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Il Rompighiaccio

Il Rompighiaccio (5)

Draghi: la notizia che non c'è

Draghi: la notizia non c’è e i giornali se la inventano. Come previsto, dalla conferenza stampa di ieri della Banca Centrale Europea non sono arrivate novità. Malgrado ciò i giornali strillano titoli che alludono a chissà quali bacchettate sulle dita che il Governatore avrebbe inferto ai politici tedeschi e, metaforicamente, alla più che mai perfida Albione. Invero in Germania, come altrove, non pochi “rappresentanti del popolo” per lisciare il pelo all’elettorato o semplicemente per ignoranza o opportunismo, sproloquiano su tutto e hanno il diritto di farlo in quanto, almeno loro, sono stati eletti. Mario Draghi, rispondendo alla più scontata delle domande a seguito delle recenti esternazioni di Schauble e altri, si è limitato a distillare aria fritta, ribadendo l’ovvio concetto che Eurotower risponde solo all’Europa e non alla Germania o al suo ceto politico, sulla base del Trattato Europeo e dello statuto della BCE. Ovviamente il banchiere romano ha tralasciato di ricordare che i sacri testi sono stati redatti sotto dettatura della Bundesbank tedesca e rappresentano per le Autorità Monetarie una impropria cintura di castità. Tant’è che l’istituto di Francoforte, a differenza della Fed americana e di tanti altri istituti di emissione, ha come unico obiettivo il controllo dell’inflazione. Concetto che, declinato nella prassi condivisa da tutti i banchieri centrali, inclusi quelli tedeschi, equivale a un obiettivo di crescita dei prezzi, nel medio termine, vicino ma inferiore al 2%. Tale mitico e imperscrutabile traguardo, apparentemente irraggiungibile, continua a essere citato dal Governatore, che lo utilizza come alibi e clava per abbattere critiche e osservazioni provenienti da ogni dove, ma in particolare dai sacerdoti dell’ortodossia monetaria teutonica. Va osservato che tale obiettivo è ben lontano dall’essere raggiunto perché è asimmetrico, cioè pensato e imposto in epoche caratterizzate dalla paranoia dell’inflazione, non dal rischio deflazione. Ne consegue che se è relativamente facile (ma in passato anche la Bundesbank ha spesso fatto cilecca) ridurre l’inflazione, quando è troppo alta, con rialzi dei tassi d’interesse, è molto più difficile alzare il livello dei prezzi contrastando i venti avversi della globalizzazione alimentati anche dal calo delle materie prime, ovvero da forze esogene fuori dal controllo delle autorità monetarie. E ciò è tanto più vero quanto più i tassi sono già a zero o perfino negativi, come accade da tempo non solo in Europa ma anche in Giappone e altrove. Ma allora, viene da chiedersi, le politiche in atto sono inutili o perfino dannose? Draghi, rispondendo indirettamente ai critici, ha ribadito che le analisi controfattuali, cioè quelle che ipotizzano il “cosa sarebbe successo se avessimo lasciato inalterate le politiche in essere due anni fa”, dimostrerebbero che l’inflazione corrente e attesa sarebbe ancora più lontana dall’obiettivo, cioè più bassa di almeno uno 0,5% se nulla si fosse fatto. Inoltre ha precisato che l’attuale livello dei tassi è cosi basso proprio perché c’è deflazione, escludendo così il rapporto causale inverso, sostenuto da alcuni, che vedrebbe proprio il livello minimo dei tassi d’interesse reali e nominali come concausa del rafforzarsi delle aspettative deflattive. Insomma, se si vogliono tassi più alti per aiutare i risparmiatori tedeschi (e italiani, perché no) basta raggiungere un’inflazione maggiore. Tutto ciò è un distillato della scuola di pensiero neo-keynesiana oggi dominante anche all’interno delle principali Banche Centrali, con la rilevante eccezione della Bundesbank, ovviamente. Più che contro la Germania Draghi ha alzato un muro per fermare proprio le derive più estremiste del pensiero monetario e in particolare l’ipotesi che la BCE possa prendere in considerazione la creazione di moneta per finanziare direttamente le famiglie e/o gli investimenti in deficit del settore pubblico. È un eterodosso dibattito che va sviluppandosi, con particolare riferimento al Giappone (che ha oltre la metà del debito pubblico sui libri della banca centrale) e che si riassume con un efficace slogan coniato negli anni settanta dal famoso economista conservatore Milton Friedman “denaro buttato dagli elicotteri”, una efficace espressione per rappresentare la capacità, per qualsiasi banca centrale, di creare inflazione senza problemi ogni volta che ne abbia bisogno. Ma qui siamo alla blasfemia secondo lo statuto della BCE e Draghi, giustamente, glissa. In Europa solo la politica, invece di prendersela con la BCE, può cambiare le regole del gioco e riaprire i rubinetti fiscali. In Italia qualcuno da tempo ci sta provando. Vediamo se anche i socialdemocratici tedeschi, dopo un lungo sonno, si faranno sentire. 

