell’emanazione della norma hanno ritenuto che la stessa realizzasse l’esplicazione del negozio fiduciario. Tale impostazione è stata però smentita da altra parte della dottrina che ha individuato nella fattispecie normativa non una nuova forma negoziale ma solo un nuovo effetto, individuato nella creazione del vincolo di destinazione.

I problemi ovviamente sono poi scaturiti dalla sopra evidenziata tecnica di redazione della norma che, di fatto, impedisce l’attuazione pratica della finalità in quanto rende necessario il trasferimento a terzi del bene, ciò con l’apertura di notevoli problematiche in ambito civilistico e tributario. Per il primo ci si domanda se il bene vincolato si introduce o meno ed a che titolo nella sfera patrimoniale del soggetto che deve procedere all’esecuzione delle finalità prescritte dal conferente, le conseguenze in caso di fallimento o morte del medesimo soggetto e l’eventuale previsione, alla scadenza del vincolo, delle modalità di rientro del predetto bene nel patrimonio del conferente.

Sul piano tributario l’autorità finanziaria ha ritenuto applicabile, in caso di trasferimento del bene a terzi, l’imposta di successione e donazione, con evidenti perplessità in caso di trasferimento attuato temporaneamente e per il perseguimento delle finalità di destinazione.

Appare chiaro che il predetto strumento è nella pratica poco utilizzato. Forse un’altra occasione persa dal legislatore.