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I ponti di carta, il giallo anac e le elezioni contro l'Europa

  •  Antonio Arricale
  • Pubblicato in Sette giorni

Non c’è pace per l’Anas. Crollano i ponti, al sud come al nord. L’ultimo, a Fossano, nel cuneese, per poco non ha schiacciato, con l’auto di servizio, due carabinieri. Non è questione di geografia: c’è dell’altro, c’è del marcio nella società. Da un pezzo, infatti, l’azienda delle strade è nel mirino della magistratura non soltanto per la cattiva realizzazione o mancata manutenzione di importanti infrastrutture, ma anche per sospette e diffuse pratiche di corruttela. Al sud come al nord. Né si risparmia il centro: vedasi lo scandalo che avvolge il compartimento della Toscana.
Inutile aggiungere che due più due fa quattro; che insomma, a lume di naso, l’effetto dei cedimenti è nella causa delle cattive pratiche. Quello delle strade e più in generale delle opere infrastrutturali – il filone delle opere pubbliche, per intenderci, maggiormente capace di schiodare dai decimali il pil – è un piatto così ricco da far gola, guarda un po’, finanche alla camorra. Si leggano, in proposito, le cronache relative alla manutenzione della tangenziale di Napoli. Camorra che sembra avere pervaso, ormai, tutti i gangli della pubblica amministrazione. Da nord a sud.
Indigna, perciò, non poco la decisione del governo di ridimensionare i poteri dell’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone. Un depotenziamento, guarda caso, nascosto tra le pieghe del nuovo e già più volte rimaneggiato codice degli appalti. E che, scoperto dalla stampa on line (il blog Huffington Post, per l’esattezza) il giorno dopo non trova responsabili, dal momento che il testo sarebbe stato modificato all’insaputa di tutti: dal presidente del Consiglio dei ministri Paolo Gentiloni, in missione negli Stati Uniti, alla bella e e ancor più diabolica sottosegretaria Maria Elena Boschi. Ancora lei.
Suvvia, non prendeteci in giro. Nella prima Repubblica erano questi gli escamotage che venivano utilizzati per dire all’opinione pubblica una cosa e farne un’altra. Soltanto che allora i trucchi erano ben congegnati e difficilmente venivano a galla e, comunque, sempre a frittata fatta e mangiata. In ogni caso, una volta sgamati, saltavano le teste, eccome, sia pure di un dirigente, un capo di gabinetto, un capro espiatorio. Ma erano altri tempi, dicono. E altri politici, di cui magari vergognarsi, dicono.
Resta il fatto che, di questo passo, difficilmente potrà riuscire “lo scatto dell’economia” richiesto dall’Istat “per centrare gli obiettivi del pil previsti dal governo per il 2017”. Parliamo di un modesto +1,1%. E intanto – è sempre l’Istat che lo dice – sono ormai 7,2 milioni gli italiani in gravi difficoltà economiche, quasi il 12 per cento della popolazione. Cifre da paese in via di sviluppo, non da G7. Ma cambiamo pagina.
L’attenzione, questa settimana, avrebbe dovuto essere tutta per gli “esteri” e spiego perché. Parlo, ovviamente, del referendum turco vinto, tra non poche polemiche, da Recep Tayyip Erdogan; delle elezioni anticipate in Gran Bretagna richieste dal primo ministro Theresa May nella speranza di ottenere un parlamento meno ostile alla Brexit; del primo turno delle presidenziali in Francia, domenica, funestato da un altro attentato terroristico di matrice islamica, questa volta portato al cuore di Parigi, sugli Champs Elysées.
Eventi politici che hanno un comune denominatore: il timore, per alcuni, della definitiva disgregazione del progetto degli Stati Uniti d’Europa, indipendentemente dall’odiato euro; l’occasione, per altri, di recuperare spirito e orgoglio nazionale.
Ipotesi, quest’ultima, dietro la quale i retroscenisti più smaliziati non fanno fatica, a dispetto delle apparenze, a individuare il filo rosso che lega la terna. Nella nuova visione strategica degli Usa, infatti, la vecchia Europa deve tornare ad essere ciò che è sempre stata, un insieme di nazioni, ciascuna diretto interlocutore degli americani, non certo una nuova potenza di cui alla lunga preoccuparsi. Insomma, è la visione del “divide et impera” a noi ben nota. Teoria che, magari, Donald Trump non ha esplicitato a Gentiloni, confidando sulla capacità di sintesi del nostro premier e magari su uno sconto dei costi Nato. Dubito, però, che qualcuno ce lo confermerà. A riprova, basta leggere i dati dei mercati finanziari, che spesso dicono di più e meglio delle più acute analisi dei politologi. Nel caso della Turchia, per esempio, i mercati hanno temuto più la sconfitta che la vittoria di Erdogan. La lira turca ha guadagnato circa mezzo punto percentuale contro il dollaro statunitense e il mercato azionario ha guadagnato un po’ di terreno. Lo stesso è accaduto con la sterlina, che all’annuncio delle elezioni anticipate, martedì scorso, si è apprezzata dell’1,34% nei confronti dell’euro. Dell’attentato a Parigi, infine, dico solo: alla vigilia delle elezioni, cui prodest?
Dunque, vinceranno gli euroscettici? E chi può dirlo. So soltanto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Anzi, l’Oceano.