Federal Reserve: una botta e via

Poche ore ormai ci separano dall’annuncio del primo rialzo dei tassi d’intervento da parte della Federal Reserve americana. I mercati stimano la probabilità dell’evento superiore al 75%. Si tratterà di un ritocchino dello 0,25% che sposterà il tetto dell’attuale “corridoio” dei Fed Funds dallo 0- 0,25% allo 0,25-0,50%. L’ipotesi contraria, pur possibile, è molto improbabile, malgrado le recenti giravolte finanziarie abbiano, una volta di più, sollevato inevitabili dubbi. E questo perché ne uscirebbe ulteriormente compromessa la credibilità dell’istituzione e di chi la guida, Janet Yellen, che di recente ha anticipato l’imminente rialzo dei tassi, a meno di sorprese negative sul fronte economico, che non sono e non potevano arrivare in un periodo così breve di tempo; pochi giorni che però sono bastati ai mercati per alzare di nuovo la pressione. L’aspetto della credibilità a rischio non è di poco conto perché nel corso dell’ultimo anno la Fed troppo spesso ha dato l’impressione di giungere divisa e indecisa alla meta, troppo condizionata dalle mattane dei mercati. Una improbabile ma non impossibile proroga dello status quo sarebbe, a questo punto, presa molto male dai signori dei listini. D’altra parte anche il rialzo seguito da dietrofront tra qualche mese, sperimentato di recente da diverse banche centrali, rappresenterebbe un colpo terribile per la credibilità dell’istituzione1 . Da evitare quindi a tutti i costi. Si tratta di una decisione storica. In primo luogo perché pone simbolicamente un punto fermo, certifica la sepoltura delle politiche “non convenzionali”, della gestione straordinaria. Azioni adottate dapprima alla disperata, per contenere la grande crisi finanziaria e in seguito mantenute a lungo, per mitigarne le conseguenze deflattive. L’ultimo rialzo dei tassi deciso dalla Federal Reserve - all’epoca regnava ancora incontrastato un inconsapevole Alan Greenspan - risale al 2006, in piena bolla immobiliare (si veda il grafico in basso).Seguì la drammatica stagione autunno-inverno a cavallo del 2009, con il fallimento di Lehman, gli interventi pubblici di salvataggio del sistema bancario, la ZIRP (zero interest rates policy), l’acquisto di titoli sul mercato, in tre ondate successive, terminato nell’ottobre del 2014 (il Quantitative Easing). Infine la lunga, tormentata attesa della prima mossa di discontinuità, quindici mesi di blabla, un periodo infinito per i mercati, che ha stremato un po’ tutti. Decisione controversa. Si tratta comunque di una decisione, ancora oggi, estremamente controversa, per molti inutile, per altri dannosa. Il vociferante schieramento degli economisti liberal neo-keynesiani, da Paul Krugman a Larry Summers, considera che i rischi potenziali possano superare i presunti vantaggi2 . Questione di punti di vista, ovviamente, mancando in economia la controprova fattuale. Certo, difficile negare molte delle loro tesi. Se è vero che per l’economia Usa il bicchiere può essere ottimisticamente considerato mezzo pieno, la congiuntura internazionale, nella quale oggi la Cina ha un peso determinante, mantiene intatto un potenziale deflazionistico non indifferente. Le dinamiche dell’economia Usa. Sul fronte domestico, il mercato del lavoro è vicino alla piena occupazione e negli ultimi anni la crescita economica è stata decente, ma nulla di più. Anzi, lestime a breve della Fed di Atlanta (si veda il grafico in alto), indicano una crescita del PIL nel quarto trimestre nell’intorno di un modesto 1,5%. Nel frattempo il dollaro forte rallenta la produzione industriale, indebolisce margini e utili aziendali. Il crollo del prezzo del petrolio, inoltre, ha messo in ginocchio il settore energetico e quello finanziario ad esso legato, con evidenti ricadute negative per il clima congiunturale. Guardando all’inflazione, uno dei due obiettivi della Fed, l’indice al netto dell’impatto dei prodotti alimentari ed energetici, meno variabile, viaggia a novembre alla velocità del 2% annuo, in linea con gli obiettivi della banca centrale. Viceversa, l’indicatore complessivo cresce dello 0,5% su base annua. Anche per i salari il tasso di crescita annuale è tutt’altro che preoccupante, nell’intorno del 2%. D’altra parte perché preoccuparsi considerando che, al netto dell’inflazione, il reddito reale del ceto medio americano, che rischia l’estinzione, è stagnante dall’inizio degli anni settanta? In definitiva la Fed potrebbe restare inattiva senza scandalizzare nessuno. Il fronte internazionale. Se si allarga lo sguardo all’andamento dell’economia globale, sembrano rafforzarsi i venti della deflazione, alimentati dalla transizione dell’economia cinese da un modello di sviluppo basato sugli investimenti ad alta intensità di utilizzo di capitale e materie prime a un’economia di servizi e consumi. Fenomeno alla lunga positivo ma che per ora determina un visibile calo del tasso di crescita del commercio internazionale. La Cina importa di meno e a prezzi molto più bassi, inevitabilmente danneggiando i partner commerciali. È una spirale che si autoalimenta, gonfiata anche dai flussi di portafoglio, cioè dai movimenti del capitale finanziario. Il consistente eccesso di capacità produttiva accumulato dalle grandi compagnie minerarie internazionali e le enormi scorte di materie prime e semilavorati che la stessa Cina deve smaltire, verranno rimosse dal mercato molto lentamente. Il processo di riaggiustamento, che determina anche l’assorbimento delle riserve valutarie accumulate dalla Cina e dai paesi emergenti negli ultimi 15 anni, accompagnato dal ritorno verso l’occidente dei capitali finanziari degli investitori, favorisce l’indebolimento delle valute emergenti e l’impennata degli spread creditizi. Il forte aumento dell’indebitamento in dollari3 , che ha caratterizzato le economie in via di sviluppo negli ultimi anni, ingigantisce il rischio di fallimenti seriali soprattutto nel settore energetico. È un quadro di fragilità finanziaria potenziale che determina un’oggettiva condizione di restrizione finanziaria globale e che già nello scorso mese di settembre aveva indotto la Federal Reserve a non dare corso all’atteso rialzo dei tassi. Durante le ultime settimane il quadro è di nuovo peggiorato. I prezzi delle materie prime e del petrolio hanno toccato nuovi minimi, i rendimenti richiesti sui junk bond statunitensi hanno superato il 9%, il 12-13% nel segmento petrolifero, il 19% nel comparto con rating tripla C, il più basso prima del default. Le borse sono tornate in prossimità dei minimi dello scorso agosto. Anche la valutazione dello scenario globale, quindi, potrebbe giustificare l’inazione da parte della Federal Reserve. Una botta e via. Perché allora questo rialzo dei tassi? Per testimoniare simbolicamente l’uscita definitiva dalla grande crisi finanziaria. Per interrompere un’infinita attesa che oramai è un ulteriore elemento di nevrosi per i gestori dei patrimoni globali, ormai sull’orlo di una crisi di nervi. Janet Yellen userà i codici della rassicurazione, affermerà che il ciclo di rialzo seguirà un percorso molto graduale, coerente con una stabilizzazione dell’economia per ora visibile quasi solo negli Stati Uniti. Il livello “naturale” dei tassi d’interesse rimarrà quindi nettamente inferiore a quello dei cicli precedenti. Lo spettro da evitare è quello di una reazione incontrollata dei mercati finanziari, ormai in grado di condizionare fin troppo con effetti di retroazione le dinamiche economiche. Se lasciassimo la parola ai falchi della Bundesbank o agli economisti della Banca dei Regolamenti Internazionali, gli ultimi difensori dell’ortodossia monetaria, la necessità di normalizzare la politica monetaria sarebbe spiegata con parole molto diverse. Da una parte si enfatizzerebbero il potenziale di rischio sistemico che deriva dalla continua creazione di liquidità internazionale4 . Fattore sempre più preoccupante in prospettiva, con la globalizzazione che sta cambiando pelle e il forte rallentamento delle economie asiatiche. Dall’altra si metterebbe in discussione la stessa efficacia delle politiche di creazione della moneta. Le vicende dell’ultimo anno potrebbero suggerire che l’ora della dominanza della politica monetaria sta lentamente tramontando. L’economia globale è condizionata da forze che sono sempre più lontane dalla possibilità di controllo delle banche centrali occidentali. Nell’ambito finanziario, gli operatori reagiscono in modo sempre meno prevedibile alla decisioni o indecisioni delle Autorità Monetarie. La risposta a ulteriori stimoli monetari (vedi BCE) è sempre meno univoca. Basta osservare la strana somiglianza tra le dinamiche dei mercati del dicembre 2014 e quelle di questi giorni. È trascorso un anno e molto poco sembra essere cambiato: ora come allora valute emergenti e materie prime sono su nuovi minimi. Anche i mercati azionari sono più o meno agli stessi livelli, esclusi ovviamente quelli emergenti. Seguirà il solito effetto stagionale positivo fino in primavera? L’importante è non lasciarsi prendere dai nervi, al netto di tutte queste componenti.

