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L'interpretazione gioverebbe al Museo Paleontologico

Che cosa resterà al turista di una visita al Museo paleontologico di Napoli a parte qualche selfie vicino allo scheletro del grande Allosauro? Domanda da un milione di dollari. Certamente l’immagine di un chiostro, quello dei Santi Marcellino e Festo, e delle sue arcate decorate in piperno. Una grande esposizione poi di fossili di vegetali, di pesci, di rettili e il grande e ben conservato Allosaurus fragilis, sulla cui fragilità ossea attuale c’è poco da discutere e da ghignare. Il tutto in un nebuloso ammasso con poche nitide immagini diverse per ogni osservatore, secondo il suo personale interesse o grado di cultura. Una bella, bellissima ma incolore disposizione di reperti. C’est ce la. Niente di peggio che perdere una battaglia per la quale non si è combattuto. Il problema non è certamente il materiale esposto che è interessante, prezioso, scientificamente importante e ben conservato. Cosa manca allora? Perché di questo museo si parla solo in occasione del Maggio dei Monumenti, delle giornate del FAI o di qualche altra fiera della comunicazione tesa a risvegliare l’interesse per i beni culturali e portare un po’ di denaro in casse patologicamente sempre vuote? Di contro potremmo domandarci perché andare in un museo di questo tipo se non mossi da interesse scientifico, e quanti turisti, italiani e non, abbiano una cultura scientifica tale da cercare un museo molto specialistico come il paleontologico. Il Museo americano di storia naturale è antico ma è uno dei musei più divertenti e istruttivi al mondo. Anche prima che vi fosse girato il film “Una notte al Museo” era visitatissimo per la sua capacità di coinvolgimento del turista di ogni età attraverso modalità espositive divertenti e di sicura efficacia nell’informazione. Un enorme parco giochi culturale da cui la napoletana Città della Scienza avrebbe solo da imparare. Le tradizioni culturali italiane impediscono di spingere l’esposizione ai livelli americani ma uno sguardo a più breve gittata, al Museo di Scienze Naturali di Valencia, può far capire come suscitare interesse con modalità più tradizionali ma tecnologicamente adeguate e studiate per essere coinvolgenti. Si tratta di un percorso, dove giochi di oscurità e luci ben calibrate si accompagnano a una narrazione emozionante fatta da una voce che ricorda quella dei più famosi film fantasy. L’osservatore è proiettato immediatamente nelle atmosfere post Big Bang dall’introduzione agli elementi esposti che perdono subito l’identificazione col reperto, e trovano di nuovo la collocazione negli spazi e negli accadimenti della loro epoca. Non si dimentica una visita di questo tipo. Quando i volenterosi e spiritosi allievi di una scuola, nel corso delle manifestazioni del Maggio dei Monumenti a Napoli si aggiravano tra le sale del Museo Paleontologico travestiti da uomini primitivi, alternando scherzi a narrazioni didascaliche cercavano esattamente di rendere più vivace la visita del turista. Purtroppo il concetto d’interpretazione è spesso e volentieri liquidato da chi non lo conosce come una sorta di visita animata da personaggi in costume che cercano di tenere viva l’attenzione di chi ascolta le spiegazioni. Non si può certo invocare ogni volta, come “il mantra del negletto”, la mancanza di fondi e l’economicità del biglietto per giustificare una carenza che è prima di tutto culturale. L’esposizione permanente può, anzi deve, essere gratuita. Le esposizioni temporanee saranno a pagamento, e occuperanno costantemente gli spazi a esse riservati. L’incasso si realizzerà interessando anche quelli che non sono studiosi di paleontologia. Ottenendo un ottimo afflusso di pubblico tutti i giorni della settimana. Lo story telling è stato ampiamente dibattuto in molti recenti convegni, e sebbene in teoria sembra raccogliere molti consensi, nella pratica pochi direttori lo adottano nelle proprie strutture museali. Troppo “americano”, troppa finzione, troppi antichi schemi infranti. In fondo, va bene così. La narrazione di una storia, attraverso video o rappresentazioni in costume non coincide necessariamente con l’interpretazione di quanto si espone. Può essere d’aiuto per superare alcune barriere culturali, e quindi può farne parte, ma gli oggetti, le opere d’arte, tutto quanto si espone può narrare la propria storia autonomamente. Il segreto non è narrare la storia di un quadro ma fare in modo che l’oggetto stesso si Racconti attraverso le emozioni che suscita e l’esperienza che regala all’osservatore. Può succedere che nell’insieme di una pratica espositiva si ricorra ad un elemento esterno di narrazione che vivacizzi l’interesse del visitatore. Può succedere, oppure no. Certamente è l’atmosfera creata che trasporta il turista nel viaggio conoscitivo. Adottare una terminologia straniera per attuare pratiche banali e non supportate da approfondite conoscenze in merito non aiuta i turisti e neanche i musei. Prestiamo molta attenzione agli improvvisati dell’interpretazione.