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Banco di Napoli, una rapina di Stato

Ci sono voluti vent’anni per scoprire quello che sarebbe stato evidente a prima vista sole se solo si fosse voluto guardare nella direzione giusta: i crediti incagliati dirottati dal Banco di Napoli nella bad bank del Tesoro (la fatidica Sga) tanto incagliati non erano. Ma sono stati considerati tali per una decisione della politica alla quale i meridionali non hanno saputo reagire perché spaventati e indeboliti da almeno tre circostanze: la morte violenta della prima repubblica con la sepoltura dei suoi esponenti più autorevoli, la morte per malattia di Ferdinando Ventriglia, la morte civile di una classe dirigente ammutolita dalla rumorosa affermazione della Lega e dei suoi pregiudizi.

La notizia che di quei presunti affari andati a male si è recuperato il 90 per cento contro il 50 preventivato e giudicato già soddisfacente dai solerti salvatori della patria dovrebbe far riflettere sulle modalità di selezione delle partite da immolare sull’altare di una giustizia sommaria per la principale azienda di credito del Mezzogiorno, la sesta del Paese, che vecchia di 500 anni avrebbe meritato attenzione e rispetto maggiori. E invece no. Il glorioso Banco è stato trattato come una preda da catturare e servire alla tavola di altri istituti che grazie a quel sacrificio si sono salvati dal destino che si sarebbero meritati.

E non basta perché è ormai chiaro che il tracollo dell’istituzione creditizia meridionale è stato indotto dallo Stato che ha deciso di non mantenere i patti con l’intero sistema industriale del Sud rifiutandosi di pagare quanto dovuto con la chiusura improvvisa e scellerata di quella Cassa che se fosse stata messa nelle condizioni di fare il proprio mestiere avrebbe consentito agli imprenditori indebitati di regolare i propri conti senza il disonore della caduta. Eppure quegli imprenditori traditi e quelle imprese bistrattate hanno saldato i propri debiti in una misura quasi piena e con le proprie sole forze.

Se non fosse andato sottosopra il circuito bancario del Nord, se per esso non si fosse apprestata una provvidenziale rete di salvezza, se il governo non avesse avvertito il bisogno di mettere sul piatto del risanamento anche i proventi della dimenticata società digestione delle attività a rischio, di questa storia si sarebbe saputo molto poco e forse a nessuno sarebbe venuto in mente di scavare nelle anomalie di un’operazione che, vestita da salvataggio, è stata di vera e propria spoliazione. Patrimoniale, certo, per i danni inflitti all’apparato produttivo meridionale ma anche e soprattutto di reputazione.

Napoli e il suo Banco, il Banco e la sua Napoli, sono stati additati all’opinione pubblica come l’ennesima prova dell’incapacità di un’intera classe imprenditoriale di stare sul mercato, dell’opaco rapporto con il mondo della politica che infetta una parte del Paese mentre l’altra ne è indenne, della generosità nazionale che si presta a riparare al danno che si guarda bene dall’ammettere di aver provocato. Ora si tenta di correre ai ripari chiedendo che una parte almeno del profitto conseguito nell’atto generoso di venirci in soccorso resti sul territorio a parziale risarcimento del torto subito.

La novità è che sembra profilarsi un fronte compatto con il rinsaldamento delle posizioni del nuovo e del passato presidente della Fondazione che fu spogliata del valore delle azioni (Daniele Marrama e Adriano Giannola), l’associazione degli industriali presieduta da Ambrogio Prezioso, politici e amministratori locali che cominciano a rendersi conto di quali e quante bugie si sia nutrita la narrazione dei forti che gridano allo scandalo mentre derubano i deboli. Il libro sul Miracolo della bad bank scritto da Mariarosaria Marchesano, che al Denaro si è fatta le ossa, mette nero su bianco elementi di verità che possono fornire la base di una battaglia consapevole. Vedremo se solo verbale o più consistente.