Il d-day della Federal Reserve

Non sono le conseguenze economiche dirette di un eventuale e probabilmente inutile rialzo dei tassi a spaventare, quanto piuttosto quelle indirette provocate dall’ossessione di ingabbiare mercati finanziari che ormai sono troppo ingombranti.

Alzare o non alzare, questo è il dilemma. Ma cosa? I tassi americani, ovviamente. Da settimane non si parla d’altro. Una vera ossessione, ennesima prova di quanto nell’immaginario collettivo ai tecnocrati della moneta siano ormai delegate le sorti dell’economia globale. Sono favole o, almeno, grosse esagerazioni. Anche perché a ridosso del D-Day del Federal Open Market Committee nessuno ha la più pallida idea di quanto sia utile o meno riavviare un ciclo di rialzo dei tassi americani. Mai, nel corso della storia, la decisione di alzare o meno i tassi d’interesse da parte della Federal Reserve americana è stata tanto attesa, evocata, preparata in ogni minimo dettaglio. E mai, peraltro, una scelta relativamente semplice e di portata intrinsecamente modesta, prima ancora di essere assunta, ha determinato conseguenze di così vasta portata a livello globale. Tali, forse, da rendere inutile la decisione stessa. Che si tratti di un momento eccezionale è fuori di dubbio. L’ultimo avvio di una fase rialzista dei tassi americani risale al lontano 2004; lo stregone dell’epoca era il mitico Alan Greenspan, ai tempi considerato un semidio ma oggi rimpianto da pochi. Il ciclo è durato due anni, con l’ultimo ritocco verso l’alto, a quota 5,5%, che risale al 2006. Poi è arrivata la grande crisi dei subprime, con le conclamate responsabilità della finanza globalizzata e dei suoi distratti controllori. Da allora i banchieri centrali le hanno provate tutte per salvarsi l’anima, con risultati non proprio convincenti. Prima i tassi sono stati azzerati, poi si è passati all’immissione diretta di moneta nei circuiti finanziari attraverso l’acquisto di titoli (il quantitative easing). Oggi, mentre c’è perfino chi chiede alla BCE di regalare 5.000 euro a tutti i cittadini europei1 , per la Federal Reserve è arrivata l’ora delle storiche (in)decisioni. Che si tratti di una scelta necessaria è controverso. Vanno valutate le conseguenze dirette sull’economia americana e i riflessi su quella globale e, soprattutto quelle indirette, le ricadute e gli effetti di retroazione, derivanti dalle derive dei mercati finanziari. Mentre le prime sono relativamente prevedibili, le seconde rimangono incontrollabili. Le conseguenze dirette sull’economia reale. Considerato che il dollaro è la moneta di riserva internazionale, le decisioni della Federal Reserve sono assunte sia sulla base dell’andamento dell’economia domestica, sia dell’evoluzione dello scenario globale. Sul fronte interno crescita e inflazione non richiedono l’avvio di un ciclo rialzista dei tassi d’interesse. Dal 2009 il PIL statunitense aumenta in media del 2,2% annuo, un risultato apprezzabile, ma non certo esplosivo.È vero che la disoccupazione è tornata sui minimi storici (cfr. grafico a fianco) e che il settore privato negli ultimi sei mesi ha creato oltre 13 milioni di posti di lavoro, ma la dinamica dei salari rimane modesta e il bacino dei sotto-occupati ancora ampio. L’inflazione “cattiva”, che dipende soprattutto dalle pressioni salariali, non si vede all’orizzonte. A livello globale il quadro è decisamente più cupo: continuano a spirare i venti della deflazione. La Cina sta attraversando una complessa fase di transizione, la domanda dei paesi emergenti da tempo rallenta, il commercio internazionale è in frenata. Le materie prime crollano. La valuta americana è già troppo forte per un mondo dove il debito privato, largamente in dollari, ha continuato a crescere grazie proprio alle politiche monetarie non convenzionali utilizzate per liberarsi dai lacci mortiferi della grande crisi finanziaria. Guardando allo scenario complessivo, la Fed avrebbe ancora meno motivi per alzare i tassi d’interesse. D’altra parte è difficile credere che un possibile aumento dello 0,25% dei tassi monetari in dollari possa mandare il mondo in ginocchio, come molti temono o, viceversa, possa raffreddare in anticipo futuribili bollori inflazionistici. In definitiva, qualsiasi sarà la decisione della Fed, Janet Yellen avrà cura di precisare che non siamo di fronte a un ciclo duraturo e intenso di rialzo dei tassi, ma solo all’inizio di un processo di lenta e prudente normalizzazione della politica monetaria. Ne consegue che, come spesso accade, i mercati reagiranno più in relazione alla “narrativa” che ascolteranno, piuttosto che al tipo di decisione assunta. Le conseguenze che derivano dai mercati. Il vero nodo da sciogliere, per i policy makers americani, riguarda gli effetti di travaso sull’economia reale veicolati tramite i mercati finanziari. Qui siamo nel regno dell’imponderabile. Secondo vari commentatori avrebbe senso iniziare un processo di normalizzazione della politica monetaria soprattutto per limitare i rischi di instabilità finanziaria che aumenterebbero in parallelo alla crescita dimensionale e di complessità dell’ecosistema finanziario. Si considera eccessivo e incontrollabile il flusso dei capitali che gira senza freni per il globo, la cui forza d’urto sarebbe in grado di determinare le sorti delle economie. Si rafforza una apparente deriva dei mercati verso prezzi sempre più lontani per troppo tempo da valori ragionevoli sotto il profilo dei “fondamentali” (al rialzo o al ribasso) per poi, improvvisamente capottarsi con forza incontrollata. Per altri, utilizzare lo strumento dei tassi d’interesse per contenere i rischi sistemici sarebbe improprio e controproducente. I tentativi del passato spesso non sono andati a buon fine. D’altra parte, anche se seguisse questa logica, la Federal Reserve dovrebbe affrontare un dilemma non da poco: su un fronte c’è il rischio che mercati da tempo drogati dalla crescita della moneta possano generare bolle il cui eventuale sgonfiamento potrebbe portare a una nuova deriva deflazionistica da eccesso di debito2 ; e qui servirebbe l’olio di ricino della restrizione monetaria. Sull’altro, se si volge l’attenzione verso l’est e il sud del pianeta, si potrebbe sostenere che il rialzo dei tassi è inutile o dannoso, proprio perché prima ancora di essere realizzato i suoi potenziali effetti sono già stati scontati, anzi amplificati, dall’andamento del dollaro, delle materie prime,delle valute e delle borse dei mercati emergenti3 . Ne conseguirebbe che il rallentamento del commercio internazionale è stato almeno in parte una derivata del contagio da mercati finanziari e dei flussi dei capitali internazionali in fuga dai paesi meno sviluppati perché da almeno un biennio stanno anticipando l’“inevitabile” restrizione della politica monetaria americana. Uno spettacolare fenomeno di riflessività nel quale le conseguenze generate dall’aspettativa di un evento rendono l’evento stesso sostanzialmente inutile4 . È sulla base di queste valutazioni che autorevoli rappresentanti del Fondo Monetario Internazionale e della World Bank 5 , le due istituzioni create a Bretton Woods come guardiane della stabilità economica globale, di recente hanno “implorato” la Federal Reserve di rinviare, implicitamente sine die, l’attesissimo rialzo dei tassi per evitare ulteriori shock e l’intensificarsi della fuga dei “capitali deboli”. Corre l’obbligo di segnalare, a ulteriore conferma dell’assenza di opinioni condivise, che diversi banchieri centrali di paesi emergenti sostengono viceversa la necessità del rialzo dei tassi d’interesse USA, da realizzarsi nel più breve tempo possibile. Il motivo: stabilizzare finalmente le aspettative dei mercati, lanciare un segnale di fiducia, gridare al mondo che la grande crisi è finalmente giunta al termine. Arrogante profezia finale. A costo di correre il rischio di sbagliarle tutte, una volta tanto, chiudiamo con un esercizio profetico, soggetto a immediata smentita dalle prossime ventiquattro ore. Abbiamo descritto finora una situazione paradossale, un gioco di specchi che confonde troppo spesso le cause con gli effetti. Finiamo in bellezza evocando una Federal Reserve che fa la mossa (economicamente) sbagliata (alza i tassi) per le motivazioni giuste (ridurre il leverage e la speculazione sui mercati) ottenendo risultati non voluti (torna l’euforia) ma utili (aiuto indiretto ai paesi emergenti). La Fed alzerà i tassi d’interesse e lo farà proprio per segnalare che si ritorna con moderazione ma determinazione verso la normalità. La reazione immediata dei mercati sarà negativa ma, in breve, ci si accorgerà che tutte le munizioni sono state sparate e che c’è rimasto poco da vendere. Le materie prime e i mercati emergenti rimbalzeranno, il dollaro invece di rafforzarsi ulteriormente si indebolirà. L’incertezza che grava da tempo sulle mosse della Fed sarà finalmente tolta dal campo e il bel tempo tornerà anche sulle borse occidentali. Se viceversa, come sembra più probabile oggi, Janet Yellen ancora una volta farà la parte della colomba, dubito che la possibile positiva reazione dei signori della finanza possa durare a lungo. E ora, lapidatemi.

