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La nuova età dell’Illuminismo guidata dagli innovatori aperti

Quando c’è da innovare, gli addetti ai diversi dipartimenti del grande magazzino Bazar delle Follie non si parlano tra loro. E se mai lo facessero, essi mirerebbero ad accordi collusivi firmati sottobanco. Nei casi migliori, i loro sforzi si fermano all’orizzonte dell’innovazione classica, quella che corre lungo il percorso familiare, più volte battuto, della continuità. Prendendo in prestito dal bel libro di Gabriella Greison L' incredibile cena dei fisici quantistici a proposito di quanto Albert Einstein scherzosamente avrebbe detto durante uno scambio di battute con altri colleghi dopo una famosa cena con il re e la regina del Belgio, potremmo raffigurare l'innovazione classica marmellata di albicocche e l'innovazione aperta come grani di uva. Il gioco si riferiva al concetto di discontinuità (fisica quantistica) contrapposto alla continuità (fisica classica). Ed è proprio il concetto di discontinuità culturale che caratterizza l'innovazione aperta. 
Gli innovatori aperti scompaginano le mappe della conoscenza e aspirano a raggiungere traguardi apparentemente impossibili. Per afferrare la misura della sfida, essi guardano, per esempio, alle innovazioni che hanno scosso lo stato dell’arte nella fotografia (Instagram), nella musica (Apple, Spotify), nei libri (Amazon), nello scambio di informazioni e idee (Facebook, Twitter, YorTube), nella mappatura dalle risorse umane (LinkedIn), nei viaggi (Airbnb), nel trasporto locale (Uber, Lyft), nel commercio (Amazon, Alibaba), nelle automobile (Google, Apple, Tesla). 
Più si pratica l’innovazione aperta, più essa cresce. L’ideale coltivato dagli innovatori aperti è quello dell’abbondanza in un’economia della felicità al posto della scarsità in un’economia della tristezza. Sono loro a lasciarsi alle spalle la “scienza triste”, come il filosofo scozzese Thomas Carlyle aveva succintamente battezzato l’economia, per entrare in una nuova età dell’Illuminismo riportando ai giorni nostri il pensiero dell’economista francese Anne-Robert-Jacques Turgot. il quale aveva definito l’economia politica la “scienza della felicità pubblica”. Cambieranno la geografia dell’imprenditorialità, le comunità d’innovazione aperta che sapranno navigare nell’oceano dell’Abbondanza Felice.