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Siamo più poveri, ma felici Il paradosso del Belpaese

  •  Antonio Arricale
  • Pubblicato in Sette giorni

 

A Roma la mafia non esiste. E’ questa la polemica che rimbalza sui media all’indomani della condanna di 41 dei 46 imputati del “mondo di mezzo” a conclusione del processo scaturito dall’inchiesta denominata, appunto, “mafia capitale”. Nel carico di pene irrogato a Massimo Carminati, Salvatore Buzzi e compagni ci sono infatti tutte le contestazioni della pubblica accusa, ma non l’associazione mafiosa.
La questione è tecnica e non appassiona più di tanto l’opinione pubblica, abituata a guardare alla sostanza delle cose, non certo ai bizantinismi. E la sostanza è che il sistema dell’amministrazione pubblica di Roma era (e forse ancora è) marcio, alimentato dalla corruzione, con un “gran numero di affiliati, che spesso ricorrono ad atti di violenza, che hanno quasi il controllo militare del territorio”. Attribuzioni, queste ultime – aveva già annotato nella prefazione del libro Codice Provenzano il procuratore capo della Repubblica, Giuseppe Pignatone – che non figurano evidentemente “tra gli elementi interpretativi della Cassazione necessari per integrare il reato di associazione di tipo mafioso”.
Insomma, il limite è nella norma, non certo nelle indagini. Paradossalmente, stupisce vedere ora sul banco degli imputati (si fa per dire) proprio il procuratore Pignatone e non già la classe politica, che avrebbe dovuto nel caso colmare il vuoto della norma. E magari poteva farlo rimaneggiando il codice penale, come di fresco ha fatto, secondo alcuni però peggiorandolo.
A Roma, dunque, in punta di diritto – come dicono gli avvocati – la mafia non c’è, ma la corruzione sì. E non solo a Roma, abbiamo più volte annotato su queste colonne. Si annida ovunque nei gangli dello Stato. Soprattutto dove c’è potere di interdizione della firma di un dirigente, del capufficio, finanche dell’usciere. A Santa Maria Capua Vetere, per citare l’ultimo episodio ribalzato alla cronaca, nell’ufficio della Conservatoria dell’Agenzia delle Entrate, di fronte al tribunale, una decina di dipendenti avrebbero gestito in maniera del tutto “privatistica” la richiesta di visure, che venivano prontamente rilasciate “ad uso ufficio” ed “esenti”. In breve, il pagamento dei relativi diritti, scontato, finiva direttamente nelle tasche dei solerti dipendenti.
Il problema della corruzione non è di oggi, esiste fin dall’antichità. Esisteva, eccome, perfino nel Ventennio, come hanno appurato recenti ricerche storiche. La soluzione, ovviamente, non sta tanto nell’inasprimento della pena, quanto nella certezza. Sotto questo aspetto conforta, perciò, la sentenza di Roma. Significa che lo Stato c’è, per una volta non soltanto per i furbi. Anzi.
Insomma, resta pur sempre la credibilità il vero atout della crescita e dello sviluppo. E, però, una noce nel sacco non fa rumore. A dispetto dei dati positivi sciorinati, in questi giorni, a destra e manca, dall’ex premier Matteo Renzi, in occasione della presentazione del libro: “Avanti. Perché l’Italia non si ferma”. Dati che l’Istat involontariamente spegne con il rapporto sulla povertà. Rapporto da brividi: nel 2016 la povertà assoluta ha coinvolto il 6,3% delle famiglie e la povertà relativa il 10,6%. E tra i più colpiti ci sono i giovani, che hanno vantato un’incidenza a doppia cifra.
Il fatto e che al Belpaese non si accompagna, purtroppo, una bella reputazione. Neanche in campo internazionale. E non mi riferisco al caso del Sun, giornale popolare inglese che annovera Napoli tra le dieci città più a rischio del globo. Per niente benevolo, infatti, è anche il giudizio di media più prestigiosi.
Secondo Cnbc, per dire, “se i Brexiters hanno bisogno di una valida ragione per lasciare l’Unione Europea, che diano uno sguardo all’Italia”. L’Italia viene descritta come un “Paese totalmente malato con 2 mila miliardi di euro di debito pubblico che rischiano di far saltare l’intero progetto europeo. “Il rapporto debito/Pil è ormai al 133% e, secondo quanto riportato dall’Istituto per la Finanza Internazionale, l’Italia è ancora vulnerabile e sarà in grado di riversare questa sua debolezza sui mercati”. Inoltre, “l’Italia rifiuta fermamente di modernizzarsi.
Dello stesso tenore sono anche i giudizi di Bloomberg, che annota: durante la recessione più di un quarto della produzione italiana è scomparsa, la disoccupazione è aumentata (dal 5% del 2007 all’11,3% attuale) e le condizioni di vita sono peggiorate. E così pure Reuters, che ha parlato di un’Italia uscita dalla recessione nel 2014 ma che fino ad oggi ha fatto poco e niente per aiutare gli strati più poveri della società.
E, però, non ce ne lamentiamo. Secondo un sondaggio Piepoli, è vero, siamo più poveri, ma felici. Così, almeno, avrebbe risposto l’80% degli italiani. Io non ero tra gli intervistati, naturalmente. E neanche voi, immagino.