Allucinazioni collettive

“A ogni crollo delle borse…bisognerebbe domandarsi quanto le borse avevano guadagnato prima, giorno dopo giorno. La differenza è che il “meno” è traumatico, veloce e viene urlato nei titoli di giornale: bruciati migliaia di miliardi. Il “più”, invece, era stato progressivo e silenzioso. Sempre migliaia di miliardi, però annunciati da nessuna fanfara”. Michele Serra, La Repubblica, 25 agosto 2015.

Il commento più sobrio. Ad ogni capitombolo di qualche mercato in giro per il mondo, si “bruciano” decine o centinaia di miliardi di “capitalizzazione” (valore delle azioni). L’ultimo spurgo di qualche giorno fa avrebbe incenerito cinque trilioni (cinquemila miliardi) di dollari di “valore”, poco più del PIL giapponese, metà di quello cinese. Miracolosamente risorto dalle ceneri, come l’araba fenice, nelle 48 ore successive. In verità i mercati sono gli improbabili interpreti della teoria della relatività (nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma). Almeno fino al momento in cui guadagni o perdite si cristallizzano, con la chiusura delle posizioni in essere. Basta non vendere, soprattutto nel momento sbagliato, per evitare le peggiori “bruciature”. I mercati sono anche il regno del relativismo. Quando si parla di economia o finanza il terreno diventa scivoloso. Siamo lontanissimi dalle scienze “esatte” e perfino - almeno per quanto riguarda la giostra dei prezzi finanziari - da universi valutabili con il calcolo delle probabilità. Camminiamo nelle sabbie mobili dell’ignoto (il futuro) e della manipolazione statistica (il passato). Gli esperti di mercato sono specialisti in materia. Producono migliaia di statistiche quotidiane che lanciano sui media, analizzando i fenomeni più improbabili e irrilevanti, amplificandoli a dismisura. Il tutto per condizionare un pubblico che è sempre più lontano dall’intervento diretto sui mercati ma alimenta con il proprio risparmio gli intermediari che gestiscono i soldi degli altri. I veri utilizzatori finali delle tanto incensate politiche non convenzionali delle Banche Centrali. Anche per questo i mercati finanziari non vanno presi troppo sul serio.

