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Istat: Stravolte le classi sociali, lavoro al Sud un dramma

Persiste il dualismo territoriale del Paese: nel Mezzogiorno sono più presenti gruppi sociali con profili meno agiati, al Centro-nord gruppi sociali a medio o alto reddito, anche se le famiglie a basso reddito con stranieri, per scelte lavorative e minori legami territoriali, risultano prevalentemente collocate nelle zone settentrionali del Paese. Lo scrive l'Istat nel suo Rapporto annuale. Anche all’interno di una classificazione non convenzionale delle famiglie si ritrova il dualismo territoriale tipico del nostro Paese. Nel Mezzogiorno sono maggiormente presenti gruppi sociali con profili più fragili e meno agiati, al Nord e, in misura minore, al Centro gruppi sociali a medio o alto reddito. Alcune differenze sono però significative, come quella relativa al gruppo delle famiglie a basso reddito con stranieri che, per scelte lavorative, risultano prevalentemente collocate nelle zone settentrionali del Paese. Le famiglie senza occupati o disoccupati, cioè in cerca di lavoro, sono pari in Italia al 13,9% nel 2016, una percentuale che si aggrava nel Mezzogiorno salendo al 22,2%. E' quanto si legge nel Rapporto annuale dell'Istat. Le famiglie che in cui l'unico occupato ha un lavoro atipico sono pari al 10,9%, percentuale che aumenta al 10,9% se si guada unicamente al Sud. I giovani blue-collar e le famiglie di impiegati sono formati esclusivamente da famiglie con almeno un occupato mentre nei gruppi delle pensioni d'argento e in quelli delle famiglie di operai in pensione prevalgono quelle con almeno un pensionato (rispettivamente 7 su 10 e 8 su 10). Tra le famiglie con almeno due componenti, quelle a basso reddito con stranieri, a basso reddito di soli italiani e dei giovani blue-collar sono più spesso caratterizzate dalla presenza di un unico occupato in famiglia (rispettivamente nel 50,5%, 43,3% e 42,7% dei casi); di contro nelle famiglie di impiegati più spesso sono presenti almeno due occupati (67,4%).

Addio borghesia
"La perdita del senso di appartenenza a una certa classe sociale è più forte per la piccola borghesia e la classe operaia". E' una Italia dove le vecchie classi sociali hanno perso significato quella fotografata dall'Istat nel rapporto annuale presentato oggi a Roma, dove le diseguaglianze aumentano e i più penalizzati sono gli stranieri e le coppie con figli, tutti a basso reddito. La classe operaia e la classe media "sono sempre state le più radicate nella struttura produttiva del nostro Paese. Oggi la prima - scrive l'Istat - ha abbandonato il ruolo di spinta all'equità sociale mentre la seconda non è più alla guida del cambiamento e dell'evoluzione sociale (in termini sia produttivi sia di costumi)". Le classi sociali che sopravvivono sono la classe media impiegatizia, ben rappresentabile nella società italiana, ricadendo per l'83,5% nelle famiglie di impiegati e quell dirigente, che è la classe dell'innovazione sociale, in quanto detentrice dei mezzi di produzione e del potere decisionale, con un titolo di studio che di fatto determina l'appartenenza a questa classe privilegiata. Una disgregazione, quella delle vecchie classi sociali che approfondisce ulteriormente le diseguaglianze tra Nord e Sud. Periste infatti il dualismo territoriale del Paese: nelMezzogiorno sono più presenti gruppi sociali con profili meno agiati, al Centro-nord gruppi sociali a medio o alto reddito, anche se le famiglie a basso reddito con stranieri, per scelte lavorative e minori legami territoriali, risultano prevalentemente collocate nelle zone settentrionali del Paese. I gruppi sociali a basso e medio reddito risiedono più frequentemente nelle aree rurali e mediamente urbanizzate: il 29,3% delle famiglie tradizionali della provincia nelle aree rurali e il 46,1% nelle aree a media urbanizzazione; il 28,3% dei giovani blue-collar nelle aree rurali e il 45,8% in quelle a media urbanizzazione. Non a caso, la maggioranza assoluta della classe dirigente risiede in aree altamente urbanizzate (51,6%); nelle stesse aree, ma in misura minore, vivono le famiglie delle pensioni d'argento (39,3%) e quelle a basso reddito con stranieri (37,8%). Nel 2015 la povertà assoluta ha riguardato circa 1,6 milioni di famiglie, pari al 6,1% delle famiglie residenti.

Ripresa non per tutti
 La ripresa, a causa dell'intensita' insufficiente della crescita economica, stenta ad avere gli stessi positivi diffusi all'intera popolazione". Lo ha fatto notare il presidente dell'Istat Giorgio Alleva, nella presentazione del Rapporto annuale 2017. "L'indicatore di grave deprivazione materiale, che rileva la quota di persone in famiglie che dichiarano di sperimentare almeno quattro sintomi di disagio su un insieme di nove, risale nel corso del 2016 all'11,9% (dall'11,5% del 2015), con punte piu' elevate per le famiglie in cui la persona di riferimento e' in cerca di occupazione o ha un'occupazione part time. Particolarmente critica la condizione dei genitori soli, soprattutto con i figli minori, e quella dei residenti nel Mezzogiorno". Secondo l'Istat le famiglie di impiegati hanno risentito meno di altri gli effetti della crisi, mentre le piu' colpite sono state le famiglie con stranieri.

Disoccupazione cala, ma non nel Mezzogiorno
Il tasso di disoccupazione è diminuito solo lievemente a livello nazionale (11,7% da 11,9% del 2015) ma è aumentato di due decimi nelle regioni meridionali e insulari (19,6%). Lo rileva l'Istat nella Rapporto annuale. Le retribuzioni contrattuali per dipendente sono aumentate dello 0,6% nel 2016, in ulteriore rallentamento rispetto all'anno precedente (+1,2%). Le retribuzioni lorde di fatto per unità di lavoro equivalenti a tempo pieno hanno invece registrato una crescita dello 0,7%, in lieve ripresa rispetto al 2015. sul fronte occupazione, nel 2016 il mercato del lavoro ha mostrato andamenti favorevoli ed è stato caratterizzato da un'elevata reattività dell'occupazione alla crescita del prodotto. L'occupazione residente è aumentata di 293 mila persone (+1,3%) e l'input di lavoro, misurato in termini di unità di lavoro equivalenti a tempo pieno, di 323 mila unità (+1,4%). Nell'ultimo anno - sottolinea l'Istat - il Mezzogiorno fa registrare l'incremento relativo di occupati più sostenuto (+1,7% rispetto a +1,4 del Nord e +0,5 del Centro), ma è ancora l'area con il maggiore scarto di occupazione rispetto al 2008 (-381 mila unità, -5,9%). Il Centro è l'unica ripartizione che a distanza di otto anni mostra un saldo positivo di 113 mila unità (+2,4%), mentre al Nord mancano 65 mila occupati per raggiungere i livelli del 2008.