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“Non è che ho paura di morire. Solo che non voglio esserci quando accadrà”

  •  Michele Persico e Angelo Pirozzi
  • Pubblicato in Ius in itinere

 

Il titolo ( tratto da una famosa frase di Woody Allen), apparentemente inconsueto,  con cui gli autori hanno voluto iniziare questo articolo, è stato scelto per porre l’accento sul mistero più grande, ossia la fine della vita. Con questa frase scherzosa vorremo, pertanto, introdurre i nostri lettori all’attuale dibattito etico e giuridico sull’eutanasia.L’eutanasia è l‘atto deliberato di fine della vita per alleviare le sue sofferenze .

Casi legati all’eutanasia sono stati il Caso Welby, il Caso Englaro, per citare alcuni tra i più recenti e noti. Ciò suggerisce l’attualità di questo di dibattito.  Questi pazienti erano malati terminali. La malattia terminale è una condizione di malattia irreversibile, che nel futuro vicino causerà la morte o uno stato di incoscienza permanente, che la persona non risolverà. I malati terminali necessitano di cure palliative, che nel complesso costituiscono un approccio terapeutico sintomatico, cioè volto a migliorare i sintomi del paziente, ma non curativo, ossia non risolve la malattia. ( estratto e rielaborato da WHO, official website) Quindi, di questi malati bisogna comunque prendersi cura, controllando i sintomi senza, però, incorrere nell'accanimento terapeutico. L’accanimento terapeutico si verifica ogni volta che il medico si ostina nel perseguire obiettivi diagnostici o nell’impartire trattamenti che risultano sproporzionati rispetto all’eventuale concreto risultato in termini di qualità ed aspettativa di vita per il paziente.

Si riconosce sempre più il diritto dei pazienti all'autodeterminazione terapeutica e, in questo senso, si è acceso il dibattito anche  sull'eutanasia, cioè per l'intervento medico volto ad abbreviare l'agonia di un malato terminale. Innanzitutto, esistono varie forme di eutanasia. Tratteremo di eutanasia passiva e attiva.

 L’eutanasia attiva è eutanasia nelle intenzioni di chi agisce. Essa costituisce reato penale (art.575  omicidio volontario; art.579 omicidio del consenziente, se si dimostra la volontà del paziente di morire; art.580, istigazione e aiuto al suicidio in caso di suicidio assistito, cioè in presenza di un medico).

Diverso è il discorso per quanto concerne l’eutanasia passiva: è l’astensione dall’azione terapeutica. In pratica, è la sospensione del sostegno vitale, per cui ne segue la morte del soggetto. Secondo la sentenza della Cassazione n.21748 del 16/10/2007:"Il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, non può essere scambiato per un’ipotesi di eutanasia, ossia per un comportamento che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, esprimendo piuttosto tale rifiuto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale. E d’altra parte occorre ribadire che la responsabilità del medico per omessa cura sussiste in quanto esista per il medesimo l’obbligo giuridico di praticare o continuare la terapia e cessa quando tale obbligo viene meno: e l’obbligo, fondandosi sul consenso del malato, cessa – insorgendo il dovere giuridico del medico di rispettare la volontà del paziente contraria alle cure – quando il consenso viene meno in seguito al rifiuto delle terapie da parte di costui." Infatti, in Italia è garantita la cosiddetta libertà di cura e terapia, attraverso gli articoli 13 e 32 della costituzione. In particolare, l'art. 32, 2º comma, recita: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. In base a tale principio nessuna persona capace di intendere e di volere può essere costretta ad un trattamento sanitario anche se indispensabile alla sopravvivenza.

Quindi, in sostanza, il medico, nell’ambito di un rapporto terapeutico, è investito di una posizione di garanzia verso il soggetto debole (malato): ha l’obbligo di fare tutto ciò che è in suo potere per ripristinare lo stato di salute del paziente, o per evitare danni ulteriori e, quando tale evento non sia possibile, è tenuto a fare tutto ciò che è in suo potere per evitare, o comunque ritardare, l’esito finale verso la morte, altrimenti è punibile per omessa cura. (art.40 del Codice penale) Tuttavia, se riceve dal paziente, malato-terminale, il consenso alla sospensione delle cure, non è passibile di reato. ( l'art. 32, 2º comma)

Il Codice di Deontologia Medica, recependo i principi contenuti nella Convenzione di Oviedo, afferma che se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà e il proprio consenso, il medico deve tener conto, nelle proprie scelte terapeutiche, di quanto precedentemente manifestato in modo certo e documentato dal paziente stesso, quando aveva piena libertà decisionale. Si tratta del “Testamento biologico”, cioè di un documento concernete le volontà formalizzate per atto scritto dal paziente maggiorenne, capace di intendere e di volere, che indicano se, e in quali ambiti, egli presta il proprio consenso a determinati atti sanitari sulla sua persona, nel caso in cui si trovi a vivere condizioni di affievolimento o annullamento di coscienza. Ma Deontologia Medica non significa legge. A tal proposito, riportiamo il Caso Englaro. Eluana Englaro, in seguito ad un incidente stradale, cadde in coma irreversibile e, dopo 17 anni, i genitori decisero di praticare l’eutanasia. Il dibattito era incentrato sul fatto che la ragazza non aveva lasciato alcun testamento biologico e la volontà di ricevere l’eutanasia fu costruita indirettamente sulla base di testimonianze di amici e parenti. Alla fine la corte di cassazione acconsentì all’eutanasia. (Sentenza Corte di Cassazione n. 21748-2007)

In conclusione, alla luce di quanto detto, l’eutanasia vede coinvolta una triade ben precisa: il legislatore, il medico , ed il paziente. Se da un lato l’azione del medico è adeguatamente  normata dalla legge, dovendosi egli attenere alle volontà del malato o di chi ne fa le veci, dall’altro la figura del legislatore non ha considerato tutte le possibili sfaccettature possibili dell’argomento e, a rimetterci, sono alla fine i pazienti e i loro parenti.