Allucinazioni collettive

Un paio di giorni ad alta tensione, a cavallo del week end del 23 agosto sono bastati per scatenare le reazioni pavloviane di squadroni di economisti e presunti esperti prontamente chiamati a raccolta dai media per pontificare sul dramma finanziario di giornata. Con toni inevitabilmente catastrofici. Improvvisamente l’economia cinese, le cui complesse dinamiche rimangono peraltro oscure e incomprensibili anche agli insiders, è diventata lo spauracchio globale. Due giorni di vendite sui mercati sono stati considerati la prova provata della “peggiore crisi degli ultimi trenta anni”. Una vera e propria allucinazione collettiva alimentata ad arte dai media, ma figlia di una lettura naif del rapporto tra le dinamiche finanziarie e reali e di una scarsa comprensione delle modalità di funzionamento della finanza “postmoderna”, quella seguente alla grande crisi finanziaria del 2008. Il tutto favorito dall’ingiustificata enfasi sulla presunta centralità dei mercati finanziari, diventati l’idolo di cui si implora la benevolenza, di cui non va scatenato il furore distruttivo. Un mito alimentato dal comportamento delle banche centrali e da molti interessati esperti. Insomma la finanza intesa come Viagra del ciclo economico, stimolo per eccitare gli spiriti animali degli imprenditori o il livello di confidenza dei consumatori3. Tutte mezze verità, singolarmente difficili da smentire o provare, che si elevano al ruolo di colossale panzana se raccolte in immaginifica narrazione. Sempre autorevoli commentatori, viceversa, considerano l’ipertrofia e l’autoreferenzialità dell’ecosistema finanziario una delle concause della debolezza dell’economia reale.

Mercati “no limits”

In definitiva le divagazioni estive dei mercati azionari americani ed europei hanno avuto poco a che fare con le recenti dinamiche economiche della Cina e men che meno vanno considerate un indicatore delle prospettive future del grande paese asiatico e dell’economia mondiale. Sono probabilmente una reazione tecnica e violenta, fin troppo tardiva ma in definitiva fisiologica, a dinamiche economiche note da tempo e troppo a lungo rimosse. Sono “affari interni” dell’ecosistema finanziario, sempre più manipolato dai banchieri centrali. Quanto successo all’apertura della borsa americana lo scorso 24 agosto, con decine di azioni di primarie società sprofondate per qualche decina di secondi su livelli del 20-30% inferiori alla chiusura precedente, somiglia ad altri sempre più frequenti episodi degli ultimi anni, determinati probabilmente dall’attività di operatori che lavorano con modelli di trading computerizzato basati su algoritmi che sfruttano le minime differenze di prezzo in tempi misurabili in nanosecondi.5 I violenti rimbalzi dei giorni successivi sono stati causati dai soliti tempestivi interventi, con fatti e parole, dei banchieri centrali, ormai terrorizzati dal timore di perdere il controllo dei mercati finanziari globali. Probabilmente vanno ricondotti anche ai modelli comportamentali che caratterizzano l’ecosistema finanziario attuale. I mercati della contemporaneità non hanno nulla a che vedere con quelli di qualche decennio fa. Anche la finanza, parafrasando Zygmunt Bauman è diventata “liquida”, rimane un mistero perché oggetto di continua evoluzione, di perenne trasformazione e metamorfosi. Dopo Lehman il dominio dell’ecosistema finanziario è passato dalle banche ai grandi gestori di patrimoni per conto terzi. Sono quelli che amministrano i nostri soldi, ma soprattutto quelli dei milionari occidentali - sempre più ricchi - e orientali - sempre più numerosi. Si tratta un’industria che controlla 74.000 miliardi di dollari di attività, con profitti che hanno superato i 102 miliardi di dollari6 e che derivano dalle commissioni pagate dai clienti in percentuale dei patrimoni in gestione. Se i mercati salgono i profitti lievitano a prescindere dalle effettive capacità e i rischi di mercato sono comunque a carico dei clienti finali7. Il potere di condizionamento su Washington e Londra di questo complesso di interessi è tanto rilevante quanto opaco. Sono multinazionali che dispongono di infinite risorse da spendere in attività di promozione e di lobby hanno un “legittimo” interesse affinché i mercati, almeno quelli principali a partire da Wall Street, continuino a salire, possibilmente con moderazione e il più possibile in sintonia tra di loro. Ovviamente non sono in grado di anticipare o determinare le tendenze del ciclo economico o dei mercati ma possono condizionarli, limitarli o accelerarli. Non è un caso che l’andamento delle quotazioni sia sempre più stagionale, probabilmente influenzato dalle politiche di massimizzazione e protezione dei profitti annuali di questi colossi finanziari. E che i grafici dei mercati azionari di Wall Street e Londra ormai somiglino sempre più a una linea orizzontale crescente con interruzioni brevissime e sempre più rare. Non è nell’interesse di questi intermediari che si possa consolidare un mercato “orso” tradizionale, come quelli dei bei tempi andati, che duri almeno sei mesi e porti ad un calo di almeno il venti per cento. È proprio vero che i mercati, come le stagioni, non sono più quelli di una volta.

Conclusioni

Tutto ciò non significa che il rallentamento dell’economia cinese, da tempo visibile e da ultimo ratificato con la prima, ma non ultima, svalutazione dello yuan, sia irrilevante e, in prospettiva, piuttosto preoccupante per il futuro dell’economia globale.8 D’altra parte, se i mercati finanziari spesso non sono un barometro affidabile, non sono neppure ciechi: da tempo il continuo calo delle materie prime e la continua erosione del valore delle valute emergenti segnalano il rafforzamento di una congiuntura deflazionistica globale, confermata dai recenti dati sul calo del commercio internazionale. Il punto è che eccessi di improvvisa apparente follia non sono la stella polare per individuare le giuste rotte nei meandri dell’economia e della finanza. Piuttosto, per il risparmiatore accorto, il più delle volte rappresentano buone occasioni d’investimento.

Una faccia una razza

Indecisione, tergiversazione e procrastinazione sono oggi i nomi del gioco. Al più i governi sono in grado di prendere quelle che chiamo “risoluzioni”, accordi ad interim che fin dall’inizio non sono convincenti e non vengono pensati per durare nel tempo, ma che nel migliore dei casi si spera/prega che sopravvivano fino alla successiva riunione del Consiglio Europeo o, di fatto, fino alla successiva apertura delle borse”. Zygmund Bauman.

