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L’Italia brucia e la politica fa più danni del Vesuvio

  •  Antonio Arricale
  • Pubblicato in Sette giorni


Alla facoltà di Scienze politiche della Federico II di Napoli il corso di Politiche dell’Ambiente fu introdotto almeno quarant’anni fa. Ignoro se l’esame sia rimasto tra quelli facoltativi o, invece, assurto al rango di fondamentale. Posso però desumerlo dai disastri raccontati dalle cronache in quest’ultimo mezzo secolo. Frane, alluvioni, incendi hanno continuato a susseguirsi a ritmo costante, con enormi danni, soprattutto in termini di vite umane perse. Ed il conseguente pianto greco delle prefiche cui però non hanno fatto seguito i buoni propositi sciorinati puntualmente, nelle diverse circostanze, dai politici ai diversi livelli di responsabilità. Da ultimo, è di queste ore, la distruzione del parco nazionale del Vesuvio. Vi risparmio la lista della spesa, peraltro necessariamente incompleta: patrimonio boschivo, agricoltura pregiata, turismo, animali arsi vivi. Tutto distrutto. Ad occhio, cento milioni di danni, senza contare il rischio idrogeologico che ora pure incombe.
Ma il caso del Vesuvio è soltanto il più eclatante, oltre che per certi aspetti paradossali: pensate, le fiamme che distruggono sono dell’uomo, non del vulcano. In realtà, come mai prima, è bruciata l’intera regione: con Napoli, le province di Caserta e Avellino le più colpite dai piromani. Almeno, così si dice: dei piromani, intendo. Ma la situazione si presenta drammatica anche nelle altre regioni del sud: Sicilia soprattutto, e Calabria. “C’è la mano dell’uomo dietro gli incendi. La mano di pecorai, mafiosi (da noi, in Campania, diremo camorristi, of course), forestali con ansia da contratto”, hanno scritto pedissequamente i media seguendo le voci ricorrenti e i luoghi comuni dell’opinione pubblica. Su un blog dei forestali siciliani si legge, però, un’altra versione dei fatti. “Partiamo dai costi dei canadair e degli elicotteri: 15 mila euro l’ora i primi, 5 mila l’ora i secondi”, scrivono. Invero, in Campania i costi sono anche più alti. Per i Canadair si arriva anche a 20 mila euro l’ora. Il business non è da poco e spiega, evidentemente, anche l’interesse dei gruppi privati di flotte antincendio che cominciano a nascere qua e là.
Intanto, però, l’emergenza roghi non si attenua. I governatori della Campania e Sicilia, Vincenzo De Luca e Rosario Crocetta, hanno dichiarato lo stato di calamità naturale. E si apre un altro capitolo del business, c’è da scommettere. E gratta, gratta, vuoi vedere che la calamità sono proprio loro? La classe politica, intendo.
Prendiamo, ad esempio, un altro argomento assai gettonato, questa settimana, sui giornali: il salvataggio delle banche venete e più in generale delle banche che hanno in pancia milioni e milioni di Pnl (non performing loans), crediti deteriorati, passato alla Camera con voto di fiducia al governo (318 sì, 178 contrari). Il provvedimento, come si sa, costerà allo Stato 17 miliardi, l’equivalente della spesa militare in un anno. Il controverso bail-in (salvataggio dall’interno) sarebbe costato molto meno. Ma sorvoliamo. Il provvedimento del governo non piace agli italiani. Soltanto il 3 per cento si è detto favorevole. Da qui, forse, le dure parole pronunciate prima dal rappresentante dell’Abi, Antonio Patuelli (“Esprimiamo la nostra indignazione per diversi elementi emersi sulle banche che sono andate in crisi e attendiamo gli esiti dei processi”) e poi dallo stesso presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni (“I responsabili dei dissesti devono pagare”). E probabilmente anche la veloce approvazione della legge che istituisce la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche firmata in questi giorni dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il cui annuncio, non a caso, è stato dato dallo stesso Quirinale.
Poco importa, poi, se la Bicamerale (l'organismo sarà composto da 20 deputati e altrettanti senatori) avrà un orizzonte temporale di azione di appena un anno per concludere le sue indagini. E ci sono le elezioni in vista. Dunque? Se non rischiassi l’accusa di populista direi che, mentre per i deboli i termini della prescrizione sono stati allungati, per i rappresentanti dei poteri forti comunque si accorciano. E tra i deboli ci sono soprattutto quei 4 milioni e 742 mila persone (un milione e 619 mila famiglie) in stato di povertà assoluta. E, si badi bene, dove il capofamiglia è un operaio la povertà assoluta è doppia, certifica l’Istat. Mentre tra i forti ci sono sicuramente quell’1,2 per cento di famiglie che possiede il 21 per cento della ricchezza nazionale, in tutto 307 mila famiglie milionarie.
Ma questo è populismo.