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Gioventù bruciata. Perché il Paese non cresce

È un’operazione verità quella che propongono il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia quando dicono che ci troviamo di fronte a un’inversione di tendenza evitando di parlare di ripresa o quando vedono sì il bicchiere mezzo pieno ma non vorrebbero sembrare troppo ottimisti. E, comunque, alla fine della storia chiariscono che non c’è nessun tesoretto da dividere e intorno al quale festeggiare.

La stessa sintonia avuta a Cernobbio un paio di settimane si è potuta riscontrare alla presentazione degli Scenari economici elaborati dal Centro studi dell’Associazione imprenditoriale con previsioni al rialzo in quanto a pil ma di misura comunque inferiore (+1,5 nel 2017 e +1,3 nel 2018) alla maggior parte dei partner europei e di conseguenza della media dell’Unione. Per cui se è vero che progrediamo è anche vero che il divario si allarga.

O che restiamo sempre più indietro, il che è lo stesso. Il problema individuato e conosciuto da un bel pezzo è il defict di produttività che ci portiamo dietro da anni e che non accenna a diminuire. Deficit di sistema, s’intende. Per cui: che ce ne facciamo d’imprese sempre più tecnologiche e innovative se le condizioni a contorno restano le stesse e cioè quelle che tutti i giorni possiamo sperimentare sulla nostra pelle di cittadini?

Non vorremmo, ha sintetizzato Boccia, che mentre noi lavoriamo per far fronte alla quarta rivoluzione industriale la pubblica amministrazione resti impermiabile perfino alla prima. Insomma, per certe cose che fanno girare gli ingranaggi del business siamo all’anno zero. E gli sforzi compiuti in un campo vengono vanificati dall’indolenza che si manifesta nell’altro con comportamenti incompatibili con una società moderna.

Le riforme, dicono tutti quelli che avvertono il peso delle responsabilità, non si possono fermare. Ma, intanto, con la perdita del referendum del 4 dicembre del 2016 (tra poco festeggiamo il compleanno) la spinta al cambiamento è andata persa. E adesso, mentre la Francia di Macron vorrebbe attrezzarsi con nuove e più efficaci regole per farci concorrenza, è già molto se riusciamo a difendere le novità introdotte senza smentirle.

La situazione è grave ma non seria, avrebbe detto Ennio Flaiano che di queste cose se ne intendeva. C’è un pezzo di Paese che si è messo a correre, che ha deciso di diventare competitivo, che sfida i mercati internazionali; si organizza, cresce. C’è un altro pezzo, però, di dimensioni ancora troppo grandi per poter essere sconfitto, che vive di rendita, resiste impavido sulle sue posizioni di retroguardia, si riconosce nel fatidico tanto peggio tanto meglio.

Come in un tiro alla fune il primo gruppo riesce ad attrarre un pochino verso di sé il secondo che punta i piedi e più di tanto non si muove. Tanto, pensa, prima o poi gli altri si stancheranno di lottare e tutto tornerà come prima. Ma fanno male i conti perché nulla tornerà come prima se con questo s’intende facili guadagni e poco impegno. Chi non avanza, retrocede. E i giovani che l’hanno capito si sottraggono alla vergogna andando all’estero.

Ed è questo il vero spreco di capitale che ci rende un po’ tutti colpevoli.