Timori e speranze, frustrazione e umiliazione, rassegnazione e rabbia, ipocrisia e spregiudicatezza, tanti dubbi, poche certezze e pochissime verità. Chi ha saccheggiato la Grecia, l’Europa delle banche o i satrapi del settore pubblico di Atene, in combutta con oligarchi e armatori? Nell’interminabile odissea della penisola ellenica c’è di tutto: dalla “teoria dei giochi” ai giochi con le teorie, dal dissenso conclamato alla convergenza degli opposti estremismi. Per fortuna, comunque sia, manchino poche ore o qualche giorno, tra poco sapremo se un modesto e sospirato compromesso al ribasso sarà raggiunto tra il Governo greco e le “forze del male”, l’ormai innominabile Troika. Gli allegri menefreghisti che popolano i mercati finanziari festeggiano. Gli altri, in particolare chi guida il nostro Paese, faranno bene a meditare almeno su due aspetti non secondari. Il primo: la Grecia è un caso emblematico, la prova provata che l’Europa, così com’è, non funziona. Il secondo: guardate alla Grecia e pensate all’Italia, con la “linea della palma” che continua a salire.

Un debole compromesso

Se intesa sarà, come oggi sembra, non si tratterà di quell’ accordo “forte” evocato da Mario Draghi, un patto alto e nobile1 che “tutto tiene”, dalla crescita economica all’equità sociale, dalla virtù finanziaria all’implementazione credibile ed efficace. Sarà piuttosto l’ennesimo “calcio in avanti alla lattina” come dicono gli anglosassoni, in attesa che un elettorato pentito e deluso travolga Syriza e si riproponga, tra qualche trimestre, l’ineludibile necessità: una tombale ristrutturazione del debito ellenico, da realizzarsi con o senza il corollario dell’abbandono dell’euro, lo scenario da incubo che tutti vorrebbero evitare. E così, alla fine, saranno indirettamente i cittadini europei a pagare il conto lasciato aperto dalle banche tedesche e francesi spensierate finanziatici di oligarchi e predoni del bene pubblico ellenico. Perché questa è la sintesi, semplicistica fin che si voglia, che meglio rappresenta la doppia verità sui colpevoli di questa tragedia: appartengono a entrambi gli schieramenti, a dispetto delle faziose pretese dei culturisti del rigore e dei populisti delle convergenti estreme di destra e sinistra.L’Europa ha sbagliato tutto. Punto. Solo su questo c’è convergenza di vedute. Non solo negli ultimi tormentati anni di grave crisi, con i due finti salvataggi del 2010 e del 2012. Fin dall’inizio, accettando che la Grecia entrasse a far parte dell’Unione Monetaria nel 2002 priva dei necessari requisiti e successivamente permettendo agli oligarchi ellenici di mungere la mucca europea senza pagare dazio, perfino con un grottesco taroccamento dei conti pubblici2 . Su tutto il resto si discute. Per Joseph Stiglitz e tanti altri “il problema dell’Eurozona è la Germania, non la Grecia”. Anche l’immaginifico antiglobalista Senatore Giulio Tremonti la pensa in modo identico: “Il problema non è che la Grecia è entrata in Europa. Il problema è che l’Europa è entrata in Grecia. Per la Grecia la crisi non è infatti venuta dal lato del suo — pur truccato — bilancio pubblico, ma dal lato della finanza privata europea”. Neo-keynesiani e populisti condividono anche l’opinione che la Grecia sia stata strangolata dai piani di salvataggio europei, che invero avrebbero aiutato solo le banche tedesche e francesi3 . Infine, è ormai condiviso ovunque tranne che in Germania, che le politiche di restrizione fiscale per contenere il debito in periodi di recessione sono controproducenti e dannose. Perfino il Fondo Monetario ha dovuto riconoscerlo. Ormai si tratta di prassi discreditate. Su questo punto serve però una precisazione: l’affermazione è semplicemente falsa. Non è vero che le politiche di rientro finanziario, se abbinate a riforme strutturali, falliscano sempre. Dipende. Alcuni dei Paesi sottoposti al programma formale di salvataggio, come Irlanda e Portogallo, o di aiuti al sistema bancario, come la Spagna, pur avendo tutti adottato le prescrizioni della Troika, hanno ottenuto risultati molto diversi tra di loro e, soprattutto, molto migliori di quelli della penisola ellenica4 . Ma il punto non è tanto quello di sindacare se le politiche di stampo neo-liberista siano sbagliate e controproducenti in assoluto o se, viceversa, funzionino solo in circostanze date e in Paesi con una sufficiente affinità culturale all’economia di mercato. Il punto è politico, prima che economico e ha a che fare con l’Europa per quello che è diventata.

La pistola fumante

La Grecia è il paradigma dell’avvizzimento dell’ideale europeo, la pistola fumante che testimonia la necessità dell’inversione di rotta. Questa Europa delle sovranità nazionali limitate ma non sepolte, che sopravvive sotto l’egemonia economica, politica e perfino culturale della Germania e dei suoi alleati del nord, è incompatibile con lo standard di normalità che si associa al modello di democrazia occidentale, avendo peraltro mutuato e amplificato limiti e difetti dei moderni Stati nazione. In Grecia, luogo originario della moderna democrazia, Syriza, un misto di magmatico radicalismo e nazionalismo euroscettico, che disprezza e ripudia i principi del libero mercato, ha vinto le ultime elezioni politiche. Giusto o sbagliato che sia, non si vede perché un movimento votato dalla maggioranza dei cittadini sulla base di un programma diametralmente opposto ai consolidati ma sempre discutibili principi del liberismo rigorista o dell’economia sociale di mercato debba accettare un insieme di riforme fortemente avversate dalla maggioranza dei cittadini. A maggior ragione considerando i fallimenti pregressi dei due precedenti “salvataggi”. C’è però un problema. I pronipoti dei padri della filosofia moderna hanno detto basta all’austerità ma hanno votato a favore della permanenza nell’Eurozona. E questo non va bene. Un’area economica e monetaria (nulla di più verrebbe da dire) ha delle regole. Certamente deliranti, ma le ha. Come ha di recente osservato l’ex membro della BCE Lorenzo Bini Smaghi: “In Grecia ha vinto le elezioni un partito populista che ha fatto promesse irrealistiche, che non è in grado di finanziare se non con i soldi degli altri Paesi, che hanno anche loro le loro democrazie. La democrazia nazionale è come la libertà: incontra il suo limite quando rimette in gioco quella degli altri”. È stato spesso osservato che tutte le decisioni economiche sono politiche. L’Europa deve ridefinire il limite tra sovranità a livello federale e sovranità nazionale, laddove la seconda è già sufficientemente indebolita dalle forze della globalizzazione.5 La sfida che anche gli europeisti più convinti si pongono, a prescindere dall’esito della vicenda greca, è quella di salvare l’Eurozona, che così com’è, oggi è insostenibile. “Dobbiamo scegliere se imparare dai nostri errori oppure seguire la strada della Grecia verso l’indipendenza monetaria”, sostiene Wolfgang Munchau, il commentatore del Financial Times, pessimista cronico con un record di previsioni sbagliate invidiabile, il quale vorrebbe “più Europa”, un’unione bancaria vera, il federalismo fiscale integrale e obiettivi da raggiungere con un impossibile cambio dei trattati. Per altri6 servirebbe viceversa un accordo confederale molto più leggero, che metta in comune pochissime funzioni basilari e un po’ di debito, lasciando tutto il resto ai singoli stati. Né la prima né la seconda strada, entrambe in definitiva eccessivamente ambiziose, sembrano il percorso previsto nel rapporto sul futuro della zona Euro che verrà discusso dai capi di Stato e di governo dell'Unione alla fine di questa settimana. Un documento che prevede sì più Europa, ma solo del tipo che sempre di più sembra essere rifiutato dai nauseati cittadini europei. Ed è proprio il disincanto sulle prospettive europee che induce non pochi osservatori a preferire la linea molto rischiosa della rottura dei negoziati. Meglio la prova epocale, piuttosto che una lenta agonia con le regole attuali. D’altra parte rimarrebbe insoddisfatta anche la curiosità intellettuale di verificare, dal vivo, quello che accadrebbe all’Europa e alla Grecia con la falsificazione dell’ipotesi dell’irrevocabilità dell’euro. Solo un evento traumatico, si pensa, può cambiare (si spera in meglio) i destini di un progetto europeo non solo sbagliato ma sempre più pericoloso. La Grecia, che rimarrebbe caso esemplare per tutti gli altri candidati all’eventuale diaspora, avrebbe davanti a sé un itinerario zeppo di spericolati passaggi nel vuoto, dal blocco dei pochi capitali rimanenti, al fallimento del sistema bancario, all’Euro-Dracma, alla svalutazione e parallela inflazione e così via. Una via crucis, alla fine della quale il Paese si troverebbe probabilmente messo ancor peggio. Anche se, dietro il velo delle analisi macroeconomiche che tutto mediano e appiattiscono, si nascondono interessi molto corposi e spesso opachi di corporazioni, categorie protette, oligarchi, corrotti e corruttori, cronici evasori fiscali e così via che dal caos potrebbero trarre grande ulteriore giovamento. Non tutti la pensano così. Tra le stelle del pensiero economico liberal (Paul Krugman) c’è perfino chi crede che i difensori dell’Euro dovrebbero temere soprattutto “…ciò che accadrà una volta che la Grecia avrà iniziato a riprendersi e sarà diventata il modello da seguire per le forze anti-establishment di tutto il continente”. Qualcuno, oltreoceano, sembra ancora credere alle favole o, più banalmente, non ha idea di quello che succede per davvero nei Paesi mediterranei, là dove l’Europa continentale è finita da un pezzo.

Povera Grecia

Martin Wolf, primo commentatore economico del Financial Times, sintetizza con pochi numeri l’agonia dell’economia ellenica, che pesa non più del 2% del PIL delle nazioni che partecipano all’Unione Monetaria. Negli ultimi anni il prodotto interno lordo è crollato, dal picco al minimo, di circa il 27%, la spesa interna di oltre un terzo; gli occupati della pubblica amministrazione sono diminuiti del 28%, ma il tasso di disoccupazione è ancora al 28%. Nel frattempo il rapporto tra deficit pubblico e PIL è migliorato del 20%, ma quello tra debito e PIL, che viaggia sul 180%, è peggiorato del 35%, grazie al crollo dei redditi. Un quadro drammatico, che avrebbe potuto essere limitato con politiche macroeconomiche meno aggressive e un vero taglio del debito già dal 2010. Ciò detto bisogna anche parlarsi chiaro. La deflazione interna per la Grecia, in una certa misura, era comunque inevitabile. Osserva il già citato Bini Smaghi: “I salari greci sono scesi del 30%, è vero. Tra l'altro l'hanno fatto negli ultimi cinque anni e non da quando Syriza è al potere. Ma erano cresciuti del 70% dal 2000 al 2009. Il calo degli ultimi anni non ha fatto altro che riallineare la Grecia alla media degli incrementi europei dall'inizio della moneta unica”. Per gli economisti del Fondo monetario “In Grecia non è possibile raggiungere gli obiettivi di bilancio di medio termine senza una riforma delle pensioni. E tutti riconoscono che lo schema pensionistico greco è insostenibile. Il sistema pensionistico ellenico riceve trasferimenti annui pari al 10 per cento del PIL dallo Stato, a fronte di una media europea del 2,5 per cento. La pensione media greca è allo stesso livello che in Germania, ma si va in pensione sei anni prima e il PIL pro capite è la metà di quello tedesco”. Il sistema è sperequato a favore dei redditi più alti e ancora consente ai dipendenti pubblici di ritirarsi dal lavoro prima dei 55 anni, con un costo di 1 miliardo e mezzo di euro l’anno, quasi un punto di PIL. Stessa musica sulla fiscalità. Per il Fondo “la politica di aumentare aliquote già alte non è sostenibile. Quindi è cruciale allargare il prelievo e fin dall'inizio l’FMI ha spinto per la riforma dell'IVA. La Grecia ha uno dei maggiori gap nell'UE su raccolta dell'IVA rispetto a quanto dovrebbe incassare”. Ma non c’è citazione più emblematica per capire cosa si nasconde dietro ai numeri, in termini di comportamenti collettivi, che citare alcuni passaggi di un lungo articolo del giornalista americano Michael Lewis (quello di Liar’s Poker e di tanti altri best seller sulla finanza a stelle e strisce) scritto nel 2010 per la rivista Vanity Fair: “Il Governo di Atene paga in media i dipendenti pubblici il triplo di quanto non faccia il settore privato… Le ferrovie pubbliche hanno incassi annuali per 100 milioni di euro con un costo del lavoro pari a 400 milioni e altre spese pari a 300. L’impiegato medio delle ferrovie guadagna 65.000 euro…il sistema scolastico greco è uno di quelli peggio classificati in Europa ma impiega quattro volte più insegnanti per studente del sistema scolastico meglio classificato, quello finlandese…l'età pensionabile per i lavoratori che svolgono mansioni usuranti è di 55 anni per gli uomini e 50 per le donne. Più di 600 professioni fanno parte di quelle classificate come usuranti, tra queste i parrucchieri, gli annunciatori radiofonici i camerieri musicisti e così via…l’evasione fiscale è rampante: si stima che più di due terzi dei medici dichiari un reddito inferiore ai 12.000 euro annui”. C’è da rimanere allibiti. Ma fino a un certo punto. Per il lettore italiano, infatti, si tratta di ordinaria amministrazione. La vera tragedia, trascurata dai più, è che l’aggiustamento macroeconomico ben poco ha inciso sui comportamenti collettivi e sulla strutturale arretratezza del Paese. Osserva un politicamente scorretto Francesco Giavazzi: “è ormai evidente che i greci non pensano che la loro società debba essere modernizzata e resa più efficiente. Sembrano non preoccuparsi di un sistema che per oltre quarant’anni, dagli anni 70 ad oggi, ha aumentato il numero degli occupati nel settore privato al ritmo dell’1% l’anno, mentre i dipendenti pubblici crescevano del 4% l’anno con un sistema di reclutamento fondato per lo più sulla raccomandazione politica…. E se i greci non vogliono modernizzarsi, inutile insistere: d’altronde hanno votato a gran maggioranza un governo che continua a essere popolare. Hanno scelto, spero consciamente, di rimanere un Paese con un reddito pro capite modesto… Spero che però nessuno ad Atene si illuda che fuori dall’euro, anche una volta cancellato il debito, inflazione e svalutazione possano essere un’alternativa a rendere l’economia più efficiente”. Non c’è da stupirsi che in tutte le classifiche internazionali il fanalino di coda, ultima dopo l’Italia, sia spesso la Grecia.

Una faccia una razza

Nel 2011 il PIL pro-capite del Nord Italia (dati Eurostat) era leggermente superiore a quello tedesco (33.150 euro per abitante). Nel 2013 era sceso a 32.600 euro, mentre quello della Germania era aumentato a 34.200. Se consideriamo i dati del Sud Italia (Mezzogiorno) il reddito pro-capite era pari a circa 17.200 euro nel 2013 verso i 16.500 della Grecia, che due anni prima viaggiava a quota 18.700 euro, avendo toccato un massimo di 21.600 euro nel 2008. Se consideriamo il tasso di disoccupazione, i valori del sud Italia sono analoghi a quelli della Grecia, forse leggermente inferiori ma poco cambia, considerando anche la diffusione del lavoro nero e della manovalanza malavitosa in entrambi i luoghi (ma forse da noi l’occupazione criminale è più alta…). L’Italia è mezza Germania e mezza Grecia. E la prima impressione è che la “linea della palma” continui a salire, contaminando e indebolendo anche quei luoghi in cui ormai il vecchio dinamismo progressivamente si va spegnendo. La “mezza Germania” ha tenuto a galla la “mezza Grecia”. Tutto il resto è ipocrisia. Non si tratta solo di una questione geografica, anche se in parte lo è. È una questione, prima di tutto culturale e di interessi. Quale cultura, quali interessi prevalgono? Quella della protezione o quella del duro lavoro? Quella della rendita o quella del profitto (certo equo e sostenibile…). In pochi riescono a leggere fino in fondo la realtà dei nostri vicini greci, ma scorrendo le osservazioni precedenti, quasi a ogni passo non si può fare a meno di assentire, perché i problemi sono gli stessi che ogni giorno dobbiamo affrontare in Italia. Quando si legge delle oligarchie onnipotenti, dell’inefficienza spettacolare del settore pubblico soprattutto nel Mezzogiorno7 , della scuola statale in declino, degli inattaccabili privilegi pensionistici, della incomprimibile evasione fiscale e così via. Leggi Grecia e ti scorrono sotto gli occhi certe situazioni ormai fin troppo note, vedi i privilegi della Regione Sicilia, il disastro della Campania e di Napoli, il sacco di Roma, ma anche l’ndrangheta a Milano. L’Italia si è salvata malgrado i vent’anni persi perché corporazioni e collettività protette, che assorbono e consumano molto di più di quanto non producano, sono state almeno parzialmente compensate da un sistema produttivo che, per quanto decimato nelle componenti meno efficienti, è ancora vitale e competitivo. La classe dirigente del Paese, a partire da quella politica e dal Presidente del Consiglio, hanno di che meditare sulla tragedia della Grecia, anche se seguirà un apparente lieto fine. La prima considerazione è che bisogna cambiare atteggiamento verso l’Europa. Difficile dire come, probabilmente conquistandosi col tempo maggiore credibilità, usando con meno moderazione l’arma del ricatto e, soprattutto, abbandonando le visioni pseudo romantiche che hanno caratterizzato finora le anime belle dei progressisti domestici. Anche per tagliare un po’ di erba sotto i piedi alla demagogia populista di tutte le razze, che, come si è visto in Grecia, hanno più che mai la possibilità di conquistare il potere. La seconda riguarda prevalentemente il Presidente del Consiglio e tutti coloro che credono che l’Italia debba continuare a giocare la partita con i tedeschi, non con la Grecia. Non è la partita della “modernità” ma è, banalmente, quella della dignità. Per farlo, Renzi deve tornare a correre; come da sempre era previsto, se rallenta è perduto. Le riforme, comunque sia e malgrado tutto, sono necessarie, almeno per far discutere, muovere, rivitalizzare un Paese troppo a lungo in catalessi. Sapendo che i suoi peggiori nemici, la Syriza italiana, sono i compagni di banco del suo partito, quelli che predicano bene ma razzolano male, sempre schierati a difesa di uno status quo i cui risultati, in termini di iniquità sociale e di crescita zero sono sotto gli occhi di tutti i vedenti.

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