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Germania e Francia corrono l’Italia resta indietro e sola

  •  Antonio Arricale
  • Pubblicato in Sette giorni

I consumi sono in ripresa, sebbene a ritmo moderato. La spesa delle famiglie sale (+1%), anche se resta sotto i livelli del 2011. Il commercio mostra il maggiore aumento tendenziale da oltre un anno (+1%) e però a maggio registra decremento rispetto al mese precedente (-0,1%). A leggere i dati sformati quasi giornalmente dall’Istat si corre il rischio di rimanere un tantino frastornati. Insomma, alla fine la domanda che la gente comune si pone è sempre la stessa: ma ‘sta crisi è finita o no? In altri termini, siamo sempre la seconda manifattura d’Europa? E la settima-ottava (c’è discordanza, in proposito) potenza mondiale?
Il fatto è che, nel club dei Grandi, si continua a parlare di crisi soltanto da noi, ormai. Prendiamo, ad esempio, i due principali paesi europei cofondatori con l’Italia dell’Unione. In Germania, che resta la vera locomotiva del Vecchio continente, la produzione industriale vola. A maggio ha fatto registrare +5%, mica zero virgola. Ma anche la Francia sta facendo la sua parte. Magari, non vola, ma in ogni caso galoppa: + 3,2% dicono le statistiche. Sarà l’effetto Macron? Può darsi. Ma non diciamolo ai compagni del Pd, per i quali il neo presidente francese, nel giro di pochi giorni, è stato prima innalzato sugli altari, quando si è trattato di elogiare il ritrovato spirito comunitario contro i nazionalismi; e poi calato nella polvere, quando ha escluso ogni aiuto agli immigrati economici.
Ché poi il nocciolo della questione immigrati, che sta riempiendo pagine e pagine di notiziari, è tutto lì: porte aperte sì, ma solo ai rifugiati politici. Come si è sempre detto, del resto, anche nei documenti ufficiali sottoscritti dal nostro paese e rispetto ai quali si sono dati, da ultimo, del bugiardo Emma Bonino e Matteo Renzi.
“Volete sapere perché il povero ministro Marco Minniti è impotente sul caos migranti?”, ha spiegato con la solita chiarezza il sito Dagospia, “perché Renzi ha trasformato l’Italia in un centro profughi, in cambio di flessibilità da parte dell’Europa per le sue mancette elettorali”. Infatti, secondo Emma Bonino, ex ministro degli esteri: “Nel 2014-2016 abbiamo chiesto noi che il coordinatore fosse a Roma e che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia. L'accordo l'abbiamo fatto noi, violando Dublino. Abbiamo sottovalutato la situazione”. Parole che ovviamente non sono piaciute all’ex premier. Ma vi risparmio replica e controreplica.
Resta il fatto che sulla vicenda immigrati l’Italia è sempre più sola. E lo si era già capito quando, nell’aula deserta del Parlamento europeo, il presidente della commissione Jean Claude Juncker, alla vista dei pochi parlamentari presenti ha sbottato: “Ridicoli”.
Lucidissima l’analisi di Fulvio Scaglione, ex direttore di Famiglia Cristiana: “Abbiamo tutto contro: la posizione geografica (siamo un ponte naturale tra Europa e Africa e Medio Oriente), il confine di mare (che ci impedisce di tirar su muri come hanno fatto Spagna, Ungheria, Bulgaria, Macedonia, Austria e Francia) e i regolamenti comunitari, primo fra tutti quello di Dublino che impone al Paese di sbarco tutti gli oneri dell’accoglienza e che infatti nessuno vuole cambiare”. Argomenti, tuttavia, che da soli non possono bastare. Anche perché – come scrive la Corte dei Conti – da dieci anni l’Italia versa ogni anno nelle casse Ue 5,5 miliardi in più di quanto riceve. E questo la gente comune lo sa. E perciò si chiede: “è davvero necessario che votiamo il bilancio comunitario senza mai discutere, senza mai creare un problema? E quando si tratta di rinnovare le sanzioni alla Russia, che al nostro settore agroalimentare sono costate 10 miliardi nel solo biennio 2014-2015, dobbiamo proprio dire sì al primo colpo?”.
I flussi migratori, continua il giornalista cattolico, “non sono un dramma e tantomeno un’invasione se sono considerati un problema collettivo e sono affrontati con lo sforzo collettivo di 28 Paesi che hanno 450 milioni di abitanti e formano il conglomerato economico più ricco del mondo, mentre lo diventano se sono lasciati come un cerino acceso in mano all’ultimo Paese della fila, quello che non può tirarsi indietro (noi, appunto)”. Difficile non essere d’accordo. Tanto più se accompagnati da “un programma d’azione rispetto al quale sarà difficile trincerarsi dietro le frasi fatte alla Emmanuel Macron e al menefreghismo stile Beata Szydlo, la premier di un Paese, la Polonia, che nel settennato 2014-2020 incasserà 115 miliardi di fondi Ue ma fatica a prendersi qualche decina di migranti”.
È appena il caso di notare, infine, che sulla questione il pensiero di Bill Gates, uno degli uomini più ricchi del mondo, non è lontano da quello di Matteo Salvini. Per il fondatore di Microsoft (intervista al giornale tedesco Welt am Sonntag): “I leader europei stanno peggiorando la crisi dei migranti accogliendo un numero enorme di persone e soprattutto dando loro la sensazione che in Europa c’è spazio, quindi vale la pena imbarcarsi. Un atteggiamento politico che potrebbe portare disastri”. Secondo Bill Gates " più generosi siete, più invitate persone a lasciare l'Africa. La tumultuosa crescita demografica in Africa diventerà un’enorme pressione migratoria sull’Europa, a meno che gli Stati decidano di aumentare in modo consistente gli aiuti allo sviluppo alle terre d’oltremare”.
E però, secondo Tito Boeri, presidente dell’Inps, le porte chiuse agli immigrati “ci costerebbe 38 miliardi”, nel senso che “senza i lavoratori dall'estero in 22 anni si avrebbero 35 miliardi in meno di uscite, ma anche 73 in meno di entrate”. Ma la considerazione è fuorviante. Qui non si parla di immigrati regolari.