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Perché hai fatto così?

L’unica cosa che rende possibile la vita è il suo permanente,intollerabile stato d’incertezza: il non sapere cosa ci aspetta. Ursula K Le Guin L’unica cosa che rende possibile la vita è il suo permanente,intollerabile stato d’incertezza: il non sapere cosa ci aspetta. Ursula K Le Guin

Ogni momento prendiamo delle decisioni
Come sappiamo bene anche non prenderne alcuna equivale a decidere.
Certo molte di queste sono decisioni apparentemente leggere (ma non si sa cosa avrebbe voluto dire prendere il caffè in un bar piuttosto che in un altro, dire una cosa o un’altra) e altre impegnative.
Nella complessità le variabili numerosissime aumentano le difficoltà di scelta e in altri casi invece diventano obbligatorie.
La capacità soggettiva e organizzativa di assegnare un valore a ipotesi di comportamento differenti rappresenta una soluzione efficace per fronteggiare le incertezze.
In termini formativi si parla di decision making e si attribuisce al metodo un’importanza elevata per governare i propri comportamenti.
Ogni creatura vivente si trova di fronte a tre domande chiave: “Qual è il valore delle scelte che ho a disposizione? “quante scelte ho”?”quanto mi costa ciascuna e quanto potrò guadagnare?”
Il metodo suggerisce di trovare scelte efficienti, in altre parole tali da determinare il miglior profitto a lungo termine dato il minimo investimento immediato.
Scegliere, andare verso una direzione contiene un certo determinismo ma sappiamo che c’è sempre più di un modo per risolvere un problema o cogliere opportunità, e una volta scelta una via non potremo sapere cosa sarebbe potuto accadere scegliendo l’altra.
Certo, nel momento in cui decidiamo elaboriamo rappresentazioni di come probabilmente sarebbe potuto andare decidendo y e come invece probabilmente andrà decidendo x.
La simulazione del nostro pensiero è una capacità cruciale: il cervello simula scenari futuri e valuta i risultati possibili.
Diceva Calvino “…nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’’intelligenza sfuggono a questa condanna.”
Decidere non elimina quindi il peso dell’incertezza e in qualche modo questa è spesso più sopportabile quando è sorretta dalla sicurezza come dato soggettivo, dipendente dalla propria competenza e dalla capacità di apprendere.
Infatti, molte fonti d’incertezza derivano semplicemente dall’ignoranza mentre altre sono irriducibili e sono connesse al basso potere nei confronti del proprio mondo dove l’esperienza e l’apprendimento sono quasi inutili.
Che cosa possiamo fare contro l’ottusità di certa burocrazia? Come contro l’ingiustizia così frequente della giustizia? O in condizioni esistenziali di vita agli estremi?
Ma in generale dobbiamo considerare che se vivere vuol dire decidere e se decidere, si fa per realizzare scopi, occorre accettare la logica che alcuni scopi sono più efficaci di altri e anche che alcuni scopi sono conflittuali tra loro e quindi occorre scegliere.
Decidere significa etimologicamente “tagliar via”.
Spesso è penoso, difficile e non ci riusciamo e siamo pieni di ostriche di carena che rallentano la via, siamo anche spesso pieni di “rimpianti” per scelte possibili non fatte, alle quali attribuiamo un determinismo illusorio di tipo migliore rispetto alla scelta fatta.
Non funziona se viviamo così: la complessità è permanente, quindi lo è anche il cambiamento e di conseguenza l’apprendimento e allora diventa, per forza, permanente l’incertezza.
Non c’è una via per eliminarla.
Si deve aumentare la nostra sicurezza cercando valori guida, principi e competenze e considerare l’incertezza come una condizione fisiologica della complessità.
Dovremmo pensarci anche noi, che ci occupiamo di persone, in termini formativi.