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Ad ogni opera d'arte il giusto tipo d'esposizione

All’inizio fu Napoli, pizza e mandolino, cui qualche straniero con aria saputella aggiungeva un suono più o meno confuso che voleva indicare qualcosa che con la città nulla aveva a che vedere: mafia. Era il periodo in cui con Napoli era indicato non solo qualunque Campano ma un po’ tutto il Meridione d’Italia. Era l’epoca A. S: ante Saviano. Nel pieno dell’epoca Saviano, lo stereotipo perse i guizzi di colore, e il nerocamorra cominciò a imperare non mai insidiato da altro. Napoli monnezza, camorra e, immancabilmente, gomorra. Un piacere. Inutili le flebili proteste di qualche napoletano che cercava di mostrare al mondo tutto il resto, che non è poco, ma che non poteva reggere davanti alla forza mediatica di un libro, un film e di un autore sempre pronto a ricordare che, forse, anche il colore del cielo era stato in qualche modo contraffatto da sbuffi di polveri drogate che si levavano dalle famose Vele di Scampia. Vele giù, Vele su, Vele forse. La discussione è ancora viva. Le Vele come simbolo di tutto il male che c’è: Legale, urbanistico, sociale, economico e chissà quanto altro. E invece ecco arrivare a Napoli la mostra di Marco Petrus. Forse l’era P.S. Post Saviano è alle porte. A Palazzo Zevallos c’è “Matrici”. Una raccolta di opere il cui soggetto unico sono le vele di Scampia. Per una volta, tralasciando la luttuosa immagine sociale, si propongono le Vele di Scampia per quello che in origine volevano essere: un esercizio di architettura, disegno, una composizione ragionata e ordinata di elementi architettonici. Le righe, gli sbalzi, le bucature. Il tutto sottolineato da colori che evidenziano questi rapporti sulla bianca superficie dei rivestimenti. Un premio meriterebbe l’autore, solo per aver ignorato lo stereotipo. E lì, dove qualcuno riesce a immaginare perfino un turismo della delinquenza, questo “extranapoletano” ha voluto leggere, invece, emozioni d’arte. Indipendentemente dal gusto, e dalle ragioni sociali. Applauso.

Venticinque dipinti sullo sfondo bianco delle sale di palazzo Zevallos. Quadri di grandi dimensioni difficilmente apprezzabili fino in fondo se visti troppo da vicino. Un suggerimento allo spettatore sulla migliore posizione per il loro godimento avrebbe aiutato molto la lettura di ciò che, visto troppo da vicino, può diventare solo macchia di colore. Alla Barbara Behan Contemporary Art Gallery di Londra, gli spazi antistanti alle opere di Petrus erano maggiori e permettevano all’osservatore di cogliere l’opera in tutto il suo complesso. Non avendo a disposizione tanto spazio l’allestimento avrebbe dovuto contemplare almeno il suggerimento per la migliore osservazione del quadro. Pochissime spiegazioni, nessun riferimento visivo alla complessiva struttura dell’edificio, per offrire al visitatore l’esperienza e non solo la vista. Ciò che manca è, infatti, l’esperienza. La ricerca dell’artista spiegata succintamente dai cartelloni non coinvolge perché mancano alcuni riferimenti che trasportino l’osservatore davanti all’intera struttura spronandolo a cercare di sistemare il frammento rappresentato dall’opera nella casella giusta. La modalità d’esposizione incide molto sul successo di una mostra d’arte. A Palazzo Zevallos opere dell’ottocento o realizzate ieri l’altro, sono esposte sempre allo stesso modo, i cartelloni sono sempre fedeli al modello e la gente si emoziona poco. La visita a una mostra di opere dei secoli scorsi ha bisogno di supporti molto diversi da quelli necessari al godimento di opere contemporanee principalmente perché i modi della rappresentazione sono profondamente diversi nelle ragioni e negli effetti visivi. La classica espressione questo lo so fare anch’io, tipica di un visitatore poco strutturato sull’arte contemporanea può, e deve, essere evitata con una forma espositiva che dia la possibilità al turista di farsi coinvolgere e di vivere attraverso quelle opere un esperienza che ricorderà e di cui vorrà raccontare al suo ritorno a casa. Offerte speciali, cortesia e tutto quanto il marketing più elementare può suggerire non servono a creare atmosfera o a far vivere emozioni. Sirena sull’ambulanza: ci vuole l’interpretazione.