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Fine del miracolo Italia operai e borghesia addio

  •  Antonio Arricale
  • Pubblicato in Sette giorni

Sette giorni (200517)
Antonio Arricale

 

Quasi 19 miliardi delle vecchie lire di buonuscita. Ci sarebbe da chiosare, eccome, sull’ammontare della liquidazione per fine rapporto di lavoro dell’ex amministratore delegato e direttore generale di Leonardo, l’azienda aerospaziale di Finmeccanica di cui il maggiore azionista è, come si sa, il Ministero dell’economia e della finanza. A Massimo Moretti, manager pubblico di lungo corso, a titolo di indennità compensativa e risarcitoria il cda dell’azienda pubblica ha infatti riconosciuto, con altre briciole non proprio di centesimi, 3 milioni e passa di euro per ogni anno di lavoro svolto, tre in tutto. Senza, però, volere incedere a battute di facile presa populistica (ricordate quella del nonno di Così parlò Bellavista?) la notizia mi sembra degna di nota perché è in qualche modo correlata ad altre uscite in settimana, magari di segno e considerazione diametralmente opposte, che aggiungono, però – se possibile – altra indignazione all’umore già nero – immagino – del lettore e cittadino medio.
Intanto, perché l’Italia cresce a ritmo decisamente lento (è sempre allo 0,2% nel primo trimestre) e comunque conserva un divario di non poco conto con il resto della zona euro. Giusto per ricordare, nello stesso periodo il pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,6% in Germania, dello 0,3% in Francia e nel Regno Unito; e in termini tendenziali del 2,1% nel Regno Unito, dell'1,7% in Germania e dello 0,8% in Francia. Per non dire dei Paesi dell’Est, in particolare Bulgaria e Romania che galoppano, oltre che di Spagna e perfino della Grecia che stanno registrando una decisa ripresa. E poi perché, pure a fronte di dati significativi sul versante dell’export e degli investimenti, è sempre il debito pubblico che non accenna a diminuire e, dunque, frena l’economia aumentando di mese in mese. E siamo, ormai, oltre il 132% nel rapporto col pil. Senza tenere conto, poi, che nei primi tre mesi del 2017 sono stati attivati quasi 400 mila contratti a tempo indeterminato (398.866 per la precisione, comprese le trasformazioni) che però, in termini percentuali, rappresentano un calo del 7,4% sullo stesso periodo del 2016 (Osservatorio sul precariato dell’Inps).
Ma c’è dell’altro, che urtica anche di più – si diceva – la sensibilità del cittadino medio. Ed è la conferma da parte dell’Istat che nell’Italia del terzo millennio, lungi dall’essere attenuate, sulla scorta di diritti conquistati con le dure battaglie sociali del dopoguerra e della miracolosa industrializzazione del Paese, le diseguaglianze sociali sono di fatto aumentate. Anzi, con la classe operaia definitivamente scomparsa (è andata in paradiso, avrebbe detto Elio Petri) è stata cancellata anche la piccola borghesia. Insomma, le vecchie classi sociali sono state disgregate – è scritto nel Rapporto Annuale – e le differenze sono state acuite da una distribuzione dei redditi che penalizza in particolare gli stranieri e le famiglie con figli. Sono scomparse, inoltre, anche le professioni intermedie, mentre l’unica occupazione che cresce è quella a bassa qualificazione. In sintesi, per dirla in cifre, nel cosiddetto Belpaese ci sono 1,6 milioni di famiglie in stato di povertà assoluta; il 28,7% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale; il 70% degli under35 vive ancora con i genitori.
Insomma, ce n’è a iosa per non essere proprio allegri e, magari, per non lasciarsi distrarre dalla lettura di intercettazioni (a proposito dello scandalo Consip) che sanno tanto di messinscena tra Matteo Renzi e il papà e che in ogni caso tradiscono uno scontro e una crisi della giustizia che è anche più grave di quella politica. E che non a caso la politica non intende risolvere se è vero che all’interno del Pd, partito di sinistra e di governo, sull’approvazione della tanto attesa riforma in materia, l’ex premier e ora segretario non vuole venga posta la fiducia da parte del nuovo governo che del suo è continuazione.
Il tutto accade mentre sui giornali di settore comincia a balenare nuovamente la parola bolla. Secondo gli osservatori più catastrofisti, infatti, un nuovo collasso economico-finanziario sarebbe ormai alle porte. Né le banche centrali potranno continuare ad evitarlo con l’enorme iniezione di debito che ancora viene fatto. E che la Bce – sulla spinta della Germania – non intenderebbe più fare (leggasi tra le righe delle ultime parole di Mario Draghi, per il quale la crisi è ormai alle spalle). Intanto l’euro è balzato ai massimi da sei mesi, fino a 1,1183 contro il dollaro (e 0,8613 contro la sterlina). USD che parallelamente si è indebolito anche contro il paniere delle altre divise, appesantito dai timori relativi alla condotta politica di Donald Trump. Il quale, come si sa, rischia addirittura l’impeachment per aver fornito informazioni sensibili alla Russia durante un meeting alla Casa Bianca la scorsa settimana.