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Economia della conoscenza? Serve rompere col passato

Rinascimento, Riforma, Rivoluzione industriale, Capitalismo: sono ideali anelli di una catena che, di volta in volta, si è dovuta spezzare per poter progredire.

È la continuità il totem del Bazar delle Follie. Il Rinascimento pose la conoscenza al centro della creazione del valore. Artigiani divenuti artisti, costoro a braccetto degli scienziati e ricchi mercati in veste di mecenati furono i protagonisti di un grande processo creativo. Seppur propensa ad assorbire i contenuti innovativi delle età trascorse, ogni rinascita mostra segni di discontinuità col passato. Rinascimento, Riforma, Rivoluzione scientifica, Illuminismo, Rivoluzione industriale, Capitalismo delle grandi imprese e Capitalismo molecolare: questi gli anelli di una catena ideale che, di volta in volta, si è spezzata in più punti. Ciò detto, analizzando lo svolgersi delle condizioni economiche, da tempo ricercatori e scienziati del Santa Fe Institute (www.santafe.edu) ripropongono il ruolo chiave giocato dalla conoscenza per far crescere e coniugare il ben-avere e il benessere degli individui e delle loro comunità. Intanto, sono già trascorsi diversi anni da quando Peter Drucker, il pioniere dell’economia manageriale, preconizzava che il sapere avrebbe potuto occupare nella politica della società basata sulla conoscenza il posto attribuito alla proprietà e al reddito nel corso dei tre secoli dell'età del capitalismo.

Qualità al posto della (sola) quantità
Paesi e città in cui i decisori politici sono intenzionati a inaugurare una rinnovata età rinascimentale si trovano di fronte alla crisi irreversibile del metro di riferimento degli andamenti economici – il PIL, il cui ciclo di vita volge al termine. Già nel 1964 Gary Becker, premio Nobel per l’economia, rilevò insufficienze e inesattezze nel ‘metro PIL’, coniando il termine "capitale umano" per riferirsi al fatto che molte delle competenze necessarie per seminare il campo della conoscenza dovrebbero essere acquisiste attraverso appositi investimenti. Con quel metro si fanno misure quantitative: per esempio, numero dei dipendenti e delle ore di lavoro, e somme di denaro versate per i salari. Ma una volta che entrano in gioco i lavoratori della conoscenza, la qualità dei loro servizi sostituisce la quantità. E anche la loro produttività va osservata da un diverso angolo visuale: non più la quantità generica risultante dal rapporto tra prodotto e occupati, ma la qualità specifica del contributo che ciascun lavoratore della conoscenza reca al team di cui è parte. Facendo leva sulla conoscenza, la rinascita fermenta alla convergenza delle scienze – dall’econofisica che studia i flussi cognitivi con le collisioni delle idee nel contesto dei team di lavoratori della conoscenza, alla neuroeconomia che esamina la mente umana in relazione ai processi decisionali nella soluzione di compiti economici.

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