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Mentre il Vesuvio arde e nessuno riesce a sedare l’incendio

Mentre il Vesuvio arde e nessuno riesce a sedare l’incendio, e altri roghi sembrano insidiare il lato flegreo della città, il cittadino comune colpevolizza a turno, non necessariamente nell’ordine, lo Stato, il Comune o la Regione per il disastro in fieri. Dissenso scontato e, per qualche verso, legittimo. L’interpretazione dei beni culturali e la loro gestione sembrano nuvolette rosa, lontane anni luce dal fumo denso e scuro i cui sentori, a tratti, invadono anche Napoli. E’ un momento grave che richiede energie e disponibilità enormi per essere fronteggiato e isolato. Meno titoloni, “il Vesuvio brucia... “, occorrono i fatti. Sic est. Tra un canadair che viene da Lametia e uno che torna a Roma, succede però che le vicende cittadine continuano il loro iter. Il Comune vende al Demanio l’Albergo dei Poveri. Splash. Una doccia gelida sulla città. La transazione era già stata annunciata ad aprile, ma forse non molti avevano creduto che davvero succedesse. Qualche imprenditore rivede accendersi il barlume della speranza del saldo di vecchie parcelle, gli arrabbiatissimi vogliono vedere in questa dismissione una politica distruttrice tendente a chissà quale misfatto. Ecumenici e salvifici altri leggono l’avvenimento come ultima spiaggia di un amministrazione che deve salvarsi da fallimento e commissariamento. Una penitenza meritata e necessaria per la salvezza. Dovremmo dire Amen? Certamente no, la faccenda non è spirituale ma terrena, terribilmente materiale. Senza addentrarci in conteggi dei quali non potremmo mai avere precisa cognizione, dobbiamo però porci la domanda: Meglio usare uno dei nostri più interessanti monumenti per costruire nuove economie che a esso rendano merito e onore, o dismetterlo per riempire, senza colmare del tutto, un insanabile barato economico? Sappiamo perfettamente che un accurata e ben preparata progettazione del restauro ben poco spazio lascia a iniziative fantasiose e indipendenti. Usare dunque una progettazione imbrigliata da regole ferree, e cedere in uso per novanta anni a imprenditori piccoli pezzi della grande struttura. Lasciare loro il suo restauro come parte di un tutto, e quindi come tale collaborante al risultato finale, garantirebbe all’amministrazione proprietaria un bel po’ di vantaggi: primo tra tutti la conservazione della proprietà, che non disturba mai. La manutenzione e il restauro: anche questo sarebbe un gradevole effetto. Un incasso in percentuale sugli introiti derivanti dalle attività con sede nel palazzo. Se a questo si aggiungessero un idea concreta ma entusiasmante sull’uso, la detassazione sui lavori di restauro e sul prodotto delle attività che in esso potrebbero essere svolte, ecco che magicamente i sensori degli imprenditori comincerebbero di nuovo a vibrare. Rendere l’impresa appetibile, questo dovrebbe essere il compito di una avveduta gestione di questo come di ogni altro bene culturale. La missione del National Trust in Inghilterra è 'curare luoghi speciali, per sempre e per tutti. Le amministrazioni proprietarie di beni culturali dovrebbero a questo mirare. Vendere le proprietà immobiliari che non sono suscettibili di redditività, questo sarebbe un buon investimento. Se il comune, con operazioni come quella descritta, si liberasse di tutti gli immobili senza pregio che possiede, invogliando gli imprenditori fare il loro mestiere, cioè fare investimenti sulle grandi e preziose strutture, potrebbe finalmente avere un bilancio con voci in attivo, fare cassa e nello stesso tempo, conservando e manutenendo le proprietà importanti, tenerle a reddito senza spendere